Coronavirus, Napoli: cronaca di un fallimento. Se la politica non sa che pesci pigliare

24.10.2020 – 15.22 – “Tu ci chiudi, tu ci paghi”. Di fronte a 91 morti, ieri, su centinaia di migliaia di tamponi eseguiti (nel 2019 in Italia sono morte 647mila persone; più di 1700 al giorno), e alla corsa al Pronto Soccorso da parte di persone che non ne hanno bisogno ma che sono spaventate, il governatore De Luca diventa il simbolo italiano della reazione dei giovani e delle partite iva alla prospettiva di un nuovo lockdown; è, peraltro, quello che lui, dai lanciafiamme in poi, ha cercato, e ora ha trovato. Dire che le bombe carta, i lacrimogeni e i petardi sono sbagliati e illegali è giustissimo; affermare, come si è fatto su qualche Social, che dietro la reazione dei giovani di Napoli ci sia la ‘solita destra’ e basta, e che si tratti solo di una cosa politica, sarebbe, oltre che semplicistico, fuorviante e pericoloso. Vorrebbe dire trascurare una volta di più quello che sta accadendo.

Per gestire una crisi – parliamo di quella sociale, non di quella sanitaria – come questa è necessario conquistare la fiducia dei cittadini e fare in modo che i diversi ingranaggi costituenti il complesso meccanismo di una nazione lavorino assieme, il più efficacemente possibile: esattamente il contrario del risultato finora ottenuto dal governo di Giuseppe Conte, che è riuscito invece a creare una sorta di confusione generale facendo infuriare gli amministratori locali e arrivando a un nuovo litigio, privo di senso, sulle responsabilità; nonché a spaventare la popolazione e a erigersi a costituzionalista nel momento in cui afferma, “ancora una volta”, di essere costretto “a compiere una sofferta operazione di bilanciamento tra diritti e libertà fondamentali, con l’obiettivo di individuare il punto di equilibrio che, nell’assicurare alla salute la tutela più intensa, comporti il minor sacrificio possibile degli altri diritti fondamentali pure coinvolti”. Vorremmo ricordargli che non è quello di decidere quali diritti fondamentali siano da sacrificare, il suo compito; sarebbe stato piuttosto quello di organizzare, nel corso di questa trascorsa estate, un preciso sistema d’emergenza, di tracciamento e di isolamento dei focolai realmente pericolosi, mentre si è fatto poco o piuttosto nulla confidando nel ‘vaccino d’ottobre’ che lui stesso aveva assicurato – ma passiamo avanti. Lasciando in pace i giovani, smettendo di chiamarli ‘untori’ e ‘irresponsabili’, perché non lo sono.

