Marianna Madia contro i videogiochi; eppure, è un business da miliardi

16.06.2020 – 16.01 – Che una parte della politica italiana non sia amica dei videogiochi non è notizia di oggi: la campagna contro il genere fantastico, ad esempio, è cosa antica, e l’ostilità diffusa abbraccia uno spazio temporale che va dagli anni del ‘Signore degli Anelli’ di Tolkien etichettato come libro fascista e quasi introvabile nelle librerie (se non negli scaffali più bassi), alla crociata contro i giochi di ruolo degli anni Novanta, a Carlo Calenda che definisce gli appassionati di giochi per computer persone a rischio di “incapacità di leggere, giocare e sviluppare il ragionamento” (sic). Non fa niente se gli studi hanno dimostrato, in ormai quarant’anni, ampiamente il contrario, ovvero la capacità dei videogiochi di stimolare proprio la fantasia e inventiva nei bambini e nei ragazzi, e anche di aiutare, quando il contesto è quello giusto e c’è la guida del genitore, chi ha difficoltà di socializzazione ed espressione a legare con gli altri e ad esprimersi.

Ma i videogiochi non sono solo questo, sono un settore di business miliardario e questa aperta opposizione politica l’Italia l’ha pagata anche in termini economici: l’ultima puntata della saga è quella appena iniziata con Marianna Madia, impegnata nel tentativo di cancellare, con un emendamento, il capitolo del Decreto Rilancio dedicato all’FPF, o First Playable Fund: si tratta di quattro milioni di euro (che rischiano di scomparire subito dopo essere apparsi) che dovrebbero andare a finanziare programmatori e sviluppatori italiani di software del settore personal computer, console o tablet e smartphone. Di norma, quando parliamo di videogiochi, in questa fascia di lavoratori troviamo i più giovani, spesso ragazzi e ragazze (ebbene sì, i videogiochi non sono più solo un mondo di maschietti ‘nerd’) ancora studenti che cercano di sviluppare la loro impresa e inseguire il loro sogno, e i game designer più esperti che nella produzione indipendente hanno continuato e continuano a credere. Il finanziamento a fondo perduto che il Partito Democratico ritiene non utile è stato studiato dal Ministero per lo sviluppo economico, guidato da Stefano Patuanelli, e in particolare da Mirella Liuzzi del Movimento 5 Stelle, e in questo momento di crisi potrebbe dare sollievo a chi continua a operare nel settore dei videogiochi italiani coprendo il 50 per cento delle spese ammissibili per un importo fra 10mila e 200mila euro per ciascun progetto del quale venga realizzato un prototipo; fino a un paio d’anni di lavoro, quindi; e non è poco, vista la capacità che i progettisti e gli sviluppatori di giochi italiani hanno di stupire il pubblico nel momento in cui sono messi in grado di farlo.

È troppo, e proprio adesso? Niente affatto. Non è solo una questione di giovani, ma di denaro e di lavoro: si tratta di un settore che permette utili molto elevati, e vede protagoniste attività economiche a valore aggiunto molto alto (coperti i costi di sviluppo, prototipazione e test, un videogioco che ‘tira’ è in grado di creare un indotto grandissimo, di marginare molto e di creare posti di lavoro sia in maniera diretta – ovvero altri programmatori, designer e sviluppatori – che indiretta anche in campo artistico, basti pensare, se immaginiamo un gioco d’avventura, alle voci dei personaggi e quindi a fonici e doppiatori, oppure alla grafica di supporto e quindi agli illustratori, o ancora agli attori e alla fotografia e cinematografia specializzata). E poi un gioco si può portar dietro un libro, e poi ancora il libro o il fumetto si può portar dietro un film o una serie televisiva: “The Witcher” su Netflix, prima fumetto e poi videogioco realizzato per mano polacca (e la Polonia ha investito nel settore 30 milioni di euro, non 4, e la Germania 50 milioni) è l’ultimo esempio eccellente. Si parla di un giro d’affari fra 1,8 e 2 miliardi di euro.

Marianna Madia punta invece a sopprimere il fondo dirottando il denaro sulle startup innovative, settore completamente diverso e non paragonabile ai videogiochi, ormai dominato da specialisti e indirizzato verso l’Industria 4.0 e la ricerca: altrettanto importante, certamente, ma tagliando i videogiochi oltre a rimetterci soldi il Governo italiano escluderebbe dal sostegno le realtà imprenditoriali piccole e i ragazzi, che ‘morirebbero’. O almeno, lo farebbero i loro sogni. Altri capitoli di spesa, rispolverati su pressioni dei relativi interessi, e vicende come Alitalia continuano a far pensare che la proposta di Madia non sia una buona scelta, tanto che il popolo dei videogames ha lanciato una petizione su Change.org; più che valore simbolico non potrà avere, ma può forse aiutare a portare una maggiore attenzione dei media, silenziosi sull’argomento; nell’ulteriore polemica fra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, non resta che augurarsi il prevalere del buonsenso e un maggiore avvicinamento della politica alla realtà.

[r.s.]