Claudio Giacomelli, Trieste e i punti franchi del porto. Battaglia per l’extra doganalità

29.07.2020 – 16.23 – I punti franchi, e la possibilità non solo di potenziare ulteriormente l’infrastruttura logistica e lo sbarco e imbarco di merci nel porto di Trieste, ma anche di trasformarle attraverso lavorazioni, e quindi di aggiungere valore a quelle stesse merci per una successiva spedizione in altre nazioni extra europee; il tutto in un regime di extra doganalità che, giuridicamente, a Trieste spetta da tempo. Un fattore che è una chiave di volta, importantissimo per lo sviluppo del Friuli Venezia Giulia. Ma, dopo decenni di attesa, e l’iniziale euforia di qualche anno fa che era seguita a un cambio di passo, di nuovo nulla si muove; e il porto di Trieste, la messa in operatività dell’extra doganalità ancora l’attende. Di questo, dopo la recente audizione in Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, parliamo con il capogruppo di Fratelli d’Italia, Claudio Giacomelli.

Giacomelli, l’intervento in Consiglio regionale, sul quale lei, con Fratelli d’Italia, ha lavorato molto e con energia, ha voluto fortemente essere trasversale. Un segnale politico al Governo?

“Sì. Abbiamo voluto focalizzare l’audizione sull’extra doganalità del porto franco di Trieste sul manifatturiero. Dopo averla scritta, e prima di depositarla, abbiamo parlato con tutti i gruppi politici presenti in Consiglio regionale: dal Partito Democratico a Forza Italia, dal Movimento 5 Stelle alla Lega, chiedendo anche il coinvolgimento dei movimenti autonomisti. Abbiamo lavorato affinché tutti i gruppi di maggioranza e opposizione firmassero la richiesta di convocazione; non ricordo molti altri casi in cui questo sia avvenuto”.

Come mai, la trasversalità anziché un’azione solo di Fratelli d’Italia?

“Ci interessava, primariamente, che l’audizione non avesse un marchio o un’impronta politica, ma fosse di tutti. Devo dire con sincerità che ci sono stati un grande interesse e partecipazione. Mi ha fatto molto piacere trovare una risposta trasversale anche in termini di territorialità: in Consiglio regionale parliamo di Trieste come porto del Friuli Venezia Giulia, coinvolgendo Confindustria Udine e Pordenone. E le possibilità reali di sviluppo che la Regione ha con Trieste come suo porto vengono oggi pienamente comprese e condivise: l’intera regione è unita in questa battaglia”.

È un cambio di passo rispetto al passato, e il superamento di rivalità locali?

“Può essere l’inizio di quel pensiero comune, di livello regionale, che per il Friuli Venezia Giulia è fondamentale per reggere la competizione. Abbiamo davanti a noi sfide molto difficili: i trasporti, la questione dell’autonomia di un Veneto enormemente più grande di noi sia economicamente che demograficamente, e quindi politicamente. Trovarci stretti tra un Veneto autonomo, e un’Austria e una Slovenia fiscalmente molto più vantaggiose, potrebbe farci diventare il vaso di coccio fra vasi di ferro. Dobbiamo sfruttare tutte le opportunità che vengono dalla nostra storia e da un’autonomia pienamente giustificata”.

La vostra prima richiesta di discutere del porto di Trieste in Consiglio regionale era arrivata solo pochi giorni prima della questione della delibera Anac su Zeno D’Agostino.

“Si, l’avevamo fatto prima del caso creatosi con la decadenza ‘a posteriori’ di Zeno D’Agostino; poi, in accordo fra tutti i gruppi, abbiamo deciso, per quanto Mario Sommariva sia una pari autorità sulla questione, di aspettare il ritorno di D’Agostino stesso”.

La situazione della presidenza di D’Agostino è definitivamente risolta?

“Crediamo di sì. Non abbiamo sentito parlare di ricorso al Consiglio di Stato. Siamo intervenuti a sostegno di D’Agostino; e ora D’Agostino sta proseguendo con grande professionalità nel suo impegno, anche a livello internazionale, e non ha certamente, in questo, bisogno del nostro aiuto”.

La decadenza di D’Agostino aveva smosso, a Trieste, l’intera opinione pubblica; anche questo un caso con pochi precedenti.

