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domenica, 25 Settembre 2022

Il giardiniere dietro il sovrano: Anton Jelinek, “padre” di Miramare

16.05.2020 – 07.30 – Se il ruolo di Massimiliano d’Austria nella progettazione (e realizzazione) del Parco di Miramare sono ben noti, rimangono invece sconosciuti i nomi e i volti di chi tradusse dalla teoria alla pratica le idee del “figlio d’Asburgo”.
In altre parole dei “devotissimi servitori di sua Maestà Fedeltà Imperiale”; di coloro che piantarono gli alberi, scavarono i canali, costruirono muri, cancelli e castelli.
Sebbene le testimonianze siano frammentarie, è possibile però ricostruire la storia del capo-giardiniere, Anton Jelinek: uomo verso cui Massimiliano nutriva assoluta fiducia e la cui instancabile attività permise che il Parco prosperasse nei suoi primi, difficilissimi, anni.
Sebbene Massimiliano vantasse conoscenze tecniche notevoli, spettava a Jelinek e ai suoi sottoposti trasportare nella realtà le visioni “floreali” dell’Asburgo. La natura di Trieste è “matrigna”: tra gelate notturne, violenti acquazzoni, una terra impervia e last but not least il vento di Bora che tutto sradica.
Sebbene Massimiliano si confrontasse quotidianamente con Jelinek, quando l’arciduca viaggiava il capo-giardiniere gli spediva regolari rapporti su come procedesse il progetto del parco. E proprio da questi rapporti, datati tra il dicembre del 1859 e il gennaio del 1864, è possibile ricostruire la personalità di Jelinek, così come analizzare come nacque il parco di “Miramar”, nella denominazione di Massimiliano.

Anton Franz Jelinek nacque il 19 giugno 1820 a Chotenow (Boemia). Il suo primo impiego di spessore quale giardiniere fu al servizio del conte Adolf Pejacevic, un magnate d’Ungheria dalle origini croate, del quale amministrò le terre in Slavonia.
Ma divenne poi fido compagno di Massimiliano durante l’avventura del 1857, quando il principe finanziò la circumnavigazione scientifica della fregata SMS Novara. Il viaggio, del quale avevo approfondito le (tante) tappe, dedicò sempre grande attenzione alla botanica acquistando e/o conservando semi dalla Cina e dal sud-est asiatico. In quell’occasione infatti Jelinek si fece notare per l’intraprendenza; il dottore Eduard Schwarz a cui spettava in realtà l’incarico preferì occuparsi delle questioni mediche. Non sorprende pertanto che alla fine del viaggio (aprile 1857-agosto 1859) Jelinek entrò subito nell’entourage responsabile del parco di Miramare (novembre 1859). All’epoca il parco era già stato delineato, ma era ancora largamente incolto; si aspettavano la stragrande maggioranza delle piante, specie quelle più “bizzarre”. Jelinek spodestò così il precedente giardiniere, Josef Laube, che pure aveva svolto un lungo servizio presso il castello imperiale di Laxenburg e nel 1853 presso Maxing, un complesso di terreni alla periferia di Vienna.
Probabilmente un segnale di quale fiducia Massimiliano nutrisse per Jelinek viene dato dal fatto che solo il “nuovo” giardiniere scriveva i “Rapporti particolareggiati sul parco“.
Mentre le piante attecchivano, così la vita di Jelinek si sviluppava anch’essa e “fioriva” nell’alveo della Trieste di metà secolo: sposò una donna triestina, ebbe tre figli e prese alloggio nello stesso parco di Miramare.
Quando Massimiliano si trasferì in Messico, Jelinek rimase a curare il parco di Miramare; e per un breve periodo ottenne il variopinto titolo di “giardiniere dell’imperial corte messicana“. Prima che l’avventura in terra straniera diventasse una tragedia, Massimiliano gli conferì la croce di cavaliere dell’ordine messicano di Guadalupe. Quando Miramare passò sotto la gestione erariale, Jelinek venne congedato dal servizio; se ne andò da Trieste tra aprile-maggio 1868, trasferendosi o a Vienna o in Boemia (le fonti sono discordanti). L’imperatore Francesco Giuseppe, quale riconoscimento dell’onorato servizio di giardiniere, gli concesse una pensione annua di 500 fiorini.

Foto stereoscopica di Miramare, verso il 1910. L’autore è Collinet-Guerin, tratto dalla Bibliothèque de l’Institut National d’Histoire de l’Art, collections Jacques Doucet (Francia)

Lo studioso Pierpaolo Dorsi lo descrive come un uomo all’intersezione tra lo spirito pratico dell’artigiano (il lavoro della terra, i continui imprevisti legati alla gestione del Parco); un botanico (per la conoscenza delle piante, anche le più esotiche) e un esteta (per saper cogliere un “colpo d’occhio” nella costruzione del giardino).
Una testimonianza interessante proviene in tal senso da una lettera dell’amministratore di Miramar, Eduard Radonetz, il quale raccomandava per la pensione il giardiniere, definendolo “creatura prediletta” di Massimiliano e riconoscendo come “le splendide condizioni in cui si trova oggi il parco di Miramar sono dovute soltanto alla pratica, allo zelo particolare ed alla diligenza del giardiniere di corte Jelinek”.

