Cosa resta del virus, al di là del “non ne vogliamo più sapere”?

02.07.2020 – 15.19 – È il 31 dicembre e l’anno si conclude. Si tirano le somme dei giorni trascorsi, delle scelte fatte, della propria esistenza passata come se poi potesse essere scandita dal tempo cronologico. Si fantastica più o meno seriamente sui famosi “propositi per l’anno nuovo”. C’è chi legge l’oroscopo per quello a venire e c’è chi butta un occhio scettico su quello dell’anno appena passato. Perché, dopotutto, ci piace delegare al fato, alle stelle, al destino, alla religione o a qualsivoglia “Altro” che non ci riguardi le contingenze della nostra vita. Spesso ci ritroviamo il capodanno successivo ad accorgerci che non siamo stati capaci di concretizzare i nostri propositi. Ebbene, mi sono ritrovata a pensare a questa quarantena come ad un lunghissimo attimo di capodanno. È difficile tirare le somme di tutto ciò che il 2020 ha significato a livello psicologico e sociale per il mondo e credo che addirittura sia impossibile generalizzare un discorso che invece più di ogni altra cosa ha avuto delle ricadute soggettive personali. Ognuno di noi ha affrontato l’irripetibilità di questo evento in modo particolare: perché ognuno porta dietro di sé una propria storia singolare che nulla ha a che vedere con quella dell’altro. L’esperienza traumatica ha un effetto differente a seconda di chi si trova a viverlo perché è il romanzo soggettivo che la filtra.

Perché dico che l’evento è irripetibile? Non perché ci si possa attendere con certezza che sia tutto finito e non riaccada più ma perché quando e se risuccederà si tratterà di una “seconda edizione”. Non solo perché saremo già (più o meno) preparati a gestirlo (e questo esclude di per sé una parte della quota di imprevedibilità) ma anche perché esso non ci coglierà mai come nel suo primo tempo. Il trauma è uno e, come tale, può soltanto essere ripetuto. Nella ripetizione qualcosa insiste, ma allo stesso modo qualcosa non è più come prima. Perché c’è un nucleo di inelaborabilità nel trauma, quel “resto” a cui ho accennato nel precedente articolo: lo scarto che insiste al di là di ogni senso possibile e di cui ognuno deve potersene fare qualcosa. A marzo, quando la porta delle nostre case si è chiusa, ci siamo sentiti estromessi dal mondo, in una sorta di dentro e fuori. Quei giorni però si sono tramutati in mesi, un tempo sufficientemente lungo da metterci nella posizione di dover iniziare a costruire una diversa forma di vivere all’interno delle nostre stanze. La vita, da fuori, si è manifestata dentro, in un equilibrio sospeso ma in fin dei conti per molti rassicurante. Che cosa abbiamo fatto? Abbiamo risposto singolarmente al trauma, ognuno a proprio modo.
A maggio quella stessa porta si è finalmente riaperta e, con essa, ci siamo ritrovati a dover realizzare un’ancora nuova forma di vita, fatta di scelte e di rischi. Abbandonare di nuovo un modo di abitare il mondo per crearne un altro; tra chi cercava malinconicamente di tornare al 2019 e chi non riusciva a lasciare andare la sicurezza sudata in quegli ultimi mesi. Tra chi: “Che virus?!”; e chi: “State a casa!”. Ed in questo la lotta di ogni fazione verso l’altra non poteva che essere in parte la difficoltà che ognuno di noi ha nel dover affrontare il nuovo (di nuovo).

