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venerdì, 9 Dicembre 2022

Libertà di movimento sottoposta a una App? Non siamo “Immuni” da perplessità tecniche

20.04.2020 – 21.22 – Si chiama “Immuni”, e come un novello polo magnetico ha attratto attorno a sé le discussioni di queste ultime ore, soprattutto perché da una proposta ancora in fase di elaborazione e frutto del ‘think tank’ composto da commissione tecnico-scientifica, Domenico Arcuri e Vittorio Colao, emerge la possibilità che chi non installa la App per il tracciamento sullo smartphone possa vedersi limitato negli spostamenti anche quando si tornerà a vivere normalmente o quasi. Crescono i dubbi, e in un certo qual modo anche le tensioni sociali: libertà di movimento, articolo 16 della Costituzione italiana, limitabile solo per motivi molto gravi – mai accaduto prima, nella storia della nostra repubblica – legata a un telefonino? La decisione finale sarà del Governo guidato dal premier Giuseppe Conte; su una simile proposta permangono, comunque, molte perplessità e ci si augura che possa essere presa, vista l’importanza, dal Parlamento.

Il primo problema è che la fine di questo stato d’emergenza che limita la nostra libertà di movimento non è posizionata nel tempo; decreto dopo decreto, si va avanti. E già questa basterebbe come perplessità, considerato che il resto d’Europa si sta avviando verso una effettiva, graduale normalizzazione, e l’Italia no. Il secondo punto è: può veramente, la tecnologia, dare ciò che i comitati tecnici e i ‘think tank’ promettono?
Le App sullo smartphone dovrebbero rendere in grado il fedele compagno d’ogni giorno (possiamo dimenticare sul tavolo le chiavi di casa, ma non lo smartphone, ormai; averlo spento e non raggiungibile è già considerato come indice di cattiva educazione, mentre dovrebbe essere il contrario, e se non hai lo schermo avvolgente sei ‘out’) di mandarci avvisi quanto ci siamo avvicinati a qualcuno che possa essere stato in contatto con il Covid-19. Gli esperti del settore, però, già da quando l’idea della App ha iniziato a girare, purtroppo, e amaramente, di fronte a questa domanda sorridono. Così come in altri aspetti della vicenda che riguarda il Covid-19 a trecentosessanta gradi, anche sulla App c’è una mancanza di prove che possano farla ritenere utile e accurata, o addirittura tecnicamente funzionante, a meno che non vengano impiegati controllori umani, trasformando nettamente il contesto entro al quale dovrebbe funzionare e proiettando il suo uso verso il primo vero e proprio esperimento di sorveglianza di massa della società, dai risvolti inquietanti. Non parliamo, qui, strettamente di “Immuni”, la App selezionata in Italia (ne hanno già parlato molti giornali), ma di una ipotetica App di questo tipo mantenendoci su un piano generale.

Per poter funzionare bene, una App per il tracciamento dei contatti fra le persone che diventano positive al Covid-19 e il resto della popolazione dovrebbe essere in grado di registrare qualsiasi contatto a meno di 1 metro fra possessori di smartphone; non istantaneo (non un ‘passaggio a fianco’, quindi), ma che abbia una certa durata. Se uno dei due contatti che si sono avvicinati sotto il metro, e sono rimasti vicini per un certo tempo, risulta successivamente, in un momento successivo, positivo al virus, e questo cambiamento di stato viene registrato, la App dovrebbe inviare una serie di allarmi alla comunità di contatti precedenti, memorizzata in una sorta di diario: a questo punto, i contatti di chi è risultato positivo verrebbero messi in quarantena a casa, mentre gli altri potrebbero continuare a vivere e muoversi normalmente.
Le maggiori società che gestiscono i dati di geo-localizzazione via GPS, interpellate su scala mondiale e in particolare negli Stati Uniti, hanno dichiarato i loro dati come non utilizzabili per la determinazione dei contatti nell’ambito di un contrasto al Covid-19: esistono molte problematiche, sia tecniche che sociali che etiche che di business. Ecco perché la localizzazione di quel genere non è stata la strada prescelta. Il Wi-Fi non è di uso generale per le connessioni punto a punto fra dispositivi; il 5G, che risolverebbe probabilmente ogni difficoltà, non è ancora fra noi. Il passo successivo è stato allora immaginare un sistema che funzioni attraverso un altro tipo di localizzazione, quella interpersonale attraverso la tecnologia di rete Wireless Bluetooth.

