Sanificazione degli ambienti, c’è più chiarezza. La circolare del Ministero della salute

27.05.2020 – 08.59 – Riaprono, con questa settimana, anche una larga parte degli ambienti sportivi e delle palestre, e via via a seguire altre attività commerciali contrassegnate dall’accesso dei clienti e dei fornitori ai locali e ai luoghi di lavoro. E informazioni più precise, assieme a una definizione del termine “sanificazione”, arrivano ora dalla circolare del Ministero della Salute del 22 maggio, che indica in che modo vadano attuate le misure contenitive del contagio in particolare per quanto riguarda la disinfezione di abbigliamento, superfici di contatto e ambienti interni.

Sono le goccioline d’acqua, più piccole di 5 micron e fatte principalmente saliva infetta espulsa con il respiro, la tosse e gli starnuti, a contenere il virus Sars-CoV-2 e i Coronavirus in generale: è un fatto certo ed è il veicolo primario della diffusione. Queste gocce d’acqua viaggiano nella grandissima maggioranza dei casi solo per brevi distanze; se due persone sono, tipicamente, a meno di un metro di distanza, diventa possibile per il Coronavirus contenuto nelle goccioline entrare nel corpo di una persona non infetta attraverso la bocca, il naso o gli occhi, e da qui raggiungere il tratto respiratorio, dove inizia la malattia. Se le goccioline si depositano su oggetti o superfici, possono rimanervi per un certo periodo di tempo, contribuendo alla diffusione del virus se esse vengono poi toccate con le mani e successivamente le mani vengono portate al viso e alla bocca.
Per quanto tempo sopravvive il virus? Non esiste ancora una determinazione precisa, ma i dati sperimentali, eseguiti in laboratorio, fanno ritenere che il virus rimanga sulle superfici mediamente per due o tre giorni su tessuto, legno, banconote, vetro, e per un tempo doppio su plastica e acciaio. Attenzione perché le prove di laboratorio hanno rilevato comunque solo la presenza di RNA virale: questo non vuole automaticamente dire che il virus su una superficie sia potenzialmente infettivo. Qual è la superficie su cui il Coronavirus Sars-CoV-2 sembra rimanere attivo per il maggior numero di giorni? Le mascherine portate sulla bocca: mediamente, il Coronavirus rimane presente per cinque o sei giorni nella parte interna, e almeno per 7 giorni all’esterno; un tanto di più per ricordarci che le mascherine proteggono chi è sano da chi è già malato, e non viceversa, e che se non vengono cambiate con molta frequenza (ogni 4 ore) non solo non proteggono, ma potrebbero contribuire a diffondere il Covid-19, soprattutto se tolte senza fare attenzione, appoggiandole da qualche parte, e non smaltite immediatamente.

Abbiamo detto che una superficie potrebbe essere venuta in contatto con il virus, e quindi presentare delle tracce d’infezione, ma essere comunque sicura da toccare, soprattutto se si fa un minimo d’attenzione e non si dimenticano le norme d’igiene personale fondamentali di ogni giorno, prima fra tutte lavarsi le mani con frequenza e con cura: se non ci laviamo tutti le mani dopo aver toccato qualcosa, specie prima di cena e prima di abbracciare gli altri, le altre misure possono servire a poco, o addirittura a niente. Anche in termini di disinfezione (ne abbiamo parlato qualche giorno fa con Edoardo Fabiani, professionista del settore a Trieste) è importante valutare ogni singolo ambiente lavorativo, comprendere in quali condizioni si va a operare, quali superfici lo compongano e con che frequenza vengano toccate da un numero di persone diverso.

