Federico Fellini, “un artigiano che non ha niente da dire, ma sa come dirlo”

25.09.2020 – 12.12 – Nel 2020 ricorrono 100 anni dalla nascita di Federico Fellini. Perché parlare ancora del cineasta riminese? Potremmo chiudere gli occhi davanti a questa ricorrenza? No, non sembra possibile. Perché? Risponderemo a questa domanda richiamando una celebre frase di Fellini, la quale ci fornirà una chiave interpretativa delle sue opere e del cinema in generale: il regista definì se stesso “un artigiano che non ha niente da dire, ma sa come dirlo”.
Analizziamo le sue parole: ci troviamo davvero di fronte a un artista senza contenuti? Siamo sicuri che egli non avesse veramente niente da dire? Sì, è vero, Fellini “non aveva niente da dire”, ma questo accadeva soltanto perché egli propriamente non parlava, bensì rappresentava. La sua forza si trova negli occhi. I suoi dialoghi riproducono le sue vere parole, che sono quelle che lui inizialmente pronuncia senza alcuna censura. I suoi dialoghi non sono il frutto di una cosciente comprensione del reale: lui è il visionario, il sognatore, il creatore di atmosfere oniriche. Egli non parla di se stesso, bensì dipinge con la cinepresa la propria vita; le sue labbra durante le interviste da lui rilasciate si muovono inizialmente con velocità creando quasi un flusso di coscienza di cui egli non è pienamente consapevole, ma poi qualcosa si guasta. Quando entra sulla scena il Super-Io, a frenare i suoi impulsi di regista regolando il suo Io, vale a dire la percezione cosciente che egli ha di se stesso e del mondo, Fellini si allontana dall’arte. Se essa, l’arte, è la sottile zona grigia in continua espansione tra ciò che conosciamo, l’ordine, e l’ignoto, il caos, Fellini è una specie di funambolo addormentato che quando apre gli occhi cade. Soltanto nel sogno Fellini coglie la realtà, grazie alla sua immersione nell’inconscio. La dimensione onirica per Fellini è una necessità. “Il sonnambulo deve continuare a sognare, per non piombare a terra” scrisse Nietzsche. La stessa idea può essere ritrovata anche in Eschilo, il quale nelle “Eumenidi” scrive: “L’anima di chi dorme è tutta uno splendore di occhi che vedono, mentre di giorno ciechi sono per loro destino i mortali”.

Quando Fellini apre gli occhi, e in questo caso anche la bocca, ricade in una realtà torbida di cui fatica a cogliere con chiarezza la trama. Emblematica della paradossale incapacità di Fellini di fuggire dalla menzogna nel mondo “reale” è l’intervista rilasciata ad Oriana Fallaci in una camera d’albergo dopo giorni di inseguimenti, in cui finì per riscrivere svariate volte ogni sua affermazione, spingendo la famosa giornalista a dire che nulla di ciò che lei aveva pubblicato era rimasto intatto. Tutto fu modificato, ritoccato, spostato. “Fellini volle rileggerla e la rilesse tre volte: ogni volta apportando alle sue risposte correzioni diverse, opinioni nuove, pentimenti improvvisi. È l’intervista meno genuina di tutta la serie, non una frase di essa è stata scritta senza pensarci e ripensarci”. Fellini non poteva parlare della vita, egli non era in grado di dire la verità. Oriana Fallaci, a tal proposito, nel suo libro “Gli antipatici”, dove si trova l’intervista nominata sopra, ricorda un giudizio implacabile di Jeanne Moreau sul regista riminese: “Ma, come dice Jeanne Moreau un po’ più in là, egli è un tale bugiardo che la menzogna diventa alla sua buona fede verità sacrosanta”. Attenzione, però, non ci troviamo davanti a un artista che crea inconsapevolmente, senza essere conscio del valore di ciò che produce, bensì a un essere umano che capiva quanto fosse difficile comunicare nella realtà della vita e che aveva di conseguenza scelto il piano della finzione per farlo, dove paradossalmente raggiungeva altissimi gradi di realismo.

E’ possibile trarre da tale interpretazione un senso più vasto, una visione generale sul cinema in sé? Ovviamente, Fellini, ritraendo se stesso, ci presenta anche un modello di umanità. Sta allo spettatore però coglierne il senso. Noi dobbiamo interpretare e nel fare ciò viviamo l’idea del cinema, rappresentazione della vita che ci permette di osservare noi stessi e di capire meglio chi siamo. La forza del cineasta riminese si trova qua: egli con i suoi film nutre il nostro insaziabile bisogno di comprendere noi stessi e lo fa con la potenza di un uomo che viveva per questo e che quando vide esaurirsi il materiale della vita, si spense, come racconta Sandra Milo: “Lui non voleva più vivere. Era un uomo fantastico che adorava il suo lavoro, ma nell’ultimo periodo era chiuso nel bagaglio di ricordi, gli stava mancando l’ispirazione che era la sua prima ragione di vita”.

Perché quindi parlare di Fellini nel 2020? Egli fu un visionario, un sognatore, perché questo era l’unico modo di soddisfare il suo bisogno di comprendere la vita, di cui dipinse i tratti in modo profondamente realista: forse nessun altro rappresentò come fece lui le bassezze, le miserie, le meschinità dell’essere umano, le sue debolezze, la sua fragilità, le sue contraddizioni. Fellini stesso racchiude questo concetto in una frase di poche parole: “Il visionario è l’unico realista”. Questo è il motivo per cui è necessario parlare ancora di Federico Fellini nel 2020: egli con le sue opere mise a nudo l’umanità di cui mostrò la vera natura attraverso la rappresentazione dei propri limiti. Una prova di ciò è  “8 e mezzo”, forse il suo film più famoso. Come mette in evidenza Oriana Fallaci, Fellini in “8 e mezzo” parla di se stesso. Ciò è chiaro, tutti i segni interpretativi lo suggeriscono: un esempio amaro del carattere autobiografico del film potrebbe essere costituito dall’infedeltà del protagonista, Guido Anselmi, che tradisce la moglie con Carla, interpretata da Sandra Milo, amante di Fellini per anni. Il regista riminese però ha sempre negato l’ipotesi che il film potesse essere letto in chiave autobiografica. Si perderebbe in questo caso, sostiene Fellini, l’universalità della vicenda umana da lui rappresentata. In realtà è proprio parlando di se stesso che Federico Fellini rappresenta tutti noi.

[b.r.]