Decreto rilancio, giallo sulla sanatoria. Regolarizzare gli stranieri conviene a tutti?

25.05.2020 – 10.34 – La legge per la sanatoria dei “lavoratori stranieri in nero” continua a essere motivo di polemica sia a livello degli stessi beneficiari che a livello di chi pensa che sia inadeguato regolarizzare i clandestini, opponendo che lo stato stia svendendo il permesso e/o il diritto al lavoro indiscriminatamente. La sanatoria prevede il rilascio di un permesso di soggiorno temporaneo (della durata di 6 mesi dalla presentazione dell’istanza), cioè transitorio, per poi passare alla conversione in un permesso di lavoro (limitatamente alla durata del rapporto lavorativo) con i seguenti requisiti:

  • avere un permesso di soggiorno scaduto dal 31 ottobre 2019;
  • risultare presenti sul territorio nazionale alla data dell’8 marzo 2020, senza che se ne siano allontanati dalla medesima data;
  • avere svolto attività di lavoro nei settori concernenti.

È importante ricordare che una delle categorie più colpite dello sfruttamento del lavoro in nero è quella dei braccianti (motore trainante delle catene GDO o Grande Distribuzione Organizzata). Lo scorso 21 maggio 2020, i braccianti hanno manifestato per richiedere il giusto diritto sul luogo di lavoro, così come è previsto anche dalla “patente del cibo” (che garantisce che il cibo sia prodotto nel rispetto dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici: salario, diritti previdenziali, sicurezza sul lavoro e dell’ambiente lungo la filiera alimentare). Lo Stato pareggia quindi i conti. Il concetto base che regge il meccanismo della sanatoria è quello di riadeguare la posizione dei datori di lavoro che impiegano in nero i lavoratori immigrati, abilitare gli stranieri lavoratori con documenti scaduti (gli “stranieri irregolari”), nonché implementare le domande di lavoro in agricoltura (e allevamento, zootecnia, pesca, acquacoltura e attività connesse) e assistenza alle persone (lavoratori domestici, Colf e badanti). In questi settori manca senz’altro la quantità sufficiente di lavoratori, mentre vi è un continuo aumento dell’offerta di lavoro; in realtà, la cosiddetta “emersione di rapporto di lavoro” previsto nel DL Rilancio, dall’articolo 103, sarebbe forse più assimilabile ad una riqualificazione del lavoro in nero. La realtà che sta emergendo pare fatta di pochi italiani disposti a sostituirsi ai braccianti agricoli e ai lavoratori domestici, non perché non siano degni come attività ma al contrario perché sono lavori attualmente sottopagati e molto faticosi: “Nessuno deve indignarsi, perché si tratta di fare quello che si può per soddisfare ogni fascia di lavoratori”. E così, il Governo entra in pista con una tattica di ‘dare e ricevere’: con una modesta somma di 500 euro si può regolarizzare il lavoratore straniero in nero. Se invece è lo straniero (con documento scaduto) a fare la richiesta per il permesso di soggiorno temporaneo, gli costerà 130 euro, senza nessuna garanzia che tutti trovino un datore di lavoro disposto ad assumere.

Ad ogni modo, tutti ci guadagneranno qualcosa. L’immigrato si regolarizza almeno parzialmente, il datore di lavoro assumerà in tutta regolarità e lo Stato avrà un’entrata sicura. In Italia, i lavoratori irregolari in nero sono circa 3,7 milioni; se almeno 2 milioni saranno regolarizzati dai datori di lavoro (che vuole dire: busta paga e contributi previdenziali versati), le entrate potrebbero essere di circa 1 miliardo di euro (500 euro per 2 milioni), dalle quali sottrarre, nel medio e lungo termine, l’aumento di costi per lo Stato stesso in termini ad esempio di assistenza sanitaria, ma comunque un’operazione in attivo.

[c.a.]