“Il dato di fatto è che Trieste è molto attenta al suo porto. Però c’è anche un punto di domanda che, al di là dei lavoratori del porto e delle singole aziende coinvolte, e naturalmente del grosso apporto economico costituito dalla fiscalità del porto stesso, rimane: quello di Trieste è un porto che sta crescendo benissimo, ma quanto può aprire le sue possibilità economiche anche al resto della città”?

Cosa deve fare, per farlo?

“Ricordiamoci che in tutti i porti del mondo, non solo a Trieste, l’automazione sta sempre di più affermandosi nelle operazioni di carico e scarico dei container: non c’è più l’uomo, ma il robot, o meglio dove prima c’erano dieci uomini può bastarne uno. E l’automazione, con il cambio di modalità di lavoro che comporta, porta punti di domanda sul futuro dell’occupazione. Viste le aree che sono disponibili e le altre che si stanno liberando, e viste le possibilità straordinarie portate dall’extra doganalità, il fatto di attirare nuove aziende manifatturiere all’interno del porto di Trieste stesso – o anche: riattrarre aziende italiane che in questo momento fanno manifattura all’estero ma che stanno ora ragionando sul rientrare, anche a seguito dell’emergenza sanitaria verificatasi – è un’occasione che non possiamo perdere”.

È possibile, per il Sistema Italia, farlo in modo conveniente? Reggendo i costi?

“Naturalmente per il manifatturiero, indipendentemente dai vantaggi dell’extra doganalità, l’Italia non sarà mai strettamente concorrenziale sul costo del lavoro. Possiamo ragionare però su un prodotto finito e su un potenziale ‘made in Italy’ che è garanzia di professionalità e qualità. E innovazione. È un modo forte per attrarre non solo investitori internazionali, che sono alla finestra ad attendere che la situazione si sblocchi – noi siamo convinti di questo – ma anche di sviluppare un’economia triestina e regionale, oggi e in futuro, che non sia strettamente legata alla sola portualità in senso stretto. Apre delle possibilità economiche e di occupazione notevoli. Ed è in fondo il grande segnale che proprio Zeno D’Agostino sta dando da un po’ “.

Giacomelli, dall’audizione che cosa è veramente emerso? Perché nulla si muove ancora, manca l’attenzione del governo?

“Devo dare atto al Ministro per lo sviluppo economico, Stefano Patuanelli, di essersi impegnato molto. Al di là di illustrare i vantaggi dell’extra doganalità del porto, una cosa molto importante emersa dall’audizione è chi sia quello che possiamo chiamare ‘l’avversario’. E l’avversario del porto di Trieste è l’ufficio legislativo del Ministero di economia e finanza. Devo, dobbiamo prendere atto che nonostante l’impegno sull’extra doganalità per Trieste di tutti i partiti della regione Friuli Venezia Giulia e anche di un ministro, e dei deputati dei partiti che reggono questo governo, non si sta ancora andando da nessuna parte”.

Come vive questa situazione?

“La definisco inquietante. È la sensazione che mi ha lasciato l’audizione. Ci si domanda dove stiano, e quali siano, i reali blocchi e le ragioni dell’immobilità. Sicuramente Zeno D’Agostino li ha apertamente e pubblicamente indicati”.

Non si può quindi neppure più parlare di una questione politica, ma piuttosto di una impasse burocratica?

“Siamo di fronte a qualcosa e qualcuno che si oppone, da Roma, all’extra doganalità del porto di Trieste in un modo forte. E la grande domanda che dobbiamo farci sempre è: come si stanno muovendo gli altri porti italiani? Guardano con diffidenza alle possibilità di Trieste”.

Porti italiani che ‘remano contro Trieste’?

“È una delle problematiche. Abbiamo visto però, in piena emergenza sanitaria Covid, il governo sloveno varare una legge per dimezzare le tariffe portuali del porto di Capodistria, con una finestra temporale estesa fino a settembre di quest’anno e prorogabile. E nei media e sulla stampa slovena si è parlato apertamente del problema della forte concorrenza del porto di Trieste. È chiaro che, da questo punto di vista, la resistenza interna italiana a Trieste non è costruttiva per il paese. Non voler trattare Trieste in un modo particolare, ma preferire l’equilibrio fra tutti i porti nazionali, vuol dire che non ci si muove. E se nulla si muove, Trieste non può sfruttare le sue opportunità. Eppure, l’extra doganalità per Trieste non è una cosa nuova, ma la richiesta del riconoscimento di un diritto che deriva direttamente dall’Allegato VIII del Trattato di Pace. Quello che accade è che in sede di comunicazione delle zone extra doganali l’Italia non ha inserito Trieste. Se fino a sei mesi fa si parlava di modifiche legislative, oggi si parla di una semplice comunicazione. Però qualcuno deve farla. Proprio per questo abbiamo scelto non la strada di una lettera del presidente Massimiliano Fedriga, ma una mozione condivisa e sottoscritta da tutti i gruppi politici. Attraverso questa mozione il presidente Fedriga avrà poi uno strumento forte e trasversale fra tutti i partiti per poter proseguire la sua azione. Dopodiché, occorre che l’attuale governo ascolti”.

