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domenica, 14 Agosto 2022

Costa Deliziosa prende il mare. Un turismo fra le speranze di ripresa e la realtà

07.09.2020 – 10.09 – Costa Deliziosa prende il mare (ha lasciato il porto di Trieste ieri pomeriggio, attorno alle 18); un’immagine amata, quella delle navi passeggeri nel capoluogo giuliano, che oltre a un appuntamento che si ripete è un augurio per una vera ripartenza, anche se per l’anno prossimo, oramai: la stagione di quest’anno, per Trieste, si avvia alla conclusione. La rotta della Deliziosa è quella di una fine estate italiana: il turismo tutto nazionale è stato quello che ha in qualche modo tenuto, con un aumento (globale, per le agenzie di viaggi) delle prenotazioni, nell’ultimo periodo, anche fino al 400 per cento rispetto agli anni precedenti, nei quali le destinazioni lontane erano le preferite; la nave arriverà quindi in Sicilia facendo tappa nei porti meridionali del nostro mare, fino a Siracusa e Catania, e poi ritornerà a Trieste. Costa ha deciso di applicare le normative per la prevenzione del Covid-19 in maniera stringente, attraverso l’uso di un protocollo di sicurezza proprio e studiato da esperti (niente di troppo diverso da quanto già in atto da qualche tempo in ogni caso, con controllo della temperatura, distanziamento soprattutto nelle aree comuni a bordo, possibilità di immediato isolamento in presenza di un contagio).

Fra le normative di sicurezza e le problematiche del turismo, la Costa Deliziosa ha lasciato Trieste con un numero di passeggeri, 350, che non si avvicina neppure a un quinto di quelli che può comodamente far viaggiare: vederla partire è comunque importante. Nella speranza che le opportunità di crescita sui porti italiani alle quali Massimo Brancaleoni, vice presidente della struttura mondiale di vendita di Costa stessa, ha fatto riferimento, possano trasformarsi in realtà, pare difficile che riescano a compensare la mancanza di passeggeri per un’intera flotta passeggeri (e non solo di Costa, ma degli armatori alleati e concorrenti) fatta di unità estremamente grandi e pensate per un pubblico mondiale e per destinazioni non certo da mare Adriatico o Tirreno; unità che, se l’emergenza Covid-19 non diventerà presto un ricordo, non serviranno più.
A giugno, Italia e Spagna avevano riaperto le frontiere con la speranza di poter far ripartire il turismo; magari un po’ in ritardo e dopo aver saltato completamente il periodo di Pasqua, ma ancora in tempo per poter evitare, la stagione turistica 2020, di perderla completamente. Nello stesso periodo la Commissione Europea aveva presentato un pacchetto di linee guida e raccomandazioni per aiutare gli stati membri a rimuovere gradualmente le restrizioni ai viaggi. Ciò che è accaduto dopo è stato diverso: nel pieno dell’estate le frontiere sono state richiuse e i viaggi stessi, con gli obblighi imposti di quarantena e tamponi, sono ridiventati impossibili, in particolare da e per destinazioni molto popolari come la Grecia e la Croazia, messe nella lista nera dei paesi assieme peraltro a moltissime destinazioni extra UE (se non esplicitamente, implicitamente, a causa delle imprecisioni del Ministero della salute e la poca chiarezza delle procedure da seguire per tamponi, da pagare ottanta o novanta euro se fatti in strutture private per evitare i tempi d’attesa e l’auto-isolamento).

Che il turismo interno possa essere una buona opportunità per l’Italia, è fuori di dubbio; che esso possa raggiungere il volume d’affari precedente costituito da Italia più estero e impiegare un numero di addetti pari a quello che aveva visto un forte sviluppo proprio negli ultimi cinque anni, estremamente difficile. Le cifre sono infatti spietate: nel primo trimestre del 2020, il turismo era già sceso del 22 per cento; in marzo, del 57 per cento, con un successivo crollo fino al 75-80 per cento a seconda delle nazioni. C’era stata una lieve ripresa poi a giugno, interrotta dalle successive restrizioni (dati UNWTO). Per nazioni come la Spagna e l’Italia, che vedevano il turismo contribuire rispettivamente, nel 2019, per il 14 e 13 per cento del PIL (e per la vicina Croazia: oltre l’11 per cento del PIL, dati OECD) – con il 7 per cento (e in Spagna, il 9) della popolazione attiva impegnata proprio nel settore turistico (dati Eurostat) – si tratta di un disastro. Difficile dire se il turismo, con la gestione dell’emergenza Coronavirus, sia effettivamente cambiato per sempre; probabilmente no, lo si era già detto in aprile e maggio di altre cose e non è stato così; però la coda di ciò che sta accadendo, con alberghi chiusi, gite scolastiche dimenticate, niente crociere e lotta spietata alla ‘movida’, ci accompagnerà per diversi anni. Senza confini aperti, un volume – in affari e in addetti, ovvero posti di lavoro – per il turismo che si posiziona su un valore di un quarto rispetto a un anno fa, e probabilmente meno, per una durata di almeno sei o sette anni è uno scenario realistico; con le relative conseguenze. E rimedi immediati questa volta, a fiducia di chi viaggia già compromessa, non ce ne sono, se non un sostegno economico diretto e di lunga durata agli operatori del settore.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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