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mercoledì, 7 Dicembre 2022

“No paparazzi”. Fotografare persone, diritto all’immagine e suoi limiti

28.03.2020 – 12.30 – Un recente caso divenuto di pubblico dominio ha riacceso la discussione sul diritto all’immagine e sui suoi limiti. Il caso ha riguardato una dottoressa che rientrava a casa dopo un turno durissimo in terapia intensiva ed è stata fotografata da qualcuno che poi ha ben pensato di postare sui social la foto, per giunta accusando la dottoressa di aver infranto la regola di restare a casa. La dottoressa ha sporto denuncia, e, come vedremo, ha fatto molto bene, e non dubito otterrà soddisfazione giuridica. Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire quali sono le regole ed i limiti in tema di uso dell’immagine.

Esiste un diritto di rango costituzionale che viene definito “diritto alla riservatezza” (che noi, un po’ malati di esterofilia, abbiamo tradotto con il più noto termine anglosassone “privacy”), non espressamente previsto nella Costituzione italiana (siccome tema all’epoca non “sentito”, per non dire non presente), ma facilmente desumibile dagli articoli 2 (diritti inviolabili dell’uomo), 13 (libertà), 14 (inviolabilità del domicilio) e 15 (segretezza della corrispondenza e della comunicazione). Trattasi dunque di un principio generale che garantisce il diritto alla riservatezza di tutto ciò che concerne la nostra sfera privata.
Questo è dunque, per chi l’immagine la utilizza, il primo grosso spartiacque tra ciò che è lecito e ciò che non lo è. L’uso di un’immagine privata è illecito (ed anche penalmente sanzionato, art. 615 bis e 617 bis c.p.), l’uso di un’immagine pubblica non lo è poiché in pubblico il diritto alla riservatezza viene meno. Le norme a tutela della riservatezza sono state raccolte nel codice di protezione dei dati personali D.Lgs. 196/03 modificato infine dal noto D.Lgs. 101/18. Non va poi dimenticato l’art. 10 del Codice Civile, che tratta specificamente l’abuso dell’immagine altrui. Rilievo altresì assumono, nel trattare il tema, gli articoli 96 e 97 della legge 22/4/1941 n. 633 sul diritto d’autore. Questo il quadro normativo di riferimento.

Detto della prima scrematura tra immagine privata e immagine pubblica, la seconda e generale scrematura tra lecito e illecito è data dal consenso, che, si badi, può essere espresso o anche tacito. Nulla da dire sul consenso espresso; consideriamo quello tacito con un esempio. Se ad una festa, ad esempio, uno o più partecipanti si mettono in posa per una foto, si deve ritenere che tutti i fotografati abbiano dato il tacito consenso alla divulgazione di quella foto. La conseguente divulgazione è quindi lecita a meno che non sia fatta a scopo di lucro, nel qual caso necessita di espresso consenso. È rimasto famoso un caso accaduto tanti anni fa a Trieste, dove un gruppo di ragazzi proprio a una festa si era messo in posa per una foto esibendo, per gioco, la muscolatura delle braccia. Per qualche strano passaggio quella foto finì ad una famosissima casa di moda, che la stampò sulle proprie T-Shirt con la dicitura United Machos of … (tralasciamo il nome della casa di moda). Quei ragazzi fecero causa per uso indebito dell’immagine e la vinsero.

Lo scopo di lucro non è però l’unico limite. Lo è anche l’intento denigratorio-diffamatorio, e così veniamo ad affrontare il tema da cui trae spunto questa discussione. L’illiceità non consiste nel fotografare, in genere, persone che circolano per strada, siccome essendo esse su suolo pubblico non godono del diritto alla riservatezza, ma consiste invece nell’attribuire loro qualche specifica condotta derivante dall’essere dove sono. Dedurre, e pubblicamente affermare, che una persona si trova dove si trova perché ha violato delle leggi, quali esse siano, è un comportamento diffamatorio e come tale punito dall’art. 595 c.p. con la reclusione fino a due anni (!).
Un’ultima considerazione sempre partendo da un esempio: ma se io vedo un ladro che sta rubando una macchina, o se nella finestra dell’appartamento di fronte al mio vedo una persona che sta aggredendo un’altra, posso lecitamente fotografare o filmare la scena?
La risposta è ovviamente sì.
Eppure, specie nel secondo caso, siamo nella sfera privata ove il diritto alla riservatezza ha la tutela massima. Ebbene la liceità della condotta deriva dall’utilizzabilità in sede penale della prova così acquisita e trova giustificazione nella contemperazione degli interessi, dove quello della privacy, lascia giustamente spazio a quello della acquisizione della prova di un reato.

[a.k.]

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