La “missione” imperiale della Russia, gigante accerchiato. I legami con Trieste

25.10.2020 – 08.30 – Limes Club continua il ciclo di conferenze “Una strategia per Trieste” in collaborazione con il Centro Veritas, sperimentando per la prima volta una modalità online, in linea con quanto decretato dall’ultimo DCPM governativo.
La nuova modalità ha presentato qualche difficoltà, ma in linea generale l’esperienza non è stata dissimile da quella in sala dell’ex Ospedale Militare, con l’utile bonus di non fare distinzioni tra chi in precedenza seguiva online e chi in presenza. Argomento alla ribalta, la Russia, da qualche tempo nazione su cui si accentrano tanto le fantasie in salsa cospirativa del giornalismo, quanto le osservazioni geopolitiche degli analisti.
Il ricercatore Pietro Figuera ha delineato il quadro di una Russia consapevole di come la sua più grande forza costituisca al contempo la sua debolezza maggiore; o come ha efficacemente riassunto “la debolezza della Russia è la sua forza (geopolitica)“.
Proprio l’essere russi presuppone un ruolo di potenza difficilmente perseguibile da uno stato che mantiene un’ossatura imperiale, ma il cui movimento, per quanto gigantesco, appare continuamente confinato dalle sbarre di un assetto mondiale radicalmente avverso.
In tal senso, dalla breve carrellata di Figuera, la Russia post sovietica mi ha ricordato la vecchia definizione ottocentesca di “gigante malato” nella doppia eccezione conosciuta oggigiorno dagli storici: malato per oggettive problematiche economiche e territoriali e malato per una percezione pubblica tesa a evidenziarne le difficoltà fino all’esagerazione, condannandola a un destino (imperiale) che non è ancora stato scritto.

La “Guerra Ibrida”

L’organizzatore, Simone Benazzo, ha delineato le linee guida perseguite dalla lezione di Limes, volta a evidenziare diversi punti chiave che Limes ritiene sottovalutati nell’ottica italiana con la quale si approcciano queste tematiche.
Benazzo stavolta ha evidenziato in particolar modo l’importanza del conflitto bellico: l’occidente europeo sembra aver abbandonato la possibilità di un conflitto armato, nonostante ciò rimanga un’oggettiva realtà mondiale. In tal senso cresce in quest’ambito il conflitto internazionalizzato, ovvero la guerricciuola locale, interna a un paese, che si trasforma in teatro di guerra (e interventi) internazionali.
Ragionando in questo modo la spesa militare in crescita segnala l’emergere di una grande potenza, funzionando quale cartina da tornasole per individuare i reali concorrenti, in questo caso USA e Cina.
“Il mantra della pace in Europa” è a sua volta tutt’altro che equanime, con una vasta serie di stati dell’Europa orientale, molti parte della stessa Unione Europea, che perseguono attive politiche di ri-armamento.
Benazzo in quest’ambito ha individuato l’attuale evoluzione del conflitto militare nella forma della “guerra ibrida“; una militarizzazione perseguita di pari passo con l’avanzare tecnologico dove l’uno alimenta l’altro. È evidente a questo proposito che l’Italia sconta (nuovamente) il suo disinteresse a finanziare la ricerca scientifica con negative ricadute anche sull’assetto bellico.
La guerra ibrida, ha spiegato Benazzo, permette di collegare in un unico “organismo” tutti quei “pallini” di cui leggiamo ogni giorno, le notizie di eventi internazionali, quegli “atomi che non siamo abituati a connettere fanno parte di questo tipo di modalità di conflitto, di guerra ibrida”. E a questo proposito proprio la Russia di questo conflitto è maestra.

