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venerdì, 9 Dicembre 2022

Una estate fatta di mascherine, con la solita domanda: servono o no? Cina e criceti

19.05.2020 – 16.41 – Quando si parla di mascherine, di mare, di sole e di giornate d’estate, nell’aria si avverte subito ansietà. Non vogliamo certamente mancare al rispetto delle regole imposte (anche perché essere sanzionati non fa piacere a nessuno), e desideriamo contribuire alla prevenzione del contagio nel modo migliore possibile: ma quello di portare due strati di stoffa sulla bocca è veramente qualcosa che ha senso? Quale turista vorrà mai scendere in spiaggia con una sciarpa sulla bocca? E a parlare, ancora peggio a camminare velocemente, con una mascherina addosso ci si stanca dopo pochi minuti. Servono, insomma, queste mascherine?

C’è chi dice di sì, e ne ha appunto imposto l’obbligo, e ce chi dice di no, ed è arrivato in alcuni casi a farne persino battaglia politica. Noi partiamo invece dalle considerazioni che sono state fatte dai team di scienziati attualmente ancora al lavoro sull’epidemia provocata dal Coronavirus Sars-CoV-2: le nostre fonti, come di consueto CDC, OMS, ECDC e le pubblicazioni specializzate come ‘Lancet’, consultabili con facilità su Internet. Attualmente esiste un consenso pressoché unanime del mondo della medicina sul fatto che esistano due sole vie d’infezione provate: lo spargersi nell’aria delle goccioline di saliva contenenti il virus (‘droplet’) proveniente da persone già infette che tossiscono, parlano o starnutiscono; la contaminazione delle superfici sulle quali il virus portato dalla saliva è atterrato: le persone possono toccarsi il viso e venire in contatto con la propria saliva e poi depositarlo inavvertitamente sulle superfici, oppure farlo arrivare sulle stesse con uno starnuto o respirandoci contro. È stato anche provato che il virus può entrare nel corpo umano attraverso la bocca, il naso e gli occhi. Così come il raffreddore.

Una terza via di diffusione dell’infezione, quella attraverso la sospensione in aria (‘aerosol‘), è ancora controversa e non è stata definitivamente provata. Gli studi, anche molto recenti come quello citato dai governatori delle regioni Friuli Venezia Giulia e Veneto, hanno suggerito, con importanti prove a supporto e test di laboratorio ma non ancora una verifica definitiva, che il Sars-CoV-2 possa essere emesso attraverso il respiro e quindi rimanere in sospensione e viaggiare con le correnti d’aria negli ambienti. Quello che non si sa ancora con certezza, per quanto riguarda la trasmissione in aria, è quanto effettivamente il virus si sposti in una corrente d’aria, quanto inefficace diventi la sua carica virale se la corrente d’aria all’aperto è piuttosto forte e quindi la sua concentrazione diminuisce (oggi è un giorno di bora triestina), per quanto duri nell’ambiente rispetto ai test in laboratorio chiuso che sono stati finora effettuati. Sono state le ipotesi di permanenza del virus nell’aria (parliamo sempre di aria in luogo chiuso) per un certo numero di ore che hanno spinto alcune nazioni, come la Germania, a rendere le mascherine obbligatorie in alcune situazioni (trasporto pubblico; negozi) e il CDC statunitense a raccomandare anche alle persone sane di indossarle se escono. Finora, però, la maggior parte delle nazioni in cui il Sars-CoV-2 è arrivato non ha raccomandato l’uso della mascherina alla popolazione generale e non l’hanno fatto né l’OMS né, se si volesse citare un ente diverso da quello di recente molto contestato, l’ECDC (o centro europeo per il controllo delle malattie), in particolare per quanto riguarda l’uso di qualsiasi dispositivo, incluse le mascherine distribuite dalla Regione Friuli Venezia Giulia, che -non- sia effettivamente un presidio medico utilizzato per l’assistenza a persone già malate di Covid-19.
Alla cittadinanza, le mascherine semplici (che non siano le ormai famose FFP3, N95, FFP2 e per l’FFP2 attenzione alla valvola) offrono poca o nessuna protezione dal Sars-CoV-2. E anche se ogni cittadino utilizzasse una FFP3, la protezione offerta sarebbe comunque poca, per alcuni motivi molto precisi:

