1800 metri al giorno e i biscotti. Quando riapre l’Italia?

01.04.2020 – 11.47 – La signora chiama, e vuole i biscotti: ha novant’anni, vive da sola, e il suo unico contatto con il mondo oltre al figlio è l’assistenza domiciliare del Comune, limitata anch’essa dai regolamenti in atto. Di numeri verdi, psicologi telefonici e Internet non sa niente, e non vuole sapere: sono cose per altre età, senza i biscotti, però, piange, come una bambina – è un paragone che dobbiamo tenere presente. Il suo dramma, come quello della bambina, non sono certo i biscotti: i generi di prima necessità li ha tutti. Non vuole più stare da sola. La risposta che arriva da una chat Whatsapp (la Rete, in politica, va molto di moda) di un rappresentante locale, di cui è pietoso e saggio tacere il nome, alla segnalazione delle difficoltà psichiche che stanno pesando sulle spalle di chi è più fragile è: “Lo facciamo per proteggerli! Dovresti parlare con i dottori a Cattinara; qui la gente muore, mica possiamo pensare ai matti”. No, così non va, se questa è la protezione, non va; e allora mani sulla tastiera, e scriviamo.

Neppure le star, le celebrità e i milionari (che sempre sono stati i punti di riferimento, gli idoli e il ‘vorrei essere anch’io così’ di quasi tutti) restano indenni di fronte a un mese fatto di quattro mura: perché dovremmo risparmiare la politica. Ci hanno provato, le star, si sono messi in video e in voce, hanno mandato appelli alla solidarietà e messaggi dalle loro case e fatto selfie sorridendo. È passata anche Barbara D’Urso pregando. Non ha funzionato: le vasche da bagno, i testimonial sui quotidiani (ci siamo astenuti), Youtube, le ville con giardino, la quarantena sul lastrico solare da settecento metri quadrati e la palestra domestica da fare invidia a un centro di fitness non sono stati graditi da chi come panorama ha uno scorcio di mezza finestra. Le pagine Social, negli Stati Uniti, si sono trasformate in una lavagna per la raccolta di insulti e messaggi d’odio; da noi non siamo ancora a questo punto, per adesso, ma qualche segnale c’è.
Se cedessimo al paragone fra l’epidemia e la guerra, amato da qualcuno, il primo d’aprile (oggi) potrebbe essere l’anniversario non di una vittoria (il numero di morti e contagi; per il calo dei quali, siamo felici, i grafici ci mostrano che siamo ancora ben lontani da quello che speravamo), ma della sconfitta quasi totale. Le vittime italiane del Covid-19 hanno toccato un record mondiale: non si capisce ancora perché, nonostante tutte le restrizioni fatte, ed è ormai evidente, dai numeri stessi, che la responsabilità non è di chi in quei primi giorni è uscito di casa, e neppure delle mascherine non distribuite alla cittadinanza, ma probabilmente delle fornaci d’infezione di quel primo momento e di dopo: gli ospedali – intesi come strutture, come sistemi, non come persone che al loro interno si sacrificano per aiutare. Persone che il sistema non è capace di proteggere: i dispositivi di protezione, adeguati, professionali, vanno prima a loro che ad altri, e non ci sono ancora.

1800 metri. Sono la strada fra casa e ufficio: andata al mattino e ritorno la sera. Si fa, da un mese a questa parte, fra una pattuglia che si ferma a guardarti per una ventina di secondi e poi decide di lasciar stare perché ha capito che stai andando al lavoro. 1800 metri schivando la ragazza che porta a passeggio il cane e che fra mascherina e naso ha infilato una sigaretta, salutando il corriere che cerca il portone dove deve lasciare un pacco, preoccupandosi un po’ perché il medico curante va in pensione e chissà quando sarà il caso di andare a scegliersene uno nuovo, sentendo un po’ di peso al cuore davanti al cartello che dice: “gli uffici riapriranno il prima possibile” su cui qualcuno ha aggiunto un punto di domanda a pennarello. Pugno di ferro: i bambini a Trieste, a passeggio con la mamma, non ci possono andare; neanche se si tratta di fare il giro attorno a casa, per non ‘abbassare la guardia’. Riaprire l’Italia è necessario; senza un piano, certo, è rischioso (a quanto rischio equivale, su una scala numerica, una mamma con un bambino)? Una strada potrebbe essere il test di massa, eppure si legano ancora i tamponi ai soli ricoveri in ospedale, e se si è detto che proprio gli ospedali sono in questo momento un luogo dove non vogliamo andare – fosse altro perché è principalmente lì, che il virus vive – così, non funzionerà. I tamponi andrebbero fatti fare a casa, alle persone che presentano i sintomi, forse seguendo l’esempio di altre nazioni. La domanda sul perché non si fanno ancora, va fatta non però ai sanitari o alla Protezione Civile, ma – adesso, trascorso un mese – a chi ha ricevuto dai cittadini la responsabilità di dover pianificare e decidere: se la risposta è un ‘non lo so’ o il silenzio, seguite dal solo: “state a casa”, non è più accettabile.

[r.s.]