L’economia reale e la “Putinomics”

Secondo Pietro Figuera il filtro attraverso cui gli osservatori occidentali considerano la Russia è completamente falsato: lo si definisce spesso “un gigante dai piedi d’argilla” riferendosi all’insicurezza dell’economia putiniana e al contempo alla sua statura mondiale. Eppure è proprio la geopolitica il punto interrogativo dell'”orso russo”, a discapito invece di un’economia certo fragile, ma lontana dall’essere in sfacelo.
Partendo proprio dal discorso economico, il prodotto interno lordo della Russia risulta di un terzo inferiore a quello italiano, senza equivalersi nemmeno se diviso pro capite tra tutti i suoi cittadini. A ciò si deve sommare lo scarso peso globale dell’economia russa, una cronica dipendenza dall’esportazione di idrocarburi e come ultimo affronto, le sanzioni occidentali.
Ciò nonostante, ha osservato Figuera, “la Putinomics non soffre di questi indicatori“.
Come mai? Perchè la Russiapunta tutto sulla stabilità macro economica a discapito degli investimenti internazionali“. A seguito del trauma del default del 1998, la Russia ha sempre accumulato ingenti riserve finanziarie rese possibili dalla vendita di materie prime; ciò le ha permesso di “fare la formica” in attesa di “tempi bui quali la stessa emergenza Covid-19”.

Il dinamismo della politica estera russa

Sono dunque le ragioni geopolitiche il problema reale per la Russia che non può e non potrà mai accettare un ruolo di potenza regionale. Le sue stesse dimensioni, ha argomentato Figuera, la rendono “una potenza obbligata” che la “incatenano” sul podio mondiale.
Specie dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica ciò la pone in una “posizione difficile”, in virtù della fondamentale “insostenibilità sul lungo termine del primato geopolitico mondiale”.
In termini concreti la soluzione finora utilizzata dalla Russia consiste in un continuo, variegato, attivismo internazionale definito da Figuera “simile a sparare fuochi d’artificio”. Lo smacco peggiore è stato senza dubbio quando l'(ex) presidente Obama l’ha definita “potenza regionale“. La risposta non si è lasciata attendere, con “manovre russe ai 4 angoli del mondo”, in realtà niente più che “tattiche cosmetiche“.
Guardando alla Russia occidentale dal crollo dell’impero sovietico si è verificato un arretramento della cortina di ferro fin quasi ai confini dello stato nazionale; si tratta però di “una mobilità molto più fluida” che a volte avanza, a volte arretra. Lo si è constatato nel caso dell’Ucraina che è “slittata al campo occidentale”, così come con la Bielorussia che rimane “in bilico”.

Le “aggressioni storiche” alla Russia

In verità, ha osservato Figuera, “non si tratta più di una geopolitica in senso classico”.
La prima preoccupazione della Russia rimane quella territoriale per una molteplicità di fattori: l’insufficienza demografica, condizione invece necessaria per il presidio del territorio, le gigantesche difficoltà nelle comunicazioni interne per la vastità stessa degli spazi, la paradossale situazione di un confine costantemente minacciato su tutti i fronti, in assenza di vere e proprie barriere naturali.
In tal senso la geopolitica russa s’intreccia strettamente con la geografia e la storia del paese; una correlazione forse molto più forte che in altre nazioni.
In quest’ambito uno sguardo alla geografia della Russia ne conferma la profonda eterogeneità fisica e politica che sembra trovare rinnovato slancio proprio nell’espansione alla ricerca di nuovi territori. Una “missione” mai realmente cessata fino ad oggi.
A questo proposito Figuera ha ripercorso velocemente le diverse fasi della storia russa attraverso le “aggressioni storiche” sconfitte nei secoli. A partire dall’unica tradottasi in un successo, ovvero il dominio dall’est dei mongoli, i quali sottomisero i principi russi per secoli, attraverso il sistemadell’orda d’oro“.
Proseguendo con le pesanti ingerenze polacche all’interno del nascente impero russo durante la cosiddetta “età dei torbidi” (tra fine XVI e inizio XVII secolo) prima che la dinastia Romanov assumesse il potere.
La prima invasione terrestre dall’occidente giunge tuttavia agli inizi dell’età dei lumi (XVIII secolo) quando Carlo XII di Svezia tentò una “manovra a tenaglia” muovendosi con il suo esercito verso Mosca da nord, mentre l’Impero Ottomano invadeva da sud.
In quest’ambito è possibile osservare una “cadenza quasi secolare dei tentativi d’invasione” che costituisce un “orologio inquietante nella cronologia dell’impero russo”.
L’invasione napoleonica (1812), in tal senso, rimane la spedizione militare che meglio seppe realizzare i suoi obiettivi, conquistando l’obiettivo tattico di Mosca, ma fallendo la strategia generale.
Lo “smottamento” reale per la Russia non avvenne però per un’aggressione, racconta Figuera, ma per una pace: quella di Brest Litovsk, la quale sebbene di breve durata permise di trasformare in stati indipendenti una vasta fascia di possedimenti russi nella zona dell’Europa orientale, innescando un cambiamento tuttora in corso.
L’invasione nazifascista, infine, rappresenta il fulcro dell’epopea russo-sovietica: un’occasione di unificazione nazionale per le diverse etnie dell’impero e un momento fondante – la guerra patriottica! – dell’esperienza sovietica.
All’insegna del motto che “ciò che non ti uccide ti fortifica”, la Russia emerse nel 1945 da quest’esperienza come una potenza mondiale, godendo di due vantaggi che si mantennero fino al crollo dell’89: una fascia piuttosto larga di stati cuscinetto e un arsenale nucleare che funziona tutt’ora quale valido deterrente. Il primo elemento tuttavia è stato eroso dal tradimento della Nato che non ha rispettato la promessa d’inizio anni Novanta di non violare l’interesse russo in Europa orientale. In tal senso la Russia nel 2021 si ritrova a rientrare “nella sua più piccola versione territoriale da tre secoli da questa parte“.

