Passato Prossimo: Quando il male minore diventa un totalitarismo incompiuto. Con Raoul Pupo

15.07.2020 – 11.00 – È il 28 ottobre 1922, una manifestazione di poche decine di migliaia di cittadini, in camicia nera e fez e armati in modo approssimativo, arriva alle porte di Roma. Chiedono che il nuovo movimento politico emerso nel centro-nord negli ultimi tre anni, il fascismo, prenda le redini dello Stato; ma che Stato? La democrazia parlamentare è agonizzante: il governo retto dal liberale Luigi Facta, sostenuto come da una fragilissima alleanze tra partito popolare cattolico, socialisti riformisti e liberali, è caduto due giorni prima. Di fronte all’ingovernabilità del paese e alle pressioni popolari che prendevano corpo in quella che sarà poi ricordata come la “Marcia su Roma“, il re Vittorio Emanuele III si trova a dover prendere una decisione. Ha la facoltà di mobilitare l’esercito regolare, di stanza nei pressi della capitale e superiore per armamenti e organizzazione ai manifestanti, ma non dichiara lo stato d’assedio, e i manifestanti entrano in città. La sera di quello stesso 28 ottobre Benito Mussolini viene incaricato di formare un governo, è il primo passo verso la trasformazione del fascismo da movimento politico a regime totalitario.

La “Marcia su Roma”, stando a Patrizia Dogliani (“Il fascismo degli italiani”, Torino, UTET, 2008), “fu accompagnata da numerosi fatti d’armi e di violenza in centri minori. Non si trattò di un colpo di Stato, bensì della minaccia di attuarlo”. La posizione di vertice del fascismo si rafforza due anni dopo, in occasione dell’omicidio del deputato socialista Matteotti. Dalla crisi di governo innescata dalla scoperta del cadavere, la leadership di Mussolini esce rafforzata e un anno dopo inizia il percorso delle “leggi fascistissime“, che modificano profondamente l’assetto istituzionale dello Stato, ancora basato sullo Statuto albertino, mantenuto da lì in poi nella forma ma svuotato nella sostanza. L’Italia da monarchia parlamentare diventa una dittatura: le libertà di parola, stampa e opinione politica vengono eliminate, l’unico partito legale rimane quello fascista e a guidarlo è colui il quale da adesso in poi viene chiamato da tutti Duce. Sono i primi passi di un regime che nel ventennio successivo, terminato solo il 25 luglio 1943 con la destituzione e l’arresto di Mussolini, assume il controllo di tutte le strutture amministrative e statali, porta l’Italia in guerra in Etiopia, Libia e Spagna, per poi avvicinarsi, a metà anni Trenta, all’altro totalitarismo europeo, il nazismo tedesco, e sulla sua scorta emettere nel 1938 le leggi razziali. L’annuncio di queste leggi e del loro contenuto sarà reso noto a Trieste, il 18 settembre.

28 ottobre 1922, Marcia su Roma. Ci possono essere delle connessioni tra questa e l’impresa di Fiume?

“A Fiume si trattò di una ribellione militare, mentre la Marcia su Roma fu fatta da privati cittadini. Questi si erano mobilitati contro lo Stato, ma lo Stato era contro di loro? La Marcia su Roma non fu un colpo di Stato, perché non c’era nessuno a difendere lo Stato; fu semmai una crisi extraparlamentare sotto minaccia, perché lo Stato liberale si era già suicidato”.

Arrivata la manifestazione fascista alle porte di Roma, il re poteva dare ordine all’esercito di intervenire per disperderla, ma non lo fece. Perché Vittorio Emanuele III non decretò lo stato di assedio?

“Non c’è una risposta definitiva, di certo voleva evitare una guerra civile. Dal punto di vista dell’ordine pubblico l’esercito non avrebbe avuto difficoltà a sconfiggere il fascismo, ma quali alternative politiche ci sarebbero state? Si tenga presente che all’epoca, dopo la caduta del primo governo Facta, il Parlamento non era stato in grado di esprimere un altro presidente del Consiglio, quindi lo stesso Facta fu richiamato dopo essere stato poco prima sfiduciato. Era evidente che la classe dirigente liberale non era più in grado di governare e il fascismo riempì quel vuoto. Mettiamoci nei panni del re: una guerra civile avrebbe portato al vuoto, oppure alla suggestione (col senno di poi improbabile) di una alleanza tra Partito Popolare e ciò che restava del riformismo socialista, entrambe forze fino agli anni Venti ritenute avversarie dello Stato liberale. Vittorio Emanuele III si illuse di poter usare l’esuberanza fascista per zittire socialisti e cattolici, quelli che allora venivano chiamati ‘i rossi e i neri’, e poi assorbirla nello schieramento liberale”.

La svolta successiva verso un regime totalitario avvenne nell’estate 1924, dopo l’omicidio Matteotti: come fu vissuta la crisi a Trieste?

