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venerdì, 9 Dicembre 2022

Migranti e Coronavirus, i viaggi non si fermeranno. Rischio breakdown

09.04.2020 – 09.17 – Nella periferia di Roma, dove migranti africani occupano da tempo abusivamente strutture trasformate in area abitativa, è scattato l’allarme a seguito di sintomi sospetti di un uomo, poi ricoverato per crisi respiratoria, e una donna sudanesi; le persone con i sintomi sono poi risultate negative al tampone, fortunatamente, ma la situazione ha destato ugualmente forte preoccupazione in quanto rischiosa, visto l’alto numero di stranieri presenti in uno spazio proporzionalmente ristretto. È lo stesso rischio che si presenta nei centri accoglienza e negli altri luoghi dove i migranti giunti nei mesi e anni scorsi hanno trovato rifugio: ciascuno di essi potrebbe trasformarsi in un focolaio d’infezione. Attorno all’area romana, un palazzo chiamato ‘Selam Palace‘, presentante condizioni igieniche e sanitarie carenti che non possono permettere una vera e propria quarantena, è stato realizzato una sorta di ‘cordone sanitario’; altre situazioni andranno esaminate caso per caso.

Da Roma, alla Siria. Il ministro della salute del governo di Bashar Al-Assad ha comunicato che il paese è stato raggiunto dal Covid-19 già a fine marzo, e risulta ufficialmente, a ieri 8 aprile, avere una ventina di casi e un numero di morti inferiore a 10; la nazione, però, è distrutta dalla guerra, e non ci sono certezze di alcun tipo né una chiara comprensione di come il governo intenda affrontare l’emergenza sanitaria: essa si preannuncia di dimensioni potenzialmente molto più grandi rispetto alle notizie che il paese sarà in grado di dare all’OMS e ai media. Solo poco più del sessanta per cento delle strutture ospedaliere siriane, infatti, è ancora in grado di funzionare, e mancano medici e infermieri; sei milioni di siriani vivono da sfollati, molti dei quali in agglomerati sovrappopolati. La paura è quella che il virus possa diffondersi rapidamente attraverso una popolazione già molto provata e vulnerabile, facendo collassare immediatamente quello che resta del sistema sanitario. Sabato scorso 4 aprile anche la Libia, seppure in maniera imprecisa, ha riportato una ventina di casi di contagio confermati, almeno uno dei quali mortale; nella terribile difficoltà organizzativa nel quale il paese, piagato dal 2011 da una guerra civile quasi costante e sprofondato nel caos dopo l’uccisione di Muammar Gheddafi, sono stati imposti coprifuoco e divieto di spostamento fra città e città. E la Libia è messa ancora peggio della Siria: non è assolutamente in grado di affrontare nessuna emergenza sanitaria, le sue infrastrutture mediche sono inesistenti e il caos politico totale. Fra Siria e Libia, senza parlare di altre nazioni africane, l’effetto del Coronavirus, in particolare sui migranti, potrebbe essere catastrofico. Si parla già del pericolo costituito dagli almeno 700mila rifugiati e migranti libici, già sottoposti a orrori inimmaginabili a causa delle guerre senza fine e martoriati dagli scontri fra le due amministrazioni rivali (il governo riconosciuto dalla comunità internazionale, quello di al-Sarraj, e le milizie di Khalifa Haftar, basate nella parte orientale del paese e supportato da Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti).

L’illusione che l’epidemia potesse fermare il traffico di esseri umani è durata molto poco: dopo qualche settimana di attraversamenti sospesi, a fine febbraio e inizio marzo gli avvistamenti sono ricominciati e nuovi migranti, una trentina, sono arrivati a Lampedusa provenienti da Siria, Libia stessa e paesi dell’Africa centrale, mentre una nave della Ong Sea Eye, verso la quale i libici hanno sparato nonostante fosse in zona consentita, ne ha salvati una settantina. I migranti a Lampedusa sono stati messi in quarantena. Il nodo degli sbarchi di migranti che non si stanno arrestando, e che prima o poi, purtroppo, finiranno per essere (se il virus trova strada nei paesi della costa meridionale del Mediterraneo e nell’Asia Minore) attraverso i viaggi di disperazione, un veicolo di ritorno dell’epidemia, è proprio la Libia. Il virus, in Libia, fa paura, ma fanno ancora più paura le torture dei campi di concentramento e la guerra: l’Europa, e l’Italia, nonostante il pericolo rappresentato dal Covid-19, sono viste ancora come una meta verso la quale viaggiare costi quel che costi. Va tenuto anche in considerazione il fatto che l’epidemia viene considerata ‘cosa da vecchi’, mentre i migranti che arrivano, e sopravvivono alla marcia o alla traversata, non lo sono, e quindi potenzialmente se ne sono colpiti lo sono in forma lieve. Attraverso la Nuova Rotta Balcanica che passa per Trieste, gli ingressi, per quanto ridotti, sono però proseguiti, e le riduzioni non vogliono dire altro che ai confini (bloccati anche al transito di cittadini UE in una situazione di Schengen di fatto sospeso) i migranti per ora non si avvicinano, ma attendono che la situazione cambi. Quelli in cammino lungo la Rotta Balcanica sono partiti già da tempo, e le condizioni in cui possano essere i campi in cui soggiornano, fra Croazia, Serbia e Albania, non sono note. Per quanto riguarda la possibilità di accoglierli in modo sicuro, se gli ingressi dovessero aumentare in maniera rilevante in numero, le Forze dell’Ordine locali hanno già sottolineato come questo, per mancanza di strutture adatte, di medici di supporto e di dispositivi di protezione individuali, non sia possibile.

Se è la guerra, a spingere chi vive in Siria e in Libia a partire – le bombe a grappolo e i mitragliamenti sono più forti della paura di essere respinti o di contrarre la malattia – i viaggi della speranza continueranno, e l’Italia, con la bella stagione, rischia di trovarsi di nuovo sotto pressione in un momento in cui né il paese, né l’Europa sono in grado di reggere altro, avendo fra l’altro Protezione Civile, Forze dell’Ordine e buona parte delle Forze Armate impegnate sul fronte del Coronavirus. Un dramma potrebbe aggiungersi al dramma.

[r.s.][foto: 20 mila migranti fermi a causa del Coronavirus a Moria, sull’isola di Lesbo in Grecia, dove il centro d’accoglienza ha una capienza massima di 3mila persone. Save the Children]

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