Mentre cresce, di fronte alla nuova chiusura dei confini fra Friuli Venezia Giulia e Slovenia, l’attesa del salvifico lockdown, che porterà il nostro paese al collasso generale – ormai l’ansia si avverte, sembra quasi quella del pubblico che aspetta l’apparizione dell’artista preferito sul palco: alberi di Natale già a novembre e prenotazioni di un viaggio in treno che, se fatte per dicembre, il sistema non accetta – si moltiplicano di settimana in settimana le attività economiche distrutte, le somme di denaro pubblico speso con poco criterio, le operazioni fatte con poca trasparenza e le promesse non mantenute che finiscono per essere un ‘click day’. Milioni di euro spesi per la produzione di dispositivi di protezione individuale, tamponi che si sussurrano prodotti con scarsa attenzione alla qualità per far fronte alla domanda, camici e ospedali d’aprile aperti in tutta fretta e poi scomparsi dalle cronache, ventilatori non inviati alle terapie intensive perché i reparti ora non hanno bisogno di questo ma di altro, accordi per ricollocare anziani asintomatici in strutture regionali diverse, tracciamento dei focolai italiani ormai diventato impossibile, migranti lasciati a sé stessi, consulenti di comitati tecnici scientifici che producono direttive inapplicabili o basate sul ‘numero sei’ (‘coprifuoco alle 18’, ‘cena in sei persone’). Ce n’è abbastanza per chiedere di nuovo alla politica di spiegare cos’abbia fatto, in un contesto di previsione e preparazione, questa estate (alla domanda su cosa avesse fatto fra dicembre e febbraio, non aveva risposto) e cosa stia facendo ora: con il denaro italiano, e con quello europeo. In mancanza di risposte chiare, il malcontento pubblico è destinato a salire, gli atti come quello di Napoli a moltiplicarsi come l’onda che sbatte fin che non supera la diga, e fornire queste risposte attraverso interventi mirati di comunicazione non dovrebbe essere poi così difficile, se qualcosa da dire c’è; e se non c’è niente da dire, se ci si è fidati troppo delle capacità del settore privato e dei consulenti di fare da soli o addirittura di sostituirsi allo stato, forse è il momento, prima che sia troppo tardi e che vengano a mancare ordine e coesione sociale, di ammettere qualche responsabilità e farsi da parte (niente di male o di sbagliato se il privato aiuta lo stato per un certo periodo e là dove un gap esiste veramente: ma dovrebbe essere per poco tempo). Che le capacità dello Stato con la ‘S’ maiuscola di essere veramente uno stato si siano in Italia erose, è evidente da tempo: lo si è visto nella perdita di primati nazionali, di aziende strategiche, dell’indipendenza o almeno minor dipendenza energetica, nella fuga di cervelli, nell’incapacità di mettere in piedi un piano vero e proprio di sostegno alla crisi che il Coronavirus ha portato, persino nello sport. Un circolo vizioso, di fronte al quale siamo apparentemente in grado di rispondere di nuovo solamente con un: “chiudetevi in casa”.

Di fronte a scelte come quelle del governatore De Luca, e ascoltando le parole del presidente Conte, torna prepotente la necessità di chiedersi quanto opportuno sia permettere che il potere, un qualsiasi potere, si concentri nelle mani di pochi o di uno solo. La paura, in questo caso del Covid-19, amplificata da una comunicazione che mette in prima pagina solo e sempre i morti – e non l’enorme numero di persone guarite (oltre 31 milioni in tutto il mondo: il 99 per cento di chi si è ammalato) o che pur essendo venute in contatto con il virus ammalate non si sono mai (incalcolabile, e stimato in almeno 350 milioni) – nel momento in cui si consente a un rappresentante del popolo di fare una cosa terribile come quella di porre i cittadini di fronte alla scelta fra salute e libertà, diventa un’arma invincibile, e questo può avere brutte conseguenze. La nota piramide di Maslow, che parla del bisogno dell’animo umano e della percezione di mancanza totale o parziale di qualcosa, è uno strumento imperfetto, che ha molti limiti, ma interessante: spiega come gran parte delle persone possa scegliere a priori, spinta da un sentimento irrazionale, a scegliere la salute e rinunciare alla libertà stessa oppure a reagire con violenza per difendere qualcosa che ritiene fondamentale. E in una società come la nostra, estremamente avanzata e ormai caratterizzata da tecnologie capaci di invadere la riservatezza e la privacy dei cittadini stessi e di controllarli in ogni momento, le ‘rivoluzioni d’ottobre’, a volte invocate dagli idealisti e definite strumento inarrestabile di riconquista di libertà (un po’ come il ‘mercato’ degli economisti di vent’anni fa, che tutto avrebbe risolto riequilibrandosi da solo), queste rivoluzioni dicevamo sono molto, molto più difficili di un tempo. O addirittura impossibili. Prima di cadere nell’errore di accettare l’imposizione di una scelta, o reagire con violenza, meglio fermarsi un attimo, e chiedere con fermezza a chi ci rappresenta di fare proprio questo: rappresentarci, e coinvolgerci nella decisione, non sostituirsi a noi. Il tutto, senza chiuderci in casa. Prima che le fratture diventino insanabili.

[r.s.]