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sabato, 3 Dicembre 2022

Sequestro dell’auto per prevenire il Coronavirus. La deterrenza.

23.03.2020 – 13.46 – Se non ci fosse da piangere, di fronte alla situazione pesantissima che l’Italia e in particolare la Lombardia stanno vivendo in queste ore, verrebbe da ridere. Destreggiarsi nel dedalo di misure governative, regionali e comunali, spessissimo l’una diversa dall’altra e a volte in contrasto l’altra con l’una, emesse sul filo rosso del contenimento della diffusione del Covid-19, e cercare di costruire una matrice, sta diventando simile a un percorso del gioco dell’oca: di chi è l’autorità? Su cos’è l’autorità? Su quale area territoriale? Chi fa rispettare l’autorità, chi ha ragione, chi ha torto e in che misura? In pratica, che cosa bisogna fare?

Materia per i giuristi e i costituzionalisti, che impegnerà presumibilmente le settimane successive alla fine dell’emergenza. Nel frattempo le domande fatte via Social Network o alla radio sono tante: un padre single che si trova ad avere il figlio, che normalmente vive con la madre, in un comune diverso dal suo, magari per pochi metri, può vedere il figlio (naturalmente nel rispetto delle misure di sicurezza) una volta la settimana oppure no? La signora anziana che vive da sola, soffre di depressione e non ha nessuno, in un appartamento senza terrazzo e con le finestre piccole, può scendere almeno un’ora in cortile, oppure il danno che si fa chiudendola in casa è superiore al beneficio? Se la pista ciclabile che si usa per andare a lavorare attraversa tre piccole municipalità, si può andare a lavorare se in un comune essa è aperta e nell’altro no, oppure è proibito? Le Poste Italiane, di colpo, non consegnano più la posta ordinaria, ma solo la raccomandata sì: per tutelare la salute del cittadino?

Fare annunci alla cittadinanza alle 23 al sabato e poi far aspettare il decreto fino alla domenica sera alle 19, per poi emettere un documento che stabilisce chi lavora e chi no sulla base di codici Ateco (il codice Ateco – molti cittadini non lo sanno – ha fini statistici, e non restituisce esattamente un quadro della filiera produttiva nazionale; certo meglio che niente, ma non è tutto), rischiando così di fermare l’attività di aziende che realizzano componenti fondamentali ad esempio per forniture sanitarie ma rientrano in un codice diverso, ha senso, o non sarebbe piuttosto stato meglio consultarsi con gli esperti e le associazioni di categoria prima di annunciare uno stop che entra in vigore solo da mercoledì (e così facendo, di nuovo panico e fuga dalle grandi città, verso il sud Italia)? Fare la spesa in ordine alfabetico, come si è deciso da qualche parte, quale utilità può avere, oltre a quella di tagliar fuori dalla possibilità di approvvigionarsi di beni di prima necessità chi lavora in un settore fondamentale e sfortunatamente ha un cognome che inizia per ‘z’? Perché in alcuni istituti ospedalieri viene denunciato dalle associazioni di professionisti fino al 50 per cento di infezioni nel personale sanitario e proseguono sia la mancanza di dispositivi di protezione, promessi in alcune regioni in distribuzione alla cittadinanza (che però ne ha molto meno bisogno), e perché non si fanno i tamponi al personale ospedaliero che è continuamente in contatto con i contagiati e che, se si ammala in maniera asintomatica, contagia altre persone? Una previsione su quando si potrà riprendere a vivere almeno in parte, magari di larga massima, ma almeno un punto di riferimento per mettere un appunto su un calendario, perlomeno chi sta al timone del paese ce l’ha, quali sono i grafici da guardare e come vanno interpretati?

Non sono domande che hanno una risposta facile. La risposta data dal ministro Dario Franceschini, però, ovvero che bisogna capire le decisioni del premier Giuseppe Conte perché cose del genere non sono mai accadute prima (non è del tutto vero: terremoto del Friuli con mille morti in un giorno e centomila sfollati, e altre tragedie italiane più piccole solo in apparenza sono impresse già nella memoria di chi ha qualche anno in più), e Conte “ha una responsabilità mai toccata ai predecessori”, è debole: oggettivamente, c’è una certa confusione. L’ultima, unita alla certezza che se lasciate l’auto sulle strisce blu dopo esservi chiusi in casa, in molti comuni pagate la multa giorno dopo giorno (fino a oggi i certificatori del parcheggio sono stati un’attività di prima necessità), arriva attraverso il Sole 24 Ore dalla Procura di Parma: se usciamo di casa “senza motivo” su un veicolo (il motivo verrà valutato dall’agente che effettua il blocco e il controllo), forse ci sequestrano l’auto o la moto. È una sanzione accessoria stabilita da una circolare parmense che potrebbe diventare realtà a breve ed essere estesa a tutto il territorio nazionale, come “deterrente”: in più, c’è già la reclusione da 1 a 6 anni per violazione dell’articolo 495 del Codice Penale. Se scatta il sequestro conservativo del mezzo con il quale abbiamo commesso il reato di uscire di casa, lo dobbiamo custodire noi (anche in questo caso, è necessario capire bene come e dove): in caso contrario ecco anche la denuncia per “sottrazione di cose sottoposte a sequestro”, con una multa di cinquecento euro e reclusione da 6 mesi a 3 anni. Incertezza del diritto, una variante tutta italiana; e la strada della “deterrenza”, se incontrollata, è un sentiero buio.

[r.s.]

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Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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