Ed ora? Nelle vie della mia città, ad uno sguardo superficiale, sembra tutto esattamente com’era un anno fa: bisogna quasi fare uno sforzo per ricordarsi che, l’altro ieri, eravamo costretti in casa e ben pochi potevano invece immaginare che una trentina di giorni dopo tutto sarebbe ripreso a scorrere “normalmente”. Perché? Più di qualcuno dice che “le persone hanno voglia di andare avanti”!
Ma cosa significa letteralmente “andare avanti”? Perché invece tutto ciò dà l’impressione che quello che sta accadendo sia l’esigenza di un “ritornare”. C’è qualcosa di male in questo? No. Ma chiedersi perché, questo sì, credo sia importante farlo.
Qualcosa della rimozione è entrato in atto in tutti noi. Rimuovere ciò che ci ha sconvolti per riaggrapparsi a ciò che c’era prima, come un incubo che al mattino non possiamo (e sottolineo “possiamo”) ricordare. Trauma e rimozione sono dunque concetti strettamente connessi; in una frase potremmo dire che si tratti del “non volerne sapere”, appunto. ”Come hai passato la quarantena?”, ci chiediamo ogni volta che incontriamo qualcuno. Ci impegniamo poi a raccontare che cosa abbiamo capito, che cosa vogliamo cambiare, che cosa vogliamo per il nostro futuro e che cosa non vogliamo più. Ma è davvero possibile rimanere fedeli a quegli stessi propositi quando abbiamo collettivamente e singolarmente rimosso, come un brutto incubo, gli scorsi interminabili mesi? E, nondimeno, è possibile far germogliare le nostre scoperte quando, così velocemente, siamo di nuovo incastrati nella stessa frenesia di prima?
Siamo tutti impegnati a chiederci che cosa “ci abbia insegnato la quarantena”. L’errore credo stia nel verbo “insegnare”. Un insegnamento presuppone l’acquisizione di un sapere, in questo caso direi un sapere su di sé e sul proprio modo di percepire l’esistenza.

Umberto Galimberti, tempo fa, ha rilasciato un’intervista nella quale afferma che la pandemia non ci abbia “insegnato un bel niente”. La sua è un’opinione condivisa da molti in effetti ma, anche qui, si può cogliere un errore sostanziale: è necessario distinguere tra “soggetto” e “comunità”. Per quest’ultima, ad uno sguardo superficiale, viene da pensare di no ma onestamente tutto è ancora troppo veloce e confuso per tirare delle somme. La comunità poi è, banalmente, la somma degli individui, dunque sarebbe più sensato chiedersi che cosa abbia comportato per il singolo. Perché è più facile guardare fuori dalla finestra e pensare che “la gente” non abbia capito un bel niente, diverso è invece chiedersi che cosa si abbia capito in prima persona. Lo sguardo giudicante sull’altro e sulla moltitudine è sempre una buona distrazione rispetto alle proprie di questioni, questo si sa. Non sono così pessimista però, penso che molti abbiano iniziato ad interrogarsi. Cominciare a farsi delle domande è però soltanto un presupposto per avvicinarsi a quel “sapere” di cui sopra. Mi chiedo anche se, a conti fatti, queste domande continuino ad evolvere, a moltiplicarsi e ad articolarsi tra loro quando il peso della rimozione rischia di proiettarci tutti ad un passato che dicevamo tanto di “non volere più”.
Dunque, al di là delle accuse ai poveri astrologi che non sono stati capaci di prevedere l’avvento del virus, credo che ognuno potrebbe fare lo sforzo di fermarsi e guardare a sé, non tanto ai propri “propositi per l’anno nuovo” ma alle proprie domande, per evitare che esse, come elegantemente dice una mia eccezionale collega “vengano ricacciate indietro, da quelle stesse dita che avevano grattato lo stucco dietro a cui erano nascoste”.

[e.p.][foto di Matteo Belic Petri]

[Elena Paviotti è nata a Trieste. Ha trascorso il periodo prima degli studi a Cervignano per poi tornare nella sua città natale, dove si è laureata nel 2012. Ha frequentato l’Istituito di Ricerca di Psicoanalisi Applicata diretto a Milano da Massimo Recalcati, ed esercita la professione a Trieste, seguendo l’orientamento psicoanalitico lacaniano. Fa parte inoltre dell’equipe Telemaco, associazione di promozione sociale che si occupa della clinica psicoanalitica dell’infanzia e dell’adolescenza. [email protected]]