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domenica, 25 Settembre 2022

Sanificazione: lo shopping dopo l’emergenza

24.06.2020 – 10.00 – Con la riapertura delle attività commerciali l’Italia si è ormai avviata verso un lento e graduale processo di ritorno alla “normalità”, la cui sicurezza vuole essere garantita attraverso la messa in campo, da un lato, di misure quali il distanziamento interpersonale, l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale e l’igienizzazione delle mani e, dall’altro, in particolare per quanto concerne la riapertura delle attività commerciali, attraverso specifiche procedure di sanificazione. Tra queste i negozi di abbigliamento rappresentano certamente un caso peculiare; quali sono esattamente le operazioni richieste? Ne parliamo con Edoardo Fabiani che con la sua impresa, Omniservice, opera da molti anni nel campo della pulizia e della disinfezione.

“Innanzitutto”, precisa Fabiani, “genericamente ‘sanificazione’ è sinonimo di pulizia più disinfezione. Va quindi fatta una distinzione: l’attività di pulizia è l’operazione che consente di eliminare lo sporco dalle superfici, in modo da renderle visibilmente pulite. L’attività di disinfezione è il complesso dei procedimenti atti a disinfettare le superfici ambientali mediante la distruzione o inattivazione di agenti patogeni”. Si sottolinea quindi “che la sola pulizia (detersione), anche se correttamente eseguita, non è sufficiente a garantire la totale eliminazione degli agenti patogeni, i quali aderiscono tenacemente alle superfici, anche quelle apparentemente più lisce. La fase di disinfezione è, quindi, sempre indispensabile per consentire l’efficace abbattimento della carica patogena negli ambienti e sulle attrezzature”.

Nello specifico, con la circolare n. 17644 del 22 maggio 2020 da parte della Direzione Generale della Prevenzione Sanitaria del Ministero della Salute vengono chiariti alcuni punti e date informazioni precise in merito a quelle che sono le misure necessarie per i negozi di abbigliamento in particolare, dove viene specificato che “dopo la ripresa dell’attività, per gli ambienti chiusi sottoposti a notevoli afflussi di pubblico e contenenti materiali con esigenze di disinfezione aggiuntive per i capi di abbigliamento, è opportuno programmare trattamenti giornalieri, o comunque a cadenza regolare definita”.

Per prima cosa, il rispetto di alcune buone prassi da parte dei clienti, come ad esempio l’uso di guanti e dispenser con gel idroalcolici all’ingresso delle cabine di prova, o ancora l’impedire il contatto con la merce esposta senza guanti, non solo permette di potenziare gli effetti della sanificazione periodica dei locali ma, al contempo, unitamente a quest’ultima, contribuisce a limitare la diffusione del virus (anche nel caso in cui nei negozi di abbigliamento venisse offerta la possibilità di indossare il capo per provarlo).

Per quanto riguarda invece la sanificazione, per i camerini (pulizia e disinfezione delle superfici esposte) essa viene prevista in ragione della frequenza del loro utilizzo.
Per quanto concerne invece gli abiti, il vapore secco sembra essere il metodo più consigliabile per la loro sanificazione. L’utilizzo di prodotti chimici è scoraggiato per motivi legati alla stabilità dei colori, nonché alle caratteristiche delle fibre ed al potenziale impatto eco-tossicologico. Le radiazioni ionizzanti sono difficilmente esportabili a livello di attività commerciale; in questo caso le lampade UV-C potrebbero essere un buon compromesso per costo-efficacia e rapidità d’uso, tuttavia esse non sono utilizzabili per tutti i capi d’abbigliamento (ad esempio è sconsigliato per la biancheria trattata con sbiancanti ottici e per abiti in fibre naturali dai colori accesi o intensi). Infine, il lavaggio dei capi, sia in acqua con normali detergenti oppure a secco presso le lavanderie professionali, sarebbe certamente una buona prassi in grado di rispondere alle esigenze di sanificazione, tuttavia essa rappresenta un processo di manutenzione straordinario.

Tutte operazioni che per essere messe adeguatamente in pratica richiedono chiaramente un costo sia in termini di tempo che di denaro. Di cosa sarà quindi necessario munirsi per poterle mettere in pratica? “Di tanta pazienza” anticipa Fabiani, perché “ormai dobbiamo capire che il normale stile di vita a cui eravamo abituati non esiste più”.
Per quanto riguarda i costi, spiega ancora, essi potrebbero variare da alcune decine di euro, come nel caso della disinfezione in proprio, fino a migliaia di euro, come nel caso di imprese con dipendenti. Per quest’ultime il consiglio è l’ausilio di imprese certificate e il rilascio (anche se non richiesto) di un attestato di avvenuta disinfezione, che conterrà la data certa dell’intervento, i dati dell’impresa che effettua la sanificazione, l’autorizzazione, e le fasi dell’intervento.

E in termini di tempo? Quando potrebbe richiedere la sanificazione degli ambienti e dei capi d’abbigliamento? In quest’ultimo caso la questione potrebbe rivelarsi più complicata del previsto. “Facciamo un esempio: entra un cliente e giustamente vuole provare un paio di vestiti; poi ne arriva un altro e un altro ancora. Il camerino ed i vestiti andrebbero tutti disinfettati e, se consideriamo che il disinfettante deve agire per minimo 5-10 minuti, possiamo già immaginare quanto sarà il tempo necessario da dedicare per mettere in pratica queste operazioni”.

Da un punto di vista pratico, invece, quali sono le azioni di pulizia e disinfezione, nonché i prodotti da utilizzare? “Pulire accuratamente con acqua e detergenti neutri superfici, oggetti e così via”. Spiega ancora Fabiani, “disinfettare con prodotti disinfettanti con azione virucida, autorizzati; garantire sempre un adeguato tasso di ventilazione e ricambio d’aria”. Per quanto riguarda i prodotti invece:

  • Per le superfici in pietra, metalliche o in vetro escluso il legno: detergente neutro e disinfettante virucida – sodio ipoclorito 0,1 per cento o etanolo (alcol etilico) al 70 per cento o altra concentrazione, purché sia specificato virucida;
  • superfici in legno: detergente neutro e disinfettante virucida (contro i virus) a base di etanolo (70 per cento) o ammoni quaternari (es. cloruro di benzalconio; DDAC);
  • servizi: pulizia con detergente e disinfezione con disinfettante a base di sodio ipoclorito almeno allo 0.1 per cento sodio ipoclorito;
  • tessili (es. cotone, lino): lavaggio con acqua calda (70°C-90°C) e normale detersivo per bucato; in alternativa: lavaggio a bassa temperatura con candeggina o altri prodotti disinfettanti per il bucato.

Infine, se da un lato la responsabilità del rispetto delle misure di igiene e sicurezza è di chi ha e gestisce l’attività, dall’altro, è bene che anche gli stessi utenti, oltre che le specifiche misure di igiene e sicurezza, seguano alcuni accorgimenti semplici ma fondamentali. “Lavarsi le mani spessissimo” conclude Fabiani “a mio avviso è il protocollo numero uno da seguire. E sopratutto mai mettersi le mani in bocca, naso e occhi“.

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