La solitudine strategica dell’Iran. I legami con l’Italia (e Trieste) per Limes

17.10.2020 – 11.00 – Una nazione forgiata dalla guerra, la cui evoluzione militare e politica rimane condizionata da una posizione geografica che obbliga all’azione difensiva, dove le motivazioni religiose si mescolano senza distinzioni con un pragmatismo (quasi) spregiudicato.
È questo il quadro che emerge della vecchia Persia, oggi Repubblica Islamica dell’Iran, attraverso la seconda presentazione avvenuta ieri sera negli spazi gotici dell’ex Ospedale Militare di Trieste, grazie a un’originale collaborazione tra la rivista Limes, il Centro Veritas e il Limes Club Trieste.
Simone Benazzo ha delineato nell’introduzione l’argomento della serata: l’Iran, ovvero a differenza del conglomerato di stati del Nord Africa della precedente conferenza, stavolta una “potenza” in senso proprio; sebbene limitata a un ambito regionale. Un passaggio fondamentale nel ciclo di lezioni organizzate da Limes che troverà il suo culmine nel cosiddetto “piatto forte, gli USA”. Mentre la presentazione di Alessandro Balduzzi si era caratterizzata per un taglio onnicomprensivo, volto a restituire un’immagine sociale ed economica degli stati nord africani, l’Iran è stato invece affrontato con piglio accademico, privilegiando un occhio freddo e militaresco, volto a individuare i rapporti di forza tra la Repubblica Islamica e i suoi (ingombranti) vicini. Il linguaggio e i contenuti selezionati dalla presentatrice, la dottoranda in Studi Politici Tiziana Corda, hanno così dimostrato la varietà di approcci e lessico che si pone alla base del corso. Benazzo ha velocemente ripercorso quali sono gli obiettivi che Limes si propone di evidenziare: l’interconnessione globale (nessun stato può fare a meno dell’altro), i limiti dell’economicismo (l’agire di stati e governi non è sempre mosso “dai soldi”), la centralità del conflitto (bellico, va da sé) e la debolezza intrinseca delle organizzazioni sovranazionali.

L’obiettivo? Sopravvivere all’accerchiamento

La ricercatrice Tiziana Corda ha delineato la tematica “Iran” proponendo un punto di vista iraniano: lo scenario geopolitico è stato pertanto analizzato mettendosi nei panni della Repubblica Islamica attraverso 4 diverse tematiche ovvero Obiettivi, Attori, Strumenti e Aree. Lo slogan in quest’ambito che meglio sintetizza il dilemma dell’Iran è “Sopravvivere all’accerchiamento“. Dalla sua nascita rivoluzionaria nel 1979 ad oggi, la Repubblica si è sempre posta come obiettivo la sopravvivenza a sua volta condizione possibile solo sconfiggendo l’accerchiamento. L’obiettivo si realizza eliminando la minaccia; le due costanti dominano la politica estera iraniana.
Sotto il profilo degli obiettivi l’Iran vive pertanto una condizione di “solitudine strategica” realizzatasi a partire dalla guerra con l’Iraq, proseguita nel conflitto con il Kuwait, ingigantitasi con l’inserimento nell'”asse del male” (axis of evil) di George W. Bush (2002) e con le susseguenti sanzioni internazionali e infine riconfermato con la presidenza Donald J. Trump.
Il 2020, parallelamente all’emergenza sanitaria, si è rivelato un anno ambiguo, perché se da un lato le sanzioni unilaterali non sono cessate, dall’altro dovrebbe (e si sta) parzialmente verificando il ritiro delle truppe americane dallo scenario medio orientale.
Una situazione complessa, la cui risoluzione pesa a sua volta sul sistema duale iraniano, basato su un sistema di cariche tanto elettive, quanto religiose.

Gli “strumenti” di una nazione “assediata”