Un’altra problematica che affronta la Russia è come la minaccia sia ora su più fronti e più coordinate; non solo l’occidente. Rimane viva la ferita delle due guerre in Cecenia, correlate all’instabilità del Caucaso, mentre le province orientali agitano davanti a Mosca lo spauracchio del pericolo giallo-cinese, ovvero una crescita incontrollabile dell’immigrazione cinese nell’occidente russo. Si tratta di un pericolo contestuale all’ascesa geopolitica della Cina, ma che si rivela poco fondato basandosi sui crudi numeri.
La corsa alla conquista degli spazi artici, infine, ha aperto un nuovo fronte; tuttavia in quest’ambito la minaccia USA e Cina mi sembra sia stata ingigantita dal relatore. La Russia, tanto per la posizione geografica, quanto per il progresso nelle stazioni di insediamento e nel possesso di rompighiaccio, mantiene una posizione di supremazia in rapporto nella cosiddetta “rotta artica”.

La Russia nello scenario euro-mediterraneo

Dopo aver stabilizzato la situazione interna, pertanto, la Russia negli ultimi anni è passata alla controffensiva, senza però poter realmente “contare” sul piano economico militare.
Dopo il passaggio dell’Ucraina nel campo occidentale, lo “smacco peggiore di Putin nei suoi vent’anni al potere”, la Russia ha continuato ad operare nello scenario euro-mediterraneo.
Qui ha avuto un notevole successo tramite una manovra a tenaglia su due fronti: in primo luogo ha infatti dimostrato di saper contare “dopo anni di relativa assenza” in Medio Oriente, ribadendo la propria influenza nel Mediterraneo orientale (Turchia, Egitto, Libia…) attraverso l’intervento militare in Siria; in secondo luogo ha aggirato la logica della contrapposizione frontale in Europa tentando continui dialoghi che si affiancavano a tattiche non convenzionali volte a finanziare “determinate forze politiche”. Figuera però ha raccomandato di non esagerare a quest’ultimo proposito; la Russia è meno presente in Europa di quanto si complotti.