“Trieste all’epoca era diventa fortemente periferica. La città fu importante fino alla fine della trattativa con la Jugoslavia, perché ci si aspettava potesse partire da qui l’innesco di qualcosa che avrebbe cambiato gli scenari italiani, ma non ciò si verificò. Per questo Mussolini inizialmente investì molto su questa zona, facendo assumere a Trieste un ruolo importante; poi però, fallita l’avventura dannunziana, quando scoppiò lo squadrismo della pianura padana, il baricentro mussoliniano si spostò decisamente a ovest. Il fascismo giuliano diventò secondario e lo stesso Francesco Giunta perse posizioni, abbandonando l’opportunità di essere ricordato come uno dei grandi ‘ras’ del regime. Durante la crisi Matteotti a Trieste, come in molte altre parti d’Italia, gli antifascisti, i benpensanti ed i fiancheggiatori pentiti mostrarono riprovazione e scrissero parole di fuoco, ma rimasero ad attendere che il fascismo implodesse da solo oppure che il re invitasse Mussolini a farsi da parte. Invece nessuno si mosse e poi arrivarono le leggi fascistissime”.

Come fu vissuta a Trieste l’ascesa del partito nazionalsocialista in Germania, tra 1933 e 1934?

“In modo contraddittorio: gli ex irredentisti nazionalisti, una corrente all’interno del PNF triestino che facevano riferimento a Fulvio Suvich, uomo delle Assicurazioni Generali, videro l’affermazione nazista come un serio pericolo e cercarono di scongiurarlo”.

Perché?

“ll partito nazionalsocialista propugnava il ritorno a una ‘Grande Germania’, che annettesse l’Austria e fosse capace di costruire una salda egemonia sull’Europa danubiana, cioè sul retroterra del porto di Trieste, che in questo modo sarebbe rimasta completamente tagliata fuori dai traffici. Suvich nella sua veste di sottosegretario agli esteri cercò in ogni modo di impedire l’Anschluss, l’annessione dell’Austria. Tuttavia, per ragioni non riguardanti la Venezia Giulia, Mussolini scelse di avvicinarsi alla Germania e l’opzione in difesa dell’indipendenza austriaca venne accantonata. Nella fase successiva, si creò a Trieste un piccolo nucleo fascista antisemita filotedesco, composto da un’alleanza tra il gruppo vicino a Giunta e la componente filonazista e antisemita del fascismo locale, che diede vita anche ad un centro studi del problema della razza. Questi gruppi erano in stretto contatto con il consolato tedesco e dopo l’8 settembre 1943, durante l’occupazione tedesca, costituirono il nucleo portante del fascismo repubblicano a Trieste”.

Trieste ebbe però ancora un momento di risalto nazionale il 18 settembre 1938 quando Mussolini annunciò qui il contenuto delle leggi razziali. Perché la scelta di presentarle proprio a Trieste?

“Mussolini venne a Trieste per controbilanciare la notizia del recente Anschluss, che significava per la città la fase terminale della sua crisi. Dopo che la Germania aveva riunito l’entroterra tradizionalmente triestino, l’Italia e Trieste erano escluse dagli scambi dell’area danubiana. C’era quindi bisogno di dimostrare una ininterrotta vitalità italiana sul fronte orientale. Dopodiché la scelta di annunciare le leggi ebraiche a Trieste probabilmente va messa in relazione con la forte comunità ebraica presente”.

Cosa comportò la loro applicazione a Trieste?

“Buona parte della classe dirigente cittadina era ebrea o in qualche modo connessa all’ambiente ebraico (anche l’allora podestà, Enrico Paolo Salem, era ebreo). La scelta delle leggi razziali fu assunta da Mussolini anche come un tentativo di rimescolare le carte all’interno del PNF, la cui situazione all’epoca era di morta gora. A Trieste l’applicazione delle leggi significò la decapitazione del partito locale e un ricambio completo della classe dirigente, uno scossone che destituì tra gli altri il podestà, il direttore del Piccolo, i vertici delle assicurazioni”.

Si trattò di un vero e proprio pogrom?

“Pogrom no, perché non ci furono devastazioni materiali. Le leggi razziali comportarono danni pesantissimi per la città, perché l’élite ebraica era il cuore della classe dirigente triestina. Come sempre in queste crisi ci fu chi ci guadagnò, sta di fatto che la componente dirigenziale più tradizionale fu emarginata. Le conseguenze invece sulla popolazione ebrea furono gli stessi di tutta Italia”.

Mussolini decise di stendere le leggi razziali italiane a rimorchio di quelle naziste?

“In parte sì, ma anche per fare un passo verso quella che alcuni storici chiamano la ‘svolta totalitaria’ del fascismo. Quello fascista fu chiamato, con un termine coniato da Mussolini, un ‘totalitarismo’, ma di fatto non fu un totalitarismo completo, perché in Italia, a differenza dei regimi hitleriano e staliniano, dovette convivere con la Chiesa e la Corona. Si trattò quindi di un totalitarismo ‘in condominio’. Ci fu un tentativo nella seconda metà degli anni Trenta da parte di Mussolini di rincorrere la Germania, su due fronti: in politica estera, con un orientamento revanscista contro inglesi e francesi, e in politica interna con una ulteriore svolta in senso totalitario. Non potendo insidiare l’autorità del re e del Vaticano, con le leggi razziali Mussolini rimescolò le carte all’interno del partito”.

Il fascismo fu un totalitarismo imperfetto.

“Meglio non usare termini come ‘totalitarismo perfetto-imperfetto’. In un suo libro, Emilio Gentile sostiene che non esistono regimi perfetti, perché perfetti sono solo i modelli. Più corretto è parlare di totalitarismo incompiuto e quello fascista certamente lo fu, non perché gli mancasse la voglia, ma perché sulla sua strada rimasero la monarchia e la chiesa”.

[d.g.]