È quasi inedita anche una posizione di Fratelli d’Italia che richiama il Secondo dopoguerra di Trieste e il Territorio Libero.

“A volte fa strano vedere Fratelli d’Italia che parla di Allegato VIII, di Seconda Guerra Mondiale e poi di porto franco; si. Qualcuno ha anche sorriso su questo. Per noi, però, non ci sono tabù. Si tratta di una norma vigente: non è certo l’indipendentismo triestino per noi il punto chiave. Non ci sono dubbi che l’extra doganalità sia un diritto che Trieste ha, riconosciuto internazionalmente; così come non ci sono dubbi sulla sovranità italiana sul porto di Trieste stesso”.

Lei è stato molto vicino e attendo anche al problema rappresentato da una eventuale subordinazione delle dogane triestine a quelle di Venezia.

“Vediamo come finirà, perché anche questo è un punto importante. Teniamo ben presente che non si tratta solo di una questione di dirigenza o tutela di una ventina di lavoratori: ci sono aziende che hanno dialoghi quotidiani con le dogane. Se queste aziende vengono costrette a interfacciarsi, in prima persona, con le dogane di Venezia, prima o poi diventa giustificato aprire una sede a Venezia. Inoltre, e questo si lega alla questione dell’extra doganalità, ci vuole un’alta specializzazione. Cosa che a Trieste abbiamo”.

Il porto non è in grado di assorbire tutti i lavoratori in uscita da altre realtà, come quella della Ferriera di Servola; questo è già stato chiarito.

“Il porto ha già dato molta disponibilità; non può però essere una risposta totale alle grandi crisi industriali e occupazionali dell’area della Venezia Giulia. E come abbiamo detto l’automazione eroderà ancora un’altra parte di posti di lavoro: accade in tutti i porti mondiali. Il manifatturiero rimane quindi una risposta: non sappiamo ancora come sarà il mondo post-Covid, ma vediamo il manifatturiero in regime extra doganale a Trieste come una possibile certezza. Fondamentale per l’occupazione. Nel momento in cui la situazione si sblocca, a lavorare si inizia con rapidità. È necessario tenere alto il valore delle nostre imprese, e allargare il prima possibile a tutta la città i benefici del porto. Ci sono degli aspetti molto interessanti a Trieste anche in termini di stoccaggio di merci, come ad esempio l’Iva in regime di punto franco e le anticipazioni di liquidità, che coinvolgono tutto il Friuli Venezia Giulia. Penso al manifatturiero del Friuli, penso a quello del pordenonese ma non solo”.

Ci sono delle buone speranze?

“È necessario essere concreti e pronti: un minimo di ottimismo c’è. Anche pensando alle elezioni comunicali dell’anno prossimo: Trieste è una città importante. E può avvalersi anche dei partner internazionali per cercare di sbloccare quello che è fermo da troppo tempo.

In che modo?

“Mi spiego: per il porto di Trieste si è parlato a lungo nei mesi scorsi della Cina e della Nuova Via della Seta – e su questo, Fratelli d’Italia ha assunto a Trieste una posizione eterodossa; ad oggi però denaro e investimenti cinesi ancora non ci sono, si parla di futuro e di possibilità. Ci sono invece fortissimi interessi e investimenti concreti dal centro Europa: in particolare Ungheria e Germania. Se la via di Roma, nonostante l’accordo di tutti i partiti del Friuli Venezia Giulia, non dovesse funzionare, credo che validi alleati potrebbero essere in Europa proprio il governo ungherese e quello tedesco”.

Un ritorno al passato storico di Trieste?

“Non sono di questa opinione. Va visto come una novità, non solo come un ritorno al porto della Trieste degli Asburgo, che viveva peraltro già un inizio di crisi prima della Prima Guerra Mondiale. È una nuova Trieste, non una Trieste dell’Impero”.