La Cina, un ambiguo alleato

Tuttavia questi aspetti della politica estera russa rimangono trascurabili se confrontati con la reale rivoluzione operata dal gigante russo in quest’ultimi anni: la scelta sofferta di operare un lento e faticoso riposizionamento della propria politica in direzione orientale.
Si tratta di un processo molto lento, ma deciso che nasce da una profonda disillusione con l’occidente. Una serie di step cruciali hanno infatti convinto la Russia ad abbandonare “l’occidente euro americano”.
Inizialmente Putin avrebbe desiderato, a inizi duemila, addirittura di far entrare la Russia nella Nato; ma il progetto è sfumato col tempo. Il graduale allargamento infatti della Nato è seguito alle rivoluzioni colorate in una serie di stati considerati dalla Russia propri partner e alleati. La Georgia, ovviamente, con il conflitto armato che ne è conseguito; l’Ucraina già menzionata e il Kirghizistan; ma senza sottovalutare l’impatto negativo delle primavere arabe, considerate dal Cremlino “un tentativo di sovvertire dei regimi filo russi” attraverso la nota “strategia del caos”.
La Russia si avvia così a compiere una “manovra di cui non conosciamo le reali conseguenze geopolitiche“. Il cuore economico della Russia resta infatti a occidente, per “ragioni sia storiche che strutturali”: la demografia russa si concentra al di qua degli Urali (80%); il tessuto produttivo è altrettanto concentrato a occidente; questo slittamento ad est non sarà, insomma, per niente facile.
La Russia, secondo Figuera, sarebbero disposta “a chiudere un occhio sui conti aperti con la Nato pur di venire rispettata”, ma ciò non sembra poter avvenire. In realtà infatti si tratta di un’impasse “subordinata alle decisioni statunitensi”. Ma gli USA, a loro volta, temono di abbandonare il continente europeo qualora accettassero la Russia. E avendo gli americani da tempo una presenza marginale in Asia, non è accettabile perdere anche l’Europa.
La Russia, per la prima volta, si ritrova a dover dipendere dalle scelte geopolitiche altrui: un ruolo inaccettabile per un paese il cui protagonismo è ben noto.

E Trieste? O meglio, il Friuli Venezia Giulia…

Marta Cattani, studentessa caporedattrice di Sconfinare.net, ha invece trattato come tradizione del corso i rapporti direttamente di Trieste con la Russia; in realtà preferendo traslare il discorso all’intero Friuli Venezia Giulia. Non a torto, perchè proprio le aziende triestine e friulane mantengono forti rapporti con la Russia in termini di produzione manifatturiera. In tal senso si ripropone il dilemma dell’impatto delle sanzioni presentatosi con l’Iran; stavolta non americane, ma direttamente dell’Unione Europea.
L’impatto delle sanzioni è stato infatti pesante, de facto decurtando la crescita di interi settori. Nel caso del Friuli Venezia Giulia sono state colpite molte realtà “solide” nel campo dei mobili, dell’abbigliamento e dei calzaturifici. Le sanzioni sono state inflitte a seguito dell’annessione della Crimea nel caso ucraino, con l’intervento nel Donbass. Il calo dell’export italiano l’anno successivo, nel 2017, è stato del -55% rispetto al 2013. La Russia ha reagito sfruttando il know-how europeo per cercare di produrre in proprio quanto necessario; e la Cattani ha citato l’esempio straniante degli scienziati siberiani che nella Regione dell’Altai cercano di produrre prodotti caseari, tra cui le mozzarelle.

Per le imprese friulane e giuliane l’unica soluzione è consistita nell'”adattamento” ovvero in una “attitudine che le aziende possono e stanno adottando nei conforti delle sanzioni e della Russia”. In termini pratici le sanzioni vengono aggirate semplicemente dislocando le proprie sedi aziendali all’interno della Russia; parte del processo produttivo avviene direttamente in loco.
La Regione, a sua volta, ha cercato di giungere in soccorso limitando l’impatto negativo delle sanzioni, pronunciandosi a favore di un sistema ad alta velocità Trieste-Mosca, siglato rispettivamente nel 2016, 2018 e 2019 con un apposito MoU. Il corridoio in questione potrebbe potenzialmente connettere anche Pechino, realizzando il sogno eurasiatico di un unico continente interconnesso. Tuttavia queste rimangono illazioni, legate all’incerto riallineamento della Russia con la Cina. In questa trattazione della Cattani forse è mancato il ruolo tanto del Porto di Trieste – sebbene i rapporti con la Russia non siano tra i più intensi, dopo la caduta dell’URSS – e soprattutto il ruolo del turismo di lusso degli oligarchi, esplicitamente ricercato dal Friuli Venezia Giulia negli anni pre Coronavirus.

[z.s.]