Coronavirus, strutture per anziani nell’emergenza: come prevenire il contagio?

25.04.2020 – 11.31 – Nell’avvicinarsi graduale del ritorno a una situazione più normale, il rischio contagio nelle strutture per anziani legato all’emergenza Coronavirus è al centro delle preoccupazioni: le conseguenze molto pericolose per la salute che il contagio spesso comporta per le persone anziane, in particolare se con patologie pregresse, e la velocità con la quale il virus sembra diffondersi negli ambienti chiusi, hanno infatti reso le case di riposo e le residenze per anziani luoghi ai quali prestare particolare attenzione. Come stanno vivendo quest’emergenza gli anziani stessi e chi lavora per loro ogni giorno? Lo abbiamo chiesto a Rosa Mingrone, direttrice dell Residenza Polifunzionale Villa Verde.

Come state affrontando l’emergenza in corso?

“Proteggendoci tutti assieme, l’uno con l’altro; e cercando di trasmettere positività e ottimismo. Stiamo cercando di dare il maggior conforto possibile non soltanto ai nostri ospiti, ma anche agli stessi operatori che si trovano al loro fianco, con l’obiettivo di far nascere un nuovo e rinnovato senso di appartenenza, di coalizione, di solidarietà. È una cosa che ci vede tutti uniti nella stessa esperienza, con un fine comune: tutelarci da questo nuovo virus”.

Quali sono le misure che sono state messe in campo, prima e dopo, per evitare la diffusione del contagio? 

“Il nostro modo di lavorare, fin dall’inizio e sempre, è stato quello di adottare forme di prevenzione primaria. Nella nostra quotidianità abbiamo messo in campo con grande attenzione tutti quegli interventi e comportamenti necessari al fine di evitare il manifestarsi di eventi dannosi per la salute: dal semplice gesto del lavarsi le mani fino al mettere a disposizione, non solo degli operatori ma anche dei vari visitatori della struttura e dei familiari, soluzioni disinfettanti, nonché l’invito – in particolare durante i periodi di influenze stagionali – di indossare mascherine chirurgiche per evitare il diffondersi di possibili contagi all’interno della struttura. O ancora l’invito, in caso di sintomi virali, di non venire a visitare il proprio caro”.

E poi, quando l’epidemia è iniziata?

“Poi è arrivato il Covid-19 e, avendone osservato come le prime pubblicazioni riportassero l’elevato grado di contagiosità, ci siamo chiusi per così dire ‘a riccio’: abbiamo ritenuto fosse una scelta necessaria e provvidenziale, prima ancora della pubblicazione del decreto Conte, quella di chiudere la struttura a qualsiasi visita esterna: familiari, fornitori, collaboratori, liberi professionisti. Ci siamo inoltre impegnati, tutti i componenti dell’equipe, a indossare per tutta la durata del proprio turno di lavoro i dispositivi di protezione individuale, cercando di mantenere l’isolamento sociale anche all’interno dei nostri nuclei familiari. Abbiamo quindi rafforzato tutte le procedure e aumentato la sorveglianza sanitaria”.

Come stanno reagendo e vivendo gli ospiti di Villa Verde questa fase d’emergenza?

“Abbiamo parlato con loro proprio di questo, li abbiamo… ‘intervistati’: tutti i nostri ospiti si sentono protetti, e non hanno paura per sé stessi. Sono invece piuttosto preoccupati per i loro familiari, che li vedono soli, isolati e in pericolo, sia da un punto di vista della salute che economico”.

Come hanno reagito invece le famiglie, in particolare sull’impossibilità di far visita ai propri cari?

“In un primo momento è stato complicato e faticoso far comprendere a una parte dei familiari quanto fossero importanti queste ‘restrizioni’; oggi ci sono invece grati. In ogni caso ci siamo attrezzati per sopperire all’impossibilità delle visite attraverso varie risorse, anche con la tecnologia: chat di gruppo, videochiamate tramite Whatsapp e Messenger, registrazioni in diretta sul loro profilo Facebook (Villa Verde La Gioventù). In questo modo anche se sono distanti riusciamo a condividere in tempo reale tanti momenti della loro vita”.

Il dramma delle case di riposo ha colpito soprattutto Trieste; a quanto pare, in particolare a causa della presenza di strutture “piccole”, con l’impossibilità di creare percorsi separati. Qual è la sua considerazione al riguardo?

“A mio avviso il problema di tipo logistico o strutturale è, in questo frangente, secondario. Il dato certo è che solitamente il virus che si diffonde all’interno di una struttura non nasce dentro di essa, ma arriva dall’esterno. Una volta che il virus ha fatto, però, il suo ingresso, la situazione può diventare particolarmente critica, a causa della rapida diffusione. Quindi credo si debba innanzitutto porre la massima attenzione affinché la malattia non entri in primo luogo nella struttura, ad esempio non accettando nuovi ingressi. E in particolare se provenienti dagli ospedali. Ci tengo a fare una precisazione relativamente alla diffusione del contagio nelle case di riposo: le residenze per anziani, anche se classificate come Nuclei N3, non sono strutture ospedaliere. Ed è quindi in parte comprensibile che, considerando come alcune criticità si siano manifestate anche a livello ospedaliero, pur portando le misure di sicurezza al massimo delle possibilità, alcune strutture per anziani si siano ritrovate in una situazione particolarmente critica a causa della repentina diffusione del virus”.

Nella fase di allentamento delle misure di contenimento, relativamente alle limitazioni degli spostamenti, si è ipotizzata la possibilità che siano gli anziani “l’ultima” fascia di popolazione a poter uscire. Cosa ne pensa? 

“Gli anziani sono vere e proprie risorse. È il caso ad esempio il caso dei numerosi nonni-sitter: sono molto più saggi dei giovani e, se sono riusciti a invecchiare, è perché hanno saputo tenere testa alle insidie della loro vita. Inoltre, va tenuto conto che, ad oggi, ci sono molti ultrasessantacinquenni che ancora lavorano, perché di fatto non sostenuti dalle leggi dello Stato. L’interazione e ‘l’utilità sociale’ queste persone l’hanno dimostrata proprio durante questa pandemia: sono stati richiamati medici e infermieri in pensione per fronteggiare l’emergenza del Coronavirus e, tra l’altro, essi sono stati un fondamentale punto di riferimento per i giovani laureati ancora inesperti. Se l’intento è quello di proteggere le fasce più deboli credo quindi non siano da porre restrizioni basate sulle fasce d’età, quanto piuttosto sulle diverse fragilità relative alla salute del singolo, che comprendono in questo caso tutti: dai bambini agli adulti, fino agli anziani. Questo periodo di isolamento sociale ha già prodotto molti danni, presenti e futuri, a ogni livello della società. L’auspicio è quindi quello di ritornare ad una vita dignitosa senza esasperare ulteriormente le diverse situazioni personali di ciascuno”.

[n.p.]

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