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sabato, 2 Luglio 2022

“Per accogliere i sospetti di peste” I Lazzaretti di Trieste (1731-1769)

07.03.2020 – 07.30 – La Repubblica di Venezia attraversò dall’XI secolo fino al XV oltre 40 grandi epidemie.
Ma la più grave, destinata a rimanere nella storia, fu quella del 1347-48; che seguì, accoppiata frequente in quei secoli, a un grande terremoto.
Come avviene oggigiorno nell’Iran in ginocchio per il Coronavirus, Venezia liberò dalle carceri centinaia di persone per riempire i vuoti nell’amministrazione e nell’esercito; addirittura si vietò di portare il lutto, perché troppi erano i morti: “nullus homo tam magnus quam parvus possit neque audeat portare pannos nigros“.
Tuttavia appena nel 1423 il senato si risolse a costruire un ricovero per gli appestati: un ospedale posto sull’isola di S. Maria di Nazaret.
Non è difficile rintracciare nella parola Nazaret la distorsione linguistica che potrebbe aver creato il termine “lazzaretto”; d’altronde Lazzaro, nella qualità di mendicante della parabola e patrono dei lebbrosi, si prestava bene a dare il nome a un luogo a metà strada tra ospedale e struttura portuale. Ma il nome potrebbe anche derivare dall’ospedale arabo “El Hasar”, così come potrebbe essere una traduzione dall’ebraico; “el asar” significa infatti “Dio aiuti”.

Intanto Trieste lentamente si adeguava ai tempi; risale al 1554 un primo servizio di sanità responsabile di controllare chi si presentava in città per via terra. La sede era presso Porta Riborgo. Sulle rive, invece, c’era il “Casino di Sanità“, responsabile di monitorare il traffico marittimo per evitare “ogni clandestino approdo a danno della pubblica salute
Il Magistrato, tramite Porta Riborgo e il “casino”, fronteggiò le epidemie per tutto il 1500 e il 1600, fino a quando la trasformazione innescata da Carlo VI d’Asburgo, con la patente di Porto Franco (17 marzo 1719), motivò costruzione di un primo lazzaretto.

Lazzaretto Vecchio, foto P. Opiglia (1907)

Il lazzaretto, per interessamento della Suprema Commissione del Commercio con sede a Graz, venne presto progettato e costruito “per accogliere i trafficanti in arrivo da luoghi sospetti di peste“.
Il lazzaretto, costruito nell’area di campo Marzio tra la terraferma e lo scoglio dello Zucco, aveva mura di recinzione alte “tre Klafter” (4 metri e mezzo) con due cortili, rispettivamente per le guardie incaricate di sorvegliare la quarantena e per i marinai alloggiati; c’era poi un magazzino per le merci e una chiesa dedicata a San Carlo. I mattoni avrebbero dovuto provenire da Pirano, ma Venezia, “gelosa” di Trieste, si oppose; pertanto si utilizzò con notevole profitto la pietra delle cave d’Aurisina.
Come il Porto, il lazzaretto, costruito nel 1731, diventerà poi “Vecchio”, quando verrà costruito quello di Maria Teresa. Ne rimane tutt’ora il portale settecentesco.

Intorno al 1760 il lazzaretto di San Carlo era ormai insufficiente per una città che cresceva a ritmo sostenuto; pertanto si decide di progettare una seconda struttura, destinata ad accogliere navi, passeggeri e merci “suscettibili” i quali cioè in caso di provenienza sospetta dovessero venire “spurgati“, ovvero liberati dai morbi.
Il lazzaretto di Santa Teresa venne costruito sulle rive di Gretta, all’ombra della torre di San Pietro, presso la quale all’epoca si svolgevano le esecuzioni capitali.
Costruito nel 1769, il Lazzaretto era circondato da un muro alto “quattro Klafter” (7 metri) che delimitava due bacini, rispettivamente per il rapporto con l’esterno, i servizi e le navi “pulite” e un altro per le navi sospette di contagio. I bacini avevano ciascuno un proprio ingresso e venivano chiusi con una catena secondo precise modalità e orari. I fratelli Cossuta avevano progettato i due bacini affinché potessero ospitare fino a sessata navi; un numero ingente, specie per l’epoca.
I torrenti che scendevano dall’altopiano garantivano quell’acqua necessaria allo “spurgo delle merci suscettibili“, mentre c’erano i soliti magazzini per le merci, gli alloggi, le sale per i contumaci, le stanze delle guardie, ecc ecc
Non solo un Lazzaretto, dunque, ma una vera e propria fortezza marittima munita di una batteria di cannoni complementare al molo “teresiano” appena costruito.