Il Bluetooth pone però altri problemi tecnici: il primo è l’obsolescenza di molti dispositivi, sui quali la App non potrà essere installata: si stima circa il 25 per cento del parco di telefonini ‘intelligenti’ esistente al mondo; poi c’è chi lo smartphone non ce l’ha, ed è una situazione piuttosto diffusa nella popolazione più anziana, che pure sarebbe quella più a rischio (anche se gli smartphone li pagasse e distribuisse il governo Conte, il ‘digital divide’ renderebbe impossibile per chi ha una certa età utilizzarli). Un problema è la possibilità di segnalare, effettivamente, un contatto positivo anche se in realtà siamo separati da una parete di plexiglas o un muro divisorio (siamo, quindi, ‘vicini’ a un contatto, ma in realtà non lo siamo), l’altro è la mancanza di uniformità nello standard (si tratta di una tecnologia che si è sviluppata nel corso di vent’anni e più, e sul mercato permangono ancora apparecchi di vecchia generazione, che hanno caratteristiche più limitate). Ancora: una problematica per assurdo è quella diametralmente opposta, ovvero la capacità di un dispositivo Bluetooth di generazione recente di collegarsi ad altri dispositivi distanti addirittura fino a 100 metri e normalmente ad almeno 30, senza poter determinare, molto spesso, la distanza con precisione: a che servirebbe, quindi, la rilevazione di un contatto positivo a 20 o 30 metri di distanza? Non sarebbe più un indicatore. Per non parlare delle possibili, involontarie interferenze (che chi utilizza le cuffie per la musica conosce bene: il Bluetooth funziona molto bene in salotto, molto peggio in auto) in grado di compromettere la connessione, e dell’imprecisione geografica e posizionale della rilevazione: se un contatto è sottovento rispetto a una persona positiva al Covid-19, non sarebbe a rischio, viceversa sì e molto di più. Insomma, moltissimi contatti potrebbero essere falsi positivi e altri sfuggire totalmente al rilevamento; la App, quindi, rischierebbe più di apportare confusione ai ricercatori, piuttosto che un aiuto. Questo a meno che, come fatto in Corea del Sud, un esercito di verificatori umani non sia immediatamente pronto ad affiancare la tecnologia nel tracciamento dei contatti: cosa che, in prospettiva italiana, sembra difficile. Lo stesso Jason Bay, capo sviluppatore dell’applicazione TraceTogether di Singapore, ha sottolineato che nessun dispositivo di tracciamento di contatti Bluetooth, a sua opinione, è in grado di rimpiazzare il controllo manuale fatto da un team di verificatori: non lo è oggi, e secondo Bay non lo sarà mai, neppure con l’applicazione dell’intelligenza artificiale.

Fin qui, i rischi tecnici, ma ce ne sono di altri, e altrettanto inquietanti. Un tracciamento digitale di massa di dati si presta, e con una certa facilità, in particolare nel momento in cui questi dati vengono accentrati e analizzati, a una marea di forme di abuso e furberia. A un livello individuale, sarebbe difficile proibire l’uso di più dispositivi contemporaneamente (“ho quattro smartphone e due tablet, quindi ne uso uno il giovedì, l’altro il martedì, il tablet la domenica…”); come facciamo, prepariamo un’auto-dichiarazione relativa al possesso di smartphone? Poi, accedere ai dati per chi voglia usarli ai fini di catalogazione non è così impossibile, se l’intera struttura realizzata non è a prova di bomba e se la Governance delle informazioni non è chiara. Falsi report e quindi allarmi d’infezione a persone in realtà sane potrebbero essere inviati anch’essi con relativa facilità, e finire per esser base per truffe; attraverso Bluetooth, potrebbero essere estratti, da un malintenzionato, altri dati, tanto che si consiglia normalmente di tenerlo disattivato, a meno che proprio non serva. Eccetera, eccetera.

I governi, fra i quali quello tedesco e italiano, hanno già dato garanzia di mantenimento dell’anonimità dei dati raccolti e uso degli stessi solo per gli scopi di prevenzione e lotta al Covid; nello sviluppo delle App però sono state coinvolte molte società private, e molto in fretta, quindi ciò che manca ancora è la spiegazione dei governi stessi di come questa garanzia di anonimità possa essere assicurata: per ora, non se ne sa molto. Si sa solo che all’interno dell’organizzazione PEPP-PT, che avrebbe dovuto essere veramente transnazionale e occuparsi di far dialogare App sviluppate in nazioni diverse e trovare il modo migliore per raggiungere il prima possibile lo scopo prefissato, ci sono state fratture e divisioni proprio sull’argomento della riservatezza dei dati: diversi fra i partecipanti all’iniziativa hanno preferito abbandonarla, lamentando scarsa trasparenza e la mancanza di un modello di getione. E si sa che Google e Apple hanno attivato gruppi di lavoro per poter agevolare il tracciamento di contatti via Bluetooth sui loro sistemi operativi Android e iOS senza che vengano esposti pericolosamente altri dati: iniziativa lodevole, ma percorso appena iniziato. La privacy per i due giganti è fondamentale, e Apple ha sempre resistito, con buone ragioni, alle pressioni governative fatte allo scopo di rendere i suoi dispositivi più aperti. In fondo, e non è per niente sbagliato pensarlo, il Covid-19 potrebbe essere usato anche come scusa.

I ricercatori di più università sono comunque convinti che l’uso di una App, nonostante gli errori e i falsi allarmi possano essere all’ordine del giorno, aiuterebbe comunque; gli esperti di sistemi di comunicazione lo sono molto meno, ma tant’è. Insomma, si è detto, e letto, che per essere un minimo efficace questa App di tracciamento prescelta dovrebbe essere installata dal 60 per cento degli italiani; pena l’inutilità di quanto fatto. Siccome nessuna delle soluzioni tecniche ipotizzate copre tutti i problemi esistenti, si può dire che, se tutto va bene, la App possa tecnicamente essere efficace l’80 per cento delle volte (ma è un target molto, molto ambizioso). Tolto da questo 80 ancora un 25 o 30 per cento di persone che per obsolescenza del telefonino o incapacità a usare uno smartphone non verranno tracciate (più qualcuno, poi, si rifiuterà di farlo per suo legittimo diritto), siamo già a 50, ovvero sotto il minimo che possa giustificarne la distribuzione. Di fronte a questi numeri, che la App di tracciamento possa rimanere ancora un’arma efficace per chi combatte il virus senza finire per diventare il paradosso del foulard sulla bocca, è un dilemma per l’occhio di chi guarda. Insomma, meglio la medaglietta o il braccialetto, e sempre che non si finisca per doverlo portare alla caviglia.

[r.s.]

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Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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