La circolare ministeriale dà anche finalmente una definizione ufficiale, nel contesto dell’epidemia di Covid-19 ma idealmente con respiro più ampio, del termine ‘sanificazione’: fino alla settimana scorsa era solo un’etichetta, ora passa a identificare nel suo complesso l’insieme delle singole operazioni di disinfezione di tutte le superfici che possano essere venute in contatto con un agente infettante, da fare solo con prodotti autorizzati (ad azione virucida: presidi medico chirurgici come dal Decreto presidente della Repubblica 6/1998, o ad azione biocida regolamentati UE 528/2012), includendo la descrizione dei modi in cui vengono fatte e abbinandole alle operazioni di pulizia con acqua e detergenti neutri (con registrazione riportante data, ora e persone responsabili, e conservazione delle registrazioni): non per ultimo, aggiungendo anche tutto ciò che viene contestualmente fatto per mantenere una buona qualità dell’aria. ‘Sanificare’ ora vuol dire occuparsi dell’igiene del proprio ambiente di lavoro a trecentosessanta gradi avendo in mente tutto questo, nessuna componente esclusa, senza trascurare la necessità di una buona ventilazione e ricambio dell’aria. Non manca, da parte del Ministero, la raccomandazione di fare un uso attento e responsabile dei prodotti per la disinfezione: alcuni di essi, ad esempio, se mescolati possono dare luogo a fumi tossici e molto pericolosi, ed è il caso della candeggina usata assieme ad altri detergenti comunemente reperibili sul mercato: leggere sempre con attenzione le indicazioni riportate sull’etichetta e, nel dubbio, chiamare un professionista almeno per informarsi. La responsabilità della correttezza di quanto riporta l’etichetta è del produttore, e le sanzioni sono pesanti, ma attenzione alle truffe, a dove si compra e a cosa si compra; per quanto riguarda i prodotti professionali, quindi, meglio se li usano i professionisti, che hanno a disposizione anche i dispositivi di protezione adatti per ciascun uso.

Per pulire lo schermo del computer, che è considerato una superficie su cui il virus può sopravvivere per qualche tempo (e allo stesso modo può farlo sul tramezzo di plexiglas installato nei negozi come barriera fra cliente e operatore), o gli interruttori in plastica, la candeggina naturalmente non va bene e occorrerà scegliere il disinfettante alcolico più adatto. Acqua e sapone, come pulizia primaria, vanno sempre bene.
Per le superfici in pietra, metallo e vetro, inclusi i servizi igienici, è raccomandato dal Ministero l’ipoclorito di sodio diluito allo 0,1 per cento o l’alcol etilico in concentrazione minima del 70 per cento; per le plastiche si è sempre dimostrato valido l’alcol isopropilico, e in questo caso va verificata la composizione del prodotto disinfettante che si usa in modo che sia garantita la capacità virucida. Per il legno è consigliato l’etanolo al 70 per cento. E infine per i tessuti o il lavaggio in acqua calda con normale detersivo e temperatura fra 70 e 90 gradi, oppure il lavaggio in bassa temperatura con candeggina o altri prodotti certificati come disinfettanti per il bucato.

Se gli arredi del negozio non sono disinfettabili con facilità, è possibile ricorrere a coperture in plastica, che però devono essere monouso o lavabili. L’uso dei guanti monouso, ad esempio nei negozi di abbigliamento per provare un vestito, non è obbligatorio, ma solo consigliato; se i guanti non sono monouso ma tenuti addosso per ore manipolando grandi quantità di oggetti e toccando superfici a loro volta toccate da molte altre persone, non c’è alcuna efficacia. La pulitura con vapore a secco non è certificata come metodo per la disinfezione degli abiti, ma è consigliata quella fatta con metodo professionale (lavanderie), così come non sono sempre adatte, per diversi motivi, eventuali lampade a raggi ultravioletti, che potrebbero essere sia dannose per la pelle che provocare danni permanenti ai tessuti, alterandone ad esempio il colore. E se il locale in cui esercito l’attività è stato chiuso a lungo, e lo sto riaprendo? Non servono misure di sanificazione, è sufficiente la normale pulizia: i test di laboratorio hanno dimostrato che il virus Sars-CoV-2 non sopravvive in nessun caso oltre i 10 giorni.

E l’ozono? Eventuali procedure “fatte in casa” con ozono, cloro e perossido d’idrogeno, oltre che a poter essere pericolose, non sono né autorizzate né considerate valide dal Ministero della salute ai fini della disinfezione. L’uso di queste sostanze è riservato a contesti particolari, da esaminare caso per caso, e può essere fatto solo da personale che risponda ai necessari requisiti tecnici e operativi, inclusa la formazione. Per quanto riguarda ozono, cloro e perossido d’idrogeno, quindi, la parola e l’attività vanno lasciate al professionista. Una buona notizia dovrebbe inoltre arrivare dall’emendamento al decreto Imprese, di prossima approvazione: gli imprenditori e datori di lavoro preoccupati per l’assimilazione del contagio da virus Sars-CoV-2 (e conseguente eventuale sviluppo del Covid-19) all’infortunio sul lavoro (con riconoscimento della responsabilità penale dello stesso) potranno riprendere a operare in maggiore serenità. Con il nuovo emendamento, la responsabilità, se sono stati rispettati tutti i protocolli previsti, non ci sarà più.

[r.s.]