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lunedì, 5 Dicembre 2022

La parola alla politica. L’epidemia e il futuro del paese; oggi i guariti nel mondo sono 815mila

25.04.2020 – 15.39 – Ci sono delle cose sulle quali la scienza non è in grado di aiutarci, e l’immagine del presidente Mattarella da solo il 25 aprile, a Roma, con addosso una mascherina, diventa l’emblema di un paese che fatica a trovare una strada per riprendere a vivere. Un’Italia con il suo ministro Speranza che alla domanda su quando si tornerà alla normalità risponde che non sarà prima dell’arrivo del vaccino, rimettendosi quindi alla scienza, mentre arrivano le notizie sia del fallimento dei test clinici sul farmaco Remdesivir che della conferma dall’OMS dell’incertezza della permanenza dell’immunità in chi si è già ammalato e quindi del fatto che il vaccino, comunque vada, forse come per quello contro l’influenza non sarà una garanzia; incertezza non nuova, se n’era parlato già da subito quando i ricercatori aveva ricorda che il virus Covid-19 è un raffreddore (non un ‘banale’ raffreddore; un raffreddore serio, pericoloso, che può degenerare in altro specie negli anziani e in chi è già malato) e che contro il raffreddore lottiamo da millenni senza aver raggiunto né un’immunità, né una spiegazione: ci viviamo assieme.

Qualsiasi strada scelga la politica, sarà irta di difficoltà: queste strade vanno dalla conferma del percorso sul quale ci siamo già avviati a marzo, ovvero quello del rischio della distruzione dell’economia italiana di fronte alle prime grandi catene e marchi che hanno iniziato i licenziamenti, a una ripresa della diffusione del virus con altri morti in larga maggioranza fra le persone più avanti in età. Posto che ancora i numeri reali di chi è morto in conseguenza del Covid-19 e chi invece aveva il Covid-19 nel sangue non si sanno. E non c’è neppure una proiezione affidabile sul numero di asintomatici, che porterebbe alla revisione dei fattori di contagiosità e letalità: anche di questo si è molto parlato, senza arrivare ancora a conclusioni se non le più pessimistiche e potenzialmente altrettanto sbagliate di quelle che hanno portato alle sottovalutazioni iniziali.
Il punto è che la politica ha il dovere di spiegare queste scelte, perché, di fronte a sé, ha una cittadinanza matura, non una platea composta da iscritti al solo asilo nido; una cittadinanza che delle riprese di Roma deserta dall’elicottero della polizia non ne può più. Alla politica non servono grandi giri di parole, teoremi, o comitati scientifici o di salute pubblica composti da matrici incrociate d’esperti, o analisi costi-benefici: dalla politica ci aspettiamo solo la verità, cosa che forse non è sempre abituata a dire, ma il momento lo richiede.

La scienza dietro alla quale la politica finora ha trovato rifugio, andandosi anche a cercare gli esperti più disposti a dire questo piuttosto di quello, è uno dei pilastri della nostra società civile occidentale ma è anche composta da uomini e donne: preparati, validissimi, ma non infallibili oracoli. La scienza è Roberto Burioni e Ilaria Capua, distanti come sole e luna; la scienza è fatta di persone che studiano, lavorano, vivono una vita fatta di ricerche a volte giuste e a volte sbagliate. La scienza è ipotesi, teorie, sperimentazione, ed è stata una catena di successi ma anche di tremendi fallimenti: Dio non gioca a dadi, e ti dice che inequivocabilmente una mela che si stacca dall’albero cade a terra, e allo stesso tempo non possiamo dire a Dio cosa deve fare e la scienza, fatta anche di queste due citazioni, non sa spiegarti perché il nostro corpo, anche se non è malato, decide di morire prima dei cent’anni, o perché il senso in cui gira un elettrone non sia determinato se non dopo la sua osservazione. E se qualche scienziato dovesse di colpo dire in tivù che il virus scomparirà fra un mese, o sostenere chi parla di candeggina che iniettata nel corpo disinfetta, faremmo meglio a cambiare canale e a cercare uno show. Di quelli veri, che fanno ridere sul serio.

