Il cimitero ebraico di Trieste. Il ricordo di tre tombe misteriose

25.04.2020 – 07.30 – Il primo cimitero ebraico di Trieste risale al 1446, quando un triestino israelita, Michael, comprò un appezzamento di terra in Via del Monte, nella contrada di Santa Caterina.
Il cimitero antico crebbe nelle dimensioni, fino ad occupare nel corso dei secoli parte del colle di San Giusto.
Quando l’imperatore Giuseppe II ordinò – per ragioni sanitarie – che i cimiteri sorgessero al di fuori delle città, la comunità ebraica iniziò a seppellire i propri morti nell’attuale sede di Via della Pace, a partire dal 1 giugno 1843. Il cimitero è noto nella tradizione ebraica come “bet ‘olam“, cioè casa dell’eternità; i morti infatti non possono essere riesumati, né le tombe violate. Quando pertanto il Comune di Trieste volle trasformare il colle di San Giusto in un parco – oggi noto come “della Rimembranza” – il cimitero antico venne espropriato (1909). Nell’occasione vennero salvati diversi sarcofagi di rabbini risalenti alla metà del Settecento, così come 800 pietre funerarie. Purtroppo la maggior parte venne affidata al custode, il quale scalpellava via le dediche e sfruttava l’altro lato per incidere il nome del nuovo defunto, “riciclandole”.

Il cimitero ebraico di Trieste, rimasto nell’ottocentesca sede di Via della Pace, mantiene alcune particolarità tutte triestine: a partire dalle tombea grotta” ovvero tumuli di pietre del Carso incastrate a secco, molto utilizzate tra l’ultimo quarto dell’ottocento e i primi anni del novecento. La maggior parte di queste tombe sono purtroppo collassate, rivelando lapidi del precedente cimitero di Via del Monte.
Le pietre funerarie presentano per lo più simboli ebraici, ma non mancano “stemmi” classici, come la clessidra, la falena, l’alfa/omega, l’uroboro; immancabili i simboli massonici caratteristici di molti cimiteri triestini. Particolare di triste attualità, non mancano i morti per “morbo asiatico”, cioè per le epidemie di colera, solitamente intere famiglie sotto un’unica tomba.

Chi conosce la storia della città sarà familiare con i nomi delle famiglie di assicuratori e mercanti che assicurarono a Trieste il suo status di città-porto tra settecento e ottocento: i Morpurgo, i Parente e il barone Fortunato Vivante tra i tanti.
Molti triestini di origine ebraica dei quali ritroviamo le (imponenti) tombe. Ma tra le lapidi e le steli, non mancano le sorprese: storie di uomini e donne incapsulati nel tempo grazie ai dettagli delle epigrafi, degli stemmi, degli ultimi gesti.
Frammenti di un mondo lontano, eppure non così diverso da quello attuale.

Una lapide intestata a Joel Wölfler, morto nel 1843, rivela come venne “ucciso da crudele mano di un assassino non figlio del patto“. Di cosa si tratta? Secondo le ricerche in archivio di Livio Vasieri, Joel era all’epoca in carcere dove divideva la cella con un compagno di sventure dall’animo rabbioso. Joel seguiva un corso per lavorare come falegname, mentre il compagno di cella come calzolaio. I due stavano mangiando, quando Joel venne accusato dall’altro di avergli rubato un pezzo di pane; presto la cosa degenerò in una rissa e il compagno di cella lo infilzò allo stomaco con una lesina, un grosso ago ricurvo utilizzato dai calzolai.

Un’altra tomba che desta curiosità, è quella di Moisè Hierschel detto “l’elemosiniero“.
Hierschel infatti si occupò a lungo di gestire i fondi per la beneficenza della comunità ebraica; ma era a sua volta un filantropo generosissimo. A Trieste, a metà del secolo, gestiva una concentrazione di immobili notevole; dalla casa della Galleria Rossoni, all’edificio pre Tergesteo, all’isolato tra via Roma e via Filzi. E come se non bastasse era anche proprietario del Teatro Grande, oggi Teatro Verdi. Una generosità che nascondeva un cuore in pena: decenni addietro, nel 1807, Hierschel aveva visto proprio nel teatro che avrebbe successivamente comperato consumarsi una terribile tragedia. La giovane moglie e la madre, giunti a Teatro per uno spettacolo, sarebbero state accoltellate a morte da un pazzo nel loro palco.

Un onesto servitore dello Stato era invece Moses Fuchsel, un cittadino di origine ebraica la cui lapide si distingue per l’emblema di un ramo di alloro intrecciato ad un’ancora spezzata. Morto nel 1894, Fuchsel era infatti un capitano di macchina della marina militare austriaca.
Tra le sue cose alla sua morte venne ritrovata un’onorificenza messicana, svelando così come avesse partecipato alla spedizione di Massimiliano d’Asburgo, conclusasi nella tragedia della fucilazione.

Non mancano le donne della comunità ebraica; ad esempio Fiorina Luzzatto Cohen, imparentata con il poeta e storico Samuel David Luzzatto. La figlia, Irene Coen Luzzatto, emigrata negli Stati Uniti, sarà poi la madre di uno dei più grandi sindaci di New York, Fiorello La Guardia, a cui rimane tuttora intitolato uno degli aeroporti della città.
Oppure Amalia Popper, l’allieva preferita di James Joyce quand’era insegnante a Trieste, il cui padre Leopold, anch’esso sepolto nel cimitero, diventerà l’ispirazione per il Leopold Bloom dell’Ulisse.

Fonti: Livio Vasieri, Il cimitero ebraico ottocentesco di Trieste contenuto in Gli ebrei nella storia del Friuli Venezia Giulia. Una vicenda di lunga durata, Giuntina, 2016.