La sindrome dell’accerchiamento, in questo contesto, ha plasmato nei decenni gli “strumenti” della Repubblica Islamica che la Tiziana Corda ha riassunto nella “Difesa Avanzata” (uso milizie), nel “Nucleare” (sistema missilistico) e nel “Diplomacy Business” (sistema economico). Nel primo caso l’Iran si è dovuto arrangiare con una disponibilità di armamenti estremamente “castrata” a confronto con i suoi vicini, basti pensare che la disponibilità dell’Arabia Saudita per il budget militare è di 60 miliardi, a fronte dei 10 dell’Iran. La dirigenza iraniana pertanto si è risolta a utilizzare armi non convenzionali, a partire dalle milizie, il cui controllo tuttavia – è stato sottolineato con forza – non è mai appannaggio dell’Iran. La Repubblica cerca sì di controllare le diverse forze di guerriglia che operano negli stati prospicienti l’Iran; ma non sono né burattini, né soldati alle dipendenze, quanto piuttosto alleati dei quali si stima una certa affidabilità. Tiziana Corda ha inoltre smentito che l’utilizzo di queste milizie costituisca geograficamente una grande “mezzaluna sciita“; in realtà le motivazioni sono più che religiose squisitamente economiche e politiche (la concessione della cittadinanza iraniana, ad esempio). Non a caso i palestinesi, in quest’ambito, sono sunniti.
Quando Saddam-Hussein, nel corso del conflitto con l’Iran, bombardò con missili a lunga gittata diverse città della Repubblica, nacque l’idea di un sistema missilistico difensivo (1980). Dai primi, timidi, inizi il sistema si è sviluppato comprendendo un vasto arsenale con diverse gittate, tutte però limitate a una distanza massima di 2000 chilometri. Una scelta precisa, orientata a ridefinire l’Iran come una potenza regionale, con un sistema militare difensivo. In quest’ambito il passaggio successivo al nucleare fu dapprima sofferto e incerto; l’ayatollah Khomeynī inizialmente lo definì addirittura “antislamico” proibendone l’utilizzo. Successivamente l’uso di armi chimiche da parte di Saddam nel conflitto iracheno convinse gli iraniani a riesumare il programma nucleare del 1950. Inizialmente incoraggiato nel secondo dopoguerra dagli americani come un mezzo per diversificare il paniere energetico, il programma già all’epoca nascondeva sotto lo Shià finalità militari.
Lo scandalo del dossier nucleare iraniano è (metaforicamente) esploso con la scoperta dei siti segreti di arricchimento nucleare; e va rilevato che nella lunga e sofferta trattativa per giungere a un accordo con gli Stati Uniti sotto la Presidenza Obama un ruolo fondamentale è stato svolto dall’Unione Europea in un arco di tempo estremamente lungo, dal 2003 al 2015. Le trattative avevano avuto un successo considerevole, portando a ridurre drasticamente la quantità di uranio stoccato dall’Iran; sforzi però vanificati dalla nuova politica bellicista della Presidenza Trump.
Il terzo strumento, in quest’ambito, è la Business Diplomacy: l’Iran infatti possiede tutt’ora un potenziale di risorse e abitanti notevole, agevolato dalla posizione strategica tra occidente e oriente, tradizionale percorso della Silk Road dall’antichità. In quest’ambito l’Iran vende ad esempio la stragrande maggioranza dell’elettricità utilizzata dall’Iraq. Si tratta però di un potenziale inespresso, considerando come il ripristino delle sanzioni de facto impediscano quel commercio globale che risulterebbe necessario.

