Coronavirus, si diffonde di più tra i giovani? Sì, ma. Il rischio dei numeri fuori contesto

19.08.2020 – 16.29 – Titola da alcuni giorni a questa parte sui media e sulla stampa la notizia di un drastico calo dell’età dei soggetti risultanti positivi al Coronavirus: la situazione in agosto vedrebbe un aumento dei contagi in particolare tra le fasce di popolazione più giovane, cosa che ha lasciato tutti sorpresi (e aumentato la preoccupazione) vista la precedente preponderanza di casi nella fascia degli anziani. È effettivamente così?

Quando si parla di Coronavirus e di Covid-19, quella che balza spesso agli occhi è la mancanza di dati certi o perlomeno di statistiche disaggregate, che siano leggibili, dai cittadini, con facilità: e anche in questo caso, come in altri precedenti, i dati, letti più approfonditamente, mostrano qualcosa di diverso da quello che i media, forse per eccesso di semplificazione, riportano. Analizzando il report diffuso dall’Istituto Superiore della Sanità, è bene innanzitutto evidenziare che ad essersi abbassata non è l’età media, bensì l’età mediana: questa, in un set di dati, rappresenta l’età che divide il set stesso in due metà, con una metà delle età al di sotto della mediana e l’altra metà al di sopra di un dato valore. In sostanza, sul totale dei dati raccolti disposti in ordine crescente o decrescente, la mediana è il valore che occupa il posto centrale di quei dati. L’ultimo report dell’ISS indica che proprio quel valore, nell’ultima settimana (dal 3 al 9 agosto), si è spostato ed è intorno ai 35 anni.
Al contempo, all’interno del report viene anche riportato però che “l’età mediana dei casi confermati di infezione da SARS-CoV-2 segnalati dall’inizio dell’epidemia è di 60 anni“; l’abbassamento dell’età di cui si parla viene quindi considerato per settimana di diagnosi. Si osserva nel rapporto come a partire da fine aprile vi sia stato un trend in diminuzione, con un passaggio da oltre 60 anni nei primi due mesi dell’epidemia ai 35 anni nell’ultima settimana analizzata, con un notevole numero di casi di asintomatici.

Figura 1, le fasce d’età del contagio

Su un effettivo abbassamento dell’età dei contagiati, un quadro completo si potrebbe avere con quello che è e sempre dovrebbe essere l’elemento principale quando si leggono questi dati, ovvero il numero dei tamponi effettuati, che in questo caso andrebbero considerati suddivisi per fasce d’età. Quindi, sul totale dei tamponi, quanti sono stati quelli effettuati per ogni singola fascia d’età? E così per ogni singola settimana dall’inizio dell’epidemia a oggi. Se ad essere testati nell’ultimo periodo, infatti, fossero stati principalmente soggetti rientranti nelle fasce di popolazione più giovane o, più in generale, in quella considerata più attiva (quella sotto i 50 anni) e conseguentemente con maggiori probabilità di contrarre il virus, sarebbe, per logica, del tutto normale un abbassamento nell’età dei contagiati. Su questo dato, un’indicazione può essere rintracciata nel grafico (figura 1) riportato dall’ISS relativo al periodo dei prelievi per fasce d’età. Inoltre, lo stesso Istituto indica nella prima parte del report, relativamente all’aumento dei casi asintomatici, che esso è dovuto alle caratteristiche dei focolai – che vedono un sempre minor coinvolgimento di persone anziane – in parte ad un aumento significativo dei casi importati e in parte all’identificazione di casi asintomatici (in persone che non hanno sintomi e non si ammalano) tramite screening e ricerca dei contatti in fasce di età più basse, cosa che nel periodo da marzo a maggio compreso non veniva fatta.

In conclusione, senza sottovalutare il rischio legato al Sars-CoV-2 o fare a meno di osservare le principali misure di sicurezza e di prevenzione raccomandate dall’OMS per contenere la diffusione del contagio (lavaggio molto frequente delle mani, distanziamento e attenzione ai contatti fisici non necessari, uso delle mascherine in luoghi chiusi e/o affollati), sorge spontanea una domanda: con l’avvio delle cosiddette fasi “2” e “3”, con la fine (in maggio) del lockdown, e quindi con la ripresa delle attività lavorative e ricreative ed un inevitabile aumento in termini di spostamenti e di contatti tra le persone (in particolare tra quelle facenti parte delle fasce di popolazione più attiva dove, chi per lavoro e chi nel proprio tempo libero, tende ad uscire maggiormente di casa e quindi ad essere più esposto al rischio di contagio) – unito a un allargamento della base di test effettuati in via preventiva – un aumento dei contagi su tutte le fasce, come normale conseguenza del virus ancora presente nell’ambiente, era già stato previsto dalla comunità scientifica e non si tratta di una situazione che può essere definita emergenziale. Perché dovrebbe sorprendere, e perché darne la responsabilità ai giovani, minacciando altri lockdown? Oggi le persone guarite dal Coronavirus sono 15 milioni 121mila; fra i contagiati che si sono ammalati, 6 milioni e 420mila (il 99 per cento) presentano sintomi lievi o non tali da destare preoccupazione.

[n.p.][r.s.]

Nicole Petrucci
Nicole Petruccihttps://www.triesteallnews.it
Giornalista iscritta all'Ordine del Friuli Venezia Giulia. Direttrice responsabile

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