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venerdì, 9 Dicembre 2022

Parole desuete in pillole: la lingua italiana

27.08.20-08.00-Al giorno d’oggi, si sa, stanno prendendo sempre più piede i social e con essi si sta sviluppando una specie di linguaggio ‘geroglifico’, fatto di emoticons o faccine che riproducono in modo stilizzato le principali espressioni facciali umane che esprimono un’emozione. Questo tipo di linguaggio, così come le immagini o le brevi frasi – spesso sostituite da messaggini ‘vocali’- che ci scambiamo, stanno dando sempre meno spazio alla scrittura e alla lettura, condizionando fortemente la nostra capacità di esprimerci e pensare. Come non citare il famoso romanzo di George Orwell, “1984” che, parlando della “neolingua artificiale” commentava: “..è qualcosa di bello, la distruzione delle parole. […]Che bisogno c’è di una parola che è solo l’opposto di un’altra?[..]Prendiamo “buono”, che bisogno c’è di avere anche “cattivo”? “Sbuono” andrà altrettanto bene […] che senso hanno tutte quelle varianti vaghe e inutili : “eccellente”, “splendido”, e via dicendo? “Plusbuono” rende perfettamente il senso […]. Non capisci che lo scopo principale a cui tende la neolingua è quello di restringere al massimo la sfera di azione del pensiero? Alla fine renderemo lo psicoreato letteralmente impossibile, perché non ci saranno parole con cui poterlo esprimere […]. Tutta le letteratura del passato sarà distrutta: Chaucer, Shakespeare, Milton, Byron, esisteranno solo nella loro versione in neolingua […]. Anche la letteratura del partito cambierà, anche gli slogan cambieranno. Si potrà mai avere uno slogan come “La libertà è schiavitù”, quando il concetto stesso di libertà sarà stato abolito? […].”

Questa prefazione ha quindi lo scopo di introdurre le parole desuete, abbandonate o semplicemente dimenticate nella maggior parte dei nostri discorsi quotidiani. La rubrica affronterà ogni mercoledì alcune parole alla volta, a seconda dell’argomento trattato, confrontandone il significato e trovandone i sinonimi ed i contrari per poter ridare nuova vita e valore alle parole italiane, riscoprendone le sfumature più adatte ad esprimere sensazioni ed idee che ci appartengono. [Verranno riportate anche citazioni dai siti: “Una parola al giorno” e “TLIO”].

  • NESCIENTE (ne-scièn-te): voce dotta – ovvero ricercata, aulica – derivante dal latino “nesciens”, participio di “nescire” (scire=sapere; ne=negazione). Significato: “non sapere, non conoscere” ma anche “privo di istruzione e consapevolezza; sciocco; ignaro” per i casi di specificazione dell’oggetto fino a “in modo inconsapevole” per quanto riguarda il sostantivo con valore avverbiale. Il termine è antico ed è stato recuperato dal latino già attorno alla metà del Duecento, cent’anni prima del termine “ignorante”. Il termine si ritrova per la prima volta nel testo toscano “Lettere in prosa” di Guittone del 1294: “Unde, vedemo, non vale, ma disvale grandessa a vil e nescent’ omo, e disnor li porgie…” e successivamente nel “Novellino” del 1315. “Colui che ignora”, quindi, con accezione neutra e non negativa. Sinonimi: ignorante, ignaro. Contrari: colto, dotto sapiente. Esempio: Nesciente di ciò che era accaduto, si presentò sorridente a corte.
  • DESUETO (de-su-è-to): dal latino “desuescere”, un composto di de– (con valore negativo) e suescere (assuefare, assuefarsi). Significato: non più in uso, non avere più l’abitudine. Il termine è usato per indicare, in modo elegante, qualcosa che è “caduto in disuso”. Attenzione a non confonderlo con “inconsueto”: quest’ultimo, difatti, può essere usato come sinonimo di “insolito”, “poco comune,” “raro”. Il termine “desueto”, invece, va ad indicare qualcosa che era in uso ma non lo è più. Sinonimi: abbandonato, antiquato, dimenticato, superato. Contrari: abituale, adottato, usato, attuale. Esempio: Questo sentiero è ormai desueto: prendiamo quest’altro.
  • FORBITO da FORBIRE (for-bì-re): dal francone (lingua germanica occidentale) “forbian”, pulire, lucidare (le armi); probabile origine comune di “furbo” (colui che “ripulisce le tasche”), dal francese “fourbe” (ladro). Significato: un fare pulito, elegante, raffinato, curato nella forma; nitido o “pulire da”. Il significato originario del verbo -attestato nella nostra lingua a partire dalla seconda metà del XIII secolo- è anche in italiano quello di “pulire, illustrare, restituendo l’originaria lucentezza” con riferimento a oggetti di metallo, stoviglie o cristalli. Successivamente il significato si è esteso in riferimento a parti del corpo (Si forbì gli occhi), anche con il verbo in forma pronominale (forbirsi). In rari casi – dalla fine del Cinquecento – viene usato anche con l’accezione di “purificare, raffinare”. Come non citare la Commedia di Dante, dove ritroviamo questo termine nel canto del conte Ugolino (La bocca sollevò dal fiero pasto / quel peccator forbendola a’ capelli / del capo ch’elli avea di retro guasto [Dante, Inf. XXXIII, 1-3]). La prima attestazione si ritrova nel Pamphilus volg., c. 1250 (venez.). Per estensione, “forbito” può riferirsi a un linguaggio, ad uno stile o a una persona che parla o scrive con eleganza, curando la forma. Sinonimi: elegante, nitido, ricercato. Contrari: grossolano, rozzo, trascurato. Esempio: Il tuo parlar forbito è molto apprezzato nella nostra università.

I termini affrontati oggi riguardano proprio la tematica della lingua italiana. Quali parole riscopriremo la prossima settimana?

Michela Porta

 

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