Sebbene i rapporti di Jelinek fossero “tecnici”, vi si scoprono nascosti tanti, piccoli, aneddoti: ricordi di una Miramar nella quale ritroviamo i sentieri e le statue.
È Massimiliano stesso a raccomandare, nell’inverno del 1857, i primi accorgimenti al “nuovo” giardiniere, Jelinek. L’arciduca desidererebbe infatti una “pergolataallamaniera italiana” sulla quale far arrampicare una vite ornamentale. Mentre in una zona interna al parco, Massimiliano non dimentica i divertimenti più bambineschi, con “un’altalena, come a Schönbrunn, un gioco dei birilli ed un’asse di equilibrio” e quelli più militareschi con “un piccolo poligono di tiro“. Massimiliano ordina inoltre che “per la sistemazione di queste attrezzature naturalmente non dovrà essere abbattuto nessun albero”.

La spedizione scientifica della Novara si era appena conclusa; non sorprende pertanto che Jelinek informi l’arciduca di come siano state piantate oltre duecento specie di semi raccolte durante il viaggio.
Il 30 dicembre 1859 il neonato parco di Miramare è invece stretto d’assalto dall’inverno: “un forte vento da nord ha portato tanta neve e ghiaccio che Miramar e tutto il Litorale sembrano un paesaggio siberiano. Il freddo aumenta e si accresce il fabbisogno di legna da ardere.”
Jelinek deve anche preoccuparsi degli animali destinati a “popolare” il Parco.
“Nella notte tra il 20 e il 21 – osserva – è scomparsa una delle anatre; si immagina che abbia semplicemente preso il volo, dal momento che, grazie alle sue lunghe ali, non era stata catturata da signor Laube.”
Ma il colpevole in realtà è un altro: “Tuttavia la circostanza che nella stessa notte un altro capo di selvaggina fu rubato da una volpe, induce purtroppo al sospetto che anche l’anatra sia finita vittima della voracità di questo predatore”.
Il 25 gennaio dell’anno successivo, il 1860, Jelinek informa di aver ricevuto un pacco di semi spedito da Vienna; il mittente è il “serenissimo arciduca Ludovico Giuseppe“. L’arciduca aveva ricevuto a sua volta i semi dalla Regina di Grecia; si trattava infatti di un tipo di abete scoperto in quegli anni nelle montagne del Peloponneso. L’arciduca (1784-1864) era il tredicesimo figlio dell’imperatore Leopoldo II; quale appassionato naturalista era un membro onorario dell’Accademia delle Scienze di Vienna.

La strada verso Miramare, Foto stereoscopica, verso il 1910. L’autore è Collinet-Guerin, tratto dalla Bibliothèque de l’Institut National d’Histoire de l’Art, collections Jacques Doucet (Francia)

Jelinek si preoccupava anche di come la fauna locale si stesse acclimatando a Miramare; e ritroviamo anche annotazioni su anatre e volatili vari. Il 28 aprile 1861, ad esempio, Jelinek osserva “che si sono insediati a Miramar i tanto attesi usignoli”.
“Sto sorvegliando con occhi d’Argo” scrive Jelinek “il nido di merlo che si trova su una tuia presso il muro del caffè; nel nido quattro piccoli crescono imbeccati dagli adulti; cerco di difenderli da ogni insidia e li faccio sorvegliare anche da altri”.
Il castello (e il parco) intanto facevano già parlare di sé; e in tal senso merita riportare una lettera che Jelinek aveva ricevuto da Praga (18 novembre 1862):

Viene presentato attualmente a Praga un “panorama” nel quale si possono ammirare diverse città come Parigi, Londra Costantinopoli, Trieste e – la cosa più bella che suscita grande stupore – Miramar, che la naturale dev’essere uno splendore; ho uno straordinario desiderio di vederlo!

Ai visitatori che oggi definiremmo “virtuali” si andavano affiancando quelli “reali“; e uno degli ultimi rapporti di Jelinek (16 luglio 1863) raccontava uno di questi incontri:
“Il parco – scrive il giardiniere – viene visitato da ospiti quasi ogni giorno ed il parterre torna ad esercitare la sua attrazione; così ieri alcuni italiani con delle signore, appena attraversato il ponte hanno esclamato estasiati: Oh questo se magnifico, questo se paradiso!“.

Il lockdown ci ha allontanato, tra le tante cose, anche dal parco di Miramare: la riapertura, programmata per il 25 maggio, ci permetterà allora di tornare a passeggiare; e in quei momenti di (ri)scoperta del Parco di riflettere sugli uomini che ne hanno permesso la nascita. Principi e arciduchi; ma anche umili giardinieri.

Fonti: Pierpaolo Dorsi, La nascita del parco di Miramar nelle relazioni inedite di Anton Jelinek, in “Un giardino in riva al mare”, Trieste, Edizioni Dedolibri, 1986

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Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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