Amicizie storiche e collaborazioni “tattiche” dell’Iran

Gli Obiettivi perseguiti dagli Attori con gli Strumenti non possono però prescindere dalle Aree d’intervento; e l’Iran, in questo contesto, rimane una potenza regionale. Dallo sguardo “stralunato” di un’immaginaria cartina posta nel cuore della Repubblica islamica, Tiziana Corda ha così delineato partner e amici, rivali e antagonisti.
In questo contesto l’Iraq rimane uno degli stati più importanti, tanto per la prossimità geografica, quanto per l’estensione gigantesca del confine. Conseguentemente l’Iran mira a impedire che nello stato iracheno si affermi la figura di un uomo “forte” quale Saddam; senza però permettere che si trasformi in uno stato fallito, creando un vuoto di potere pericoloso. Non sorprende pertanto che l’Iran abbia dapprima appoggiato le forze paramilitari irachene in funzione anti americana e successivamente contro lo stato islamico. Quando l’Iran s’impantanò nella lunga guerra di trincea contro l’Iraq il silenzio degli attori internazionali, unilateralmente a favore del regime di Saddam-Hussein, ebbe poche eccezioni e una di queste fu la Siria. Lo stato siriano rimane dunque un partner importante; il cui aiuto non è stato dimenticato. L’Iran pertanto appoggia la Siria ormai da quasi otto anni di conflitto; un “dovere” che si traduce in uno schieramento non solo di miliziani, quanto direttamente di Guardie della Rivoluzione (2012). Tuttavia la popolazione iraniana è stanca del conflitto e il suo perdurare negli anni sta logorando i rapporti con la Siria, al di là della “storica” amicizia.
Il Libano, al contrario, può ben definirsi un successo diplomatico dell’Iran: il piccolo stato svolge un ruolo di deterrenza nei confronti di Israele. Tiziana Corda, come già rilevato per altre milizie irregolari, ha tuttavia osservato come nemmeno nel caso di Hezbollah l’Iran abbia il pieno controllo. Un’alleanza politica, certo, ma lontana da ogni certezza.
Difficile non vedere nei paesi arabi del Golfo Persico altro se non nemici storici e geografici dell’Iran; le relazioni sono tradizionalmente molto tese, specie con l’Arabia Saudita. La ragione rimane, al nocciolo, geopolitica: si gioca tra i due paesi l’ambizione di guidare la macroregione. In quest’ambito i sauditi hanno vissuto come un “tradimento” il disimpegno USA e l’accordo sul nucleare della Presidenza Obama.
Lo Yemen, a sua volta, sebbene formalmente filoiraniano, in realtà interessa all’Arabia Saudita molto più di quanto se ne preoccupi l’Iran: “non è veramente una priorità” secondo Tiziana Corda; anzi, sarà “probabile un compromesso” in futuro tra le due potenze.
Guardando infine verso l’Asia centrale – e accorgendosi così di quale posizione strategica occupi l’Iran – l’Afghanistan rimane un paese “difficile” per la Repubblica. I rapporti tra i due paesi sono millenari, con una comune identità persiana. Ma passando dalla storia alla politica l’area rimane fortemente instabile. Non a caso l’Iran era inizialmente favorevole alla presenza americana e solo successivamente si è alleato con i talebani, con i quali mantiene una collaborazione “tattica” lontana dal costituire un allineamento ideologico.

Cosa riserverà il domani? Secondo Tiziana Corda il futuro si muove su un doppio binario: l’antico nemico, gli USA, andranno presto alle elezioni. E la (probabile) presidenza di Joe Biden potrebbe permettere uno spiraglio di trattative. Sebbene si tratti di speranze fuggevoli, considerando quanti “falchi di guerra” orbitino intorno al vecchio democratico. Ma lo stesso Iran andrà alle elezioni, a giugno 2021, con la bilancia che pende decisamente a favore dei conservatori.
Considerando l’incognita dell’emergenza del Coronavirus, il futuro è più che mai aperto.

E Trieste? Un rapporto interrotto a metà

Il titolo di città-porto attribuito a Trieste nel passato sembra aver suggestionato i relatori per la parte dedicata al capoluogo, perché anche in questo caso protagonista è stato il Porto e le sue relazioni con l’Iran.
Lo studente Gabriele Bossi ha condotto un’analisi molto dettagliata, anche se circostanziata nello spazio e nel tempo, dedicando una notevole mole di dati agli ultimi cinque anni del Porto di Trieste in relazione con la Repubblica Islamica.
L’Iran, nella crescente antipatia tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti, cerca di guadagnarsi un proprio spazio presso i paesi europei, nonostante le sanzioni finora abbiano concretamente impedito gran parte delle relazioni commerciali. Trieste, a differenza dei porti italiani, è perfettamente inserita nelle reti transeuropee, sulle direttrici dell’Adriatico-Baltico e in contatto diretto con l’oleodotto transalpino. Il sistema Trieste gioca poi un ruolo chiave, grazie alle (tante) missioni diplomatiche svoltasi negli anni, all’insegna di una diplomazia scientifica che corre su un secondo binario rispetto alla Business Diplomacy. Bossi ha riepilogato, in riferimento al porto, le principali tappe di un rapporto con l’Iran promettente, ma mutilato dalle sanzioni americane. Specificatamente una missione del Friuli Venezia Giulia in Iran a inizio gennaio 2016 aveva posto le basi per il traffico marittimo con lo scalo giuliano, a cui era seguito un Memorandum of Understanding siglato in parallelo all’incontro tra i governi Iran-Italia (25 gennaio 2016). Una nuova missione iraniana a Trieste, volta a rinnovare il Memorandum (ottobre 2018), era però fallita, perchè lo stesso era stato invalidato dalle sanzioni americane. Insomma, quello che poteva essere l’incipit di una bella storia per Trieste-Teheran ha trovato lo stop delle sanzioni. Rimane, ha concluso, Gabriele Bossi, il traffico via gomma: per sua stessa natura lontano dalla vocazione ferroviaria di Trieste e ostacolato dall’attraversamento della Turchia. Ma resta un possibile “sbocco”, guardando al futuro.

[z.s.]
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