  • L’aria che si inspira attraverso un filtro di qualche tipo, come una sciarpa o una mascherina di tessuto, tende a seguire quello che tecnicamente viene definito ‘percorso di minor resistenza possibile’: se la mascherina non è perfettamente aderente al volto, le particelle più piccole passano. E sia il virus che le goccioline di saliva più piccole non incontrerebbero nessun ostacolo; le gocce più grosse arrivano oltre i due metri di distanza solo in condizioni eccezionali
  • Contrariamente a quanto si può pensare, indossare una mascherina può portare a toccarsi la faccia più spesso del normale: prude, non è bene assestata, dà fastidio quando si respira e quindi ci si tocca per sistemarla;
  • Indossare una mascherina può indurre un falso senso di protezione, convincendo chi la porta di essere più al sicuro e portandoli quindi ad assumersi più rischi (come quello di lavarsi meno spesso le mani) e ad avvicinarsi di più alle persone, o salire su un autobus più affollato di un altro

In definitiva la maggior parte delle persone, anche se avesse a disposizione una mascherina medica FFP3 certificata, che copra naso e bocca, non saprebbe come indossarla nel modo adeguato o come toglierla, e non riuscirebbe a portarla per quattro ore di fila senza provare fastidio e disturbi alla respirazione. E, se dovesse portarla per più di 4 ore senza cambiarla e poi lavarla ad almeno 60 gradi con normale detergente (non servono additivi disinfettanti o supposti tali), nuovamente avrebbe addosso qualcosa che via via non solo perde di efficacia ma trattiene sporco, virus e batteri di altra natura: se, guardando all’interno della vostra mascherina, la vedete non tanto pulita, forse l’avete tenuta addosso un pochino troppo, e se doveste cambiarla con la frequenza raccomandata dovreste portarvene dietro almeno 4 al giorno.

E le mascherine in tessuto che compriamo e che abbiamo ricevuto a casa? In pratica, già per come sono realizzate ma soprattutto per come le si vede indossare (e basta voltarsi e guardarsi un attimo attorno), sono estremamente inefficaci nella prevenzione della diffusione del virus: vengono portate nel modo sbagliato, e probabilmente da oltre il novanta per cento delle persone. Novanta è anche la percentuale delle particelle presenti nell’aria che riesce a superare una mascherina di tessuto monostrato. È per questo che l’ECDC ha chiaramente specificato che “le comuni mascherine di tessuto non sono considerate come strumento di protezione dai virus respiratori e il loro uso non è da incoraggiare”: quindi non è solo l’OMS a sconsigliarle, ma anche l’Europa. L’unica misura raccomandata per le persone che non hanno sintomi è il distanziamento fisico, accompagnato da una scrupolosa osservanza delle norme d’igiene personale. Indossare una mascherina o meno è una scelta personale, o almeno tale dovrebbe poter rimanere fin tanto che non verrà detto, dalla scienza, diversamente. Se obblighi ci sono, non sono le organizzazioni scientifiche internazionali a dettarli.

E gli studi di Hong Kong sull’efficacia delle mascherine riscontrata sulle cavie di laboratorio? Lasciate però le considerazioni più generali a parte (inclusa l’opportunità di contestualizzare lo studio stesso), la ricerca, notizia pubblicata ieri anche dal Corriere, è stata indirettamente citata anche oggi dai governatori regionali del nordest durante i loro incontri con la stampa a sostegno dell’opportunità di continuare con l’obbligo di indossare la mascherina. Si tratta di esperimenti del professor Yuen Kwow-yung che ha effettuato test di laboratorio non ancora comparati su 52 criceti, ritenuti portatori di recettori del virus simili a quelli umani; il professor Yuen ha interposto delle mascherine chirurgiche (nell’articolo di South China Morning Post non viene citato il tipo esatto di mascherina) come barriera nel flusso d’aria fra gabbie chiuse di criceti sani e gabbie chiuse di criceti malati, confrontandola con una situazione nella quale la mascherina non era stata interposta e osservando, dopo una settimana, una riduzione del 50 per cento nel numero delle infezioni. La descrizione stessa dell’esperimento di Yuen, però, non porta molto di nuovo se non la conferma del fatto che la mascherina chirurgica può essere utile ad aumentare la protezione in ambiente chiuso se in quello stesso ambiente, senza ricambio d’aria, sono presenti persone malate, mentre nulla si può sapere ancora, per ora, di ciò che accade all’aperto e con gli asintomatici. E per la complessità delle variabili che entrano in gioco nel momento in cui si è fuori casa (correnti d’aria, sole, spostamento di veicoli, altre impurità presenti, vento, eccetera), aspetto fortemente sottolineato proprio dai ricercatori stessi, aggiungendoci anche l’attuale incertezza sulla carica virale di Sars-CoV-2 necessaria per ammalarsi (che cambia fortissimamente fra ambienti chiusi ed esterno), tutto rimane come prima: i medici interpellati ti ricordano di lavarti spessissimo le mani, ma per quanto riguarda la mascherina (forse perché sanno anche che la indosserai un po’ come vorrai), se non sei malato, non ti dicono né si, né no.

[r.s.]

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