La ‘scienza’ di politica e media in queste settimane è diventata, con poche eccezioni, uno dei paraventi dietro al quale i governi di tutto il mondo, e il nostro fra i primi, è corso a nascondersi; l’altro, non ancora superato, è stato la metafora della guerra, che sposta la responsabilità delle decisioni dai governi agli individui. Oggi però la scienza non ci può aiutare, ed è tornato, prepotentemente, il tempo della politica senza maschere: la politica ci ha portati dove siamo, e ora non sappiamo cosa fare, e ora il suo dovere è guidarci. Sembra però mancare ancora il coraggio: quello di prendere scelte che non riguardano laboratori e ricercatori e la sorveglianza sulle regole, ma la nostra libertà e il nostro lavoro, scegliendo fra la strada utilitaristica, ovvero il bene di molti sacrificando pochi, o quella medica, che è il salvare il maggior numero di vite possibile. È compito della politica, e per quanto terribile sia non ci si deve vergognare a parlarne, scegliere fra gli anziani già prossimi alla fine della loro vita e l’educazione di chi adesso non va più a scuola; compito della politica decidere se siano più importanti i rischi di contagio che affronteremo in giugno o un debito pubblico che peserà su una intera generazione di giovani che oggi sono adolescenti, segnandoli per tutta la vita. Nel più piccolo, è compito della politica decidere se sia giusto, per andare al mare, obbligarci a continuare a portare una mascherina all’esterno o a prenotare un posto in uno stabilimento balneare, riservando quel poco di spensieratezza che l’estate porterà solo a chi ha di più: sono cose che sembrano banali, eppure il benaltrismo è una scappatoia troppo comoda. Senza passare la palla della decisione alla scienza e ai comitati di ‘esperti’: vedere questa palla viaggiare avanti e indietro sul campo, nell’attesa del fischio finale di un arbitro esterno e del pareggio, non è l’assistere a una bella partita. E se qualcuno vuole pensare che nessuno, fra gli italiani, se ne sia accorto, commette un errore; Roma e Piazza dell’Unità vuote, con i filmati degli agenti di polizia che multano il ribelle autogiustificatosi con un ‘volevo fare all’amore con la fidanzata’, non piacciono più a nessuno, dopo cinquanta giorni non sollevano più indignazione, applausi e canti dai balconi.

L’unico scopo della quarantena è stato ridurre il numero di possibili contatti fra chi era malato e chi non lo era ancora: di salvare, quindi, guadagnando tempo, la capacità di risposta del sistema sanitario nazionale di fronte a un picco eccessivo: una delle cose che la scienza ci ha detto è che farlo per più di quindici giorni forse non serve. Possiamo ora, di fronte alla dichiarazione dell’OMS, avere il coraggio di andare in televisione per annunciare che, se vogliamo tornare alla normalità, non c’è alcun vaccino che tenga per ora, che dovremo sopportare, in maniera controllata, altre morti, e che questo è un prezzo da pagare così come lo sarebbe stato in marzo perché fra oggi e allora differenza non ce n’è? O ci nasconderemo nella risposta generica, “il primo dovere di un governo è salvare vite”, rimandando fino alle estreme conseguenze la scelta di eliminare le restrizioni eccezionalmente limitative per la libertà delle persone e tali da farci restare in uno stato di emergenza permanente ormai inaccettabile, continuando ad aspettare? Se non torniamo a vivere come prima, la vita per come la conoscevamo prima, per tre generazioni, morirà, e alla quarta che segue lasceremo un mondo che non vogliamo: più tempo passa, con un’economia congelata, più aumenta il rischio che essa si comporti come un cervello lasciato senza ossigeno, e non riprenda più a far muovere il corpo. Se torniamo a vivere, moriranno più persone, o forse moriranno prima del tempo che avrebbero avuto ancora a disposizione (due anni? Dieci anni? La scienza su questo è ancora incerta). La via di mezzo non c’è, è fatta di illusioni come la metropolitana a ingresso contingentato: semplicemente, non può funzionare. La scelta non può essere di altri che non siano i governi e la politica: di fronte a questa scelta, sono da soli, non possono passare la palla a giocatori diversi.

[r.s.]

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Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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