Il governo ungherese, però, viene additato quasi ogni settimana come un esempio da non seguire in termini di democrazia.

“È il governo di Victor Orban, ed è un paese Visegrad: c’è quindi un forte confronto con le altre personalità politiche che costituiscono l’Unione Europea. La situazione politica interna ungherese viene usata come un martello dal centrosinistra, e diventa uno strumento di politica interna italiana. Vorrei però ricordare che abbiamo una bilancia commerciale con l’Ungheria già straordinariamente interessante, che gli investimenti ungheresi nel porto di Trieste sono una realtà e non un’ipotesi, e che dopo Austria e Germania gli ungheresi sono i terzi come presenza turistica in Friuli Venezia Giulia. Peraltro poi vengono la Repubblica Ceca e la Slovacchia, e dopo i Paesi Bassi la Polonia, ancora un paese Visegrad”.

Proprio non posso strapparle il nome di un candidato sindaco di Fratelli d’Italia alle elezioni comunali triestine?

“No, perché restiamo sulla posizione già espressa, inizieremo a parlare di sindaco soltanto ad ottobre. Il momento è molto difficile, oggi ci stiamo concentrando su altri temi, soprattutto sull’emergenza economica che segue quella sanitaria. Non abbiamo mai detto che non vogliamo Roberto Dipiazza come candidato sindaco: fino ad ottobre, però, non ne vogliamo parlare. Oggi Trieste ha molto più bisogno di un sindaco che di un candidato sindaco”.

I suoi impegni politici per le prossime settimane?

“Ora ci concentriamo sull’extra doganalità del porto, sulla logistica e sulle dogane: sono la battaglia. Su tutto il resto naturalmente ci siamo. La battaglia del porto è molto più efficace se è una battaglia trasversale e condivisa da tutte le forze politiche, non solo di centrodestra. E così intendiamo proseguire”.

E il turismo dopo la pandemia, Giacomelli? Si riprenderà?

“Sul turismo in Friuli Venezia Giulia, oggi dobbiamo lavorare molto. E aspettare”.

Fratelli d’Italia è ancora in crescita nei sondaggi, con ancora un raddoppio rispetto a solo pochi anni fa. L’avrebbe immaginato, nei giorni del congresso a Trieste del 2017?

“Ne sono naturalmente felice, e ho visto anch’io il sondaggio del Corriere della Sera. Fratelli d’Italia fa proposte concrete e vuole fare buona amministrazione. Ciò che ci preoccupa, e l’ha detto meravigliosamente Giorgia Meloni, è che non abbiamo nessuna intenzione di farci usare. La stampa, con un’editoria italiana che è fondamentalmente e tradizionalmente di centrosinistra, tende a usare i sondaggi su Fratelli d’Italia, in particolare quelli che espongono una crescita di preferenze, come leva per creare frizioni all’interno del centrodestra. Esattamente come fu fatto con Matteo Salvini contro Berlusconi. Non si parla quindi di un centrosinistra che è in calo, o dei partiti di governo in difficoltà, ma si parla dei dati di Fratelli d’Italia in contrapposizione alla Lega o a Forza Italia, in una sorta di competizione interna nella quale gli alleati ora all’opposizione dovrebbero guardarsi proprio da Fratelli d’Italia e non dal Movimento 5 Stelle o dal Partito Democratico. Non è così”.

Ma l’avrebbe immaginato, un raddoppio? In soli tre anni?

“Ho aderito a Fratelli d’Italia quando il partito aveva l’1,7 per cento, e in tanti mi hanno dato del matto. Fu invece una scelta di cuore. Mi aspettavo che, prima o poi, un’esplosione di preferenze ci fosse: l’approccio di Giorgia Meloni alle grandi questioni, il lavoro che fa, la sua coerenza, il fatto di mettere in primo piano i problemi degli italiani. Tutto questo, prima o poi, al successo nelle preferenze avrebbe portato. Sentivo forte l’interesse nelle persone. È accaduto oggi, ed è un momento molto interessante, in cui le preoccupazioni economiche sono enormi. La crescita di Fratelli d’Italia è vera proprio perché non è solamente ideologica. Gli italiani si rendono conto di avere, in uno dei momenti peggiori della loro storia, sicuramente di due cose: di avere il governo peggiore della storia, e dell’affidabilità di Fratelli d’Italia e di Giorgia Meloni”.

[r.s.]