Oggigiorno si parla di ripulire le banconote dal Covid-19; all’epoca patenti e documenti delle navi dalle “zone rosse” venivano disinfettate prima delle ispezioni.
Le carte venivano trasmesse sospese a una canna, come la lenza di un pescatore: “che il Guardiano riceva dal capitano in una canna le Fedi, e Patenti di Sanità, come pure quelle de’ passeggeri, se il bastimento ne avesse a bordo, e che siano tenute a doppio profumo di Zolfo per qualche spazio di tempo, prima di riceverle…
Secondo lo storico Giorgio Giudici, deriva da questa procedura, diffusa già presso la Serenissima il detto veneto “non te tocheria nemmeno con una cana“.
Una delle tante procedure descritte con meticolosità tutta tedesca nel “Generale Regolamento e istituzioni degli officii di Sanità in tutto il Littorale Austriaco” (1755) che prescriveva passo per passo qualsiasi azione venisse presa nel lazzaretto: si andava da come comportarsi in caso d’incendio, a cosa mangiavano le guardie, a come comportarsi in caso di morte di un marinaio in quarantena…

Come oggigiorno con il porto di Trieste, anche allora come le merci dovessero restare in quarantena e quanto a lungo era oggetto di litigio: periodi eccessivi aiutavano la salute, ma danneggiavano il commercio. È sempre Giorgio Giudici a citare il cancelliere di Sanità, Andrea Bonomo, che lamentava come le pellicce a Trieste restassero troppo a lungo “isolate”, impedendo di rivenderle a un prezzo profittevole. Si citavano a questo riguardo i porti concorrenti, ovvero Livorno, Ancona e Marsiglia. Bonomo, influenzato dall’atomismo del tempo, riteneva che sulle pellicce il morbo non “attaccasse” o non perdurasse a lungo.
Il XVIII secolo assisteva ancora una miscela di tecniche di “spurgo” più o meno scientifiche: si usava sì lo zolfo, ma si abbinavano anche profumi e altre sostanze chimiche: il pepe, l’orpimento, il realgar, il litargizio

Stazione ferroviaria della meridionale e Lazzaretto di Santa Teresa (1870), Fototeca dei Civici musei di storia ed arte

Il lazzaretto “Nuovo” all’epoca era noto in tutta Europa; tant’è che lo cita un inglese, I. F. R. S. Howard, nell’opera An account of the Lazzarettos in Europe (1791).
Conclusa la traumatica parentesi napoleonica, già nei primi anni della Restaurazione il Lazzaretto “Nuovo” iniziò a sembrare sorpassato; verrà definitamente eliminato però solamente nel 1868, sostituito dai lavori per la Ferrovia Meridionale.
Sopravvisse solo il portale, trasferito al Lazzaretto di San Bartolomeo e una lapide commemorativa, dove si ringraziava Maria Teresa: “Pia, Felix Augusta Mater Patriae“.

Bibliografia: Giorgio Giudici, I lazzaretti nella Trieste del ‘700, Trieste, Tipografia litografia Moderna, 1984 in Quaderni giuliani di storia, n.1 (1984)
Lazzaretti e “Ospitali” della Trieste Teresiana, Trieste All News, 2018
Trieste ai tempi del colera (1855), Trieste All News, 2019

[z.s.]

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Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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