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giovedì, 29 Settembre 2022

La Gran Bretagna e il Coronavirus. Precauzioni solo per gli ultrasettantenni

13.03.2020 – 14.38 – Mentre in Italia il più recente decreto del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, esorta tutta la popolazione a restare nelle proprie abitazioni, nel Regno Unito le azioni attuate per arginare l’emergenza da Covid-19 sono molto differenti: la mossa del Primo Ministro Boris Johnson infatti è quella di attuare manovre di precauzione solo per anziani e più deboli, lasciando che il virus faccia il suo corso nel resto della popolazione e mettendo in pratica esclusivamente misure di profilassi e igieniche ma senza blocchi alla circolazione o provvedimenti particolari.
Lo scopo pare quello di raggiungere l’“immunità di gregge”, ovvero un punto chiave per la fine dell’epidemia, che per altre malattie infettive si ottiene vaccinando la popolazione.
Una mossa che punta all’immunità dei più, ma che funziona tendenzialmente per infezioni che si possono prendere una sola volta nella vita, come il morbillo o la rosolia. Il sistema immunitario possiede un meccanismo che non consente all’agente infettivo di scatenare una seconda volta la malattia, spegnendo in questo modo il rischio di ampliamento dell’epidemia; tutto, comunque, quando si parla di Covid-19, è molto nuovo ed è ancora troppo presto per dire qualsiasi cosa. Quella di Johnson, che è sostenuto da una larga parte della comunità scientifica inglese, è una strategia che dovrà essere messa alla prova e che in pratica si ritrova a essere direttamente e diametralmente opposta a quella italiana, sulla quale il leader anglosassone era già intervenuto: “I politici e i governi nel mondo”, ha dichiarato Johnson al ‘Guardian’, “sono molto sotto pressione perché si chiede loro di agire, così a volte fanno cose che non sono necessariamente dettate dalla scienza. Non vogliamo mandare a soqquadro la vita delle persone”, ribadendo che secondo le autorità sanitarie locali non ci sono prove scientifiche del fatto che vietare eventi pubblici possa frenare il ritmo dei contagi.

Il Regno Unito, per ora, conta circa 12 morti e 596 casi confermati, ma secondo i funzionari il numero effettivo di persone infette potrebbe essere nettamente più alto, aggirandosi tra cinquemila e diecimila. Le misure attuate sono molto limitate: Johnson conferma per ora il no alla chiusura delle scuole e al divieto di assembramento. Solo precauzioni per gi ultrasettantenni e per le persone che presentano sintomi. “Molte famiglie perderanno i loro cari”, ha sottolineato, ma la verità è che nelle isole la situazione rimarrà al ‘business as usual’ e ‘keep calm, and carry on’. Chi ha sintomi è ovviamente invitato a stare a casa, ma per il resto la macchina inglese non smette di correre.

Johnson non prende però sottogamba l’emergenza Coronavirus, ammettendo che il Paese si trova di fronte alla più seria emergenza sanitaria in una generazione e che il numero reale dei contagiati potrebbe essere nettamente più alto, rispetto al confermato.
Ciò che però sottolinea è che prendere misure ‘draconiane’ non farebbe grande differenza, risultando paradossalmente controproducenti. Il governo britannico intende distribuire la diffusione nel tempo, in modo da consentire alla sanità una corretta gestione della situazione. Anche l’autorevole Times sostiene la linea di Johnson, scrivendo che si sta comportando da statista, senza cedere alle pressioni populiste. L’obiettivo inglese deve però tener conto dell’onda dell’epidemia che arriverà anche nelle sue isole; infatti, da quel momento, la necessità di attuazione di misure e restrizioni analoghe a quelle messe in campo da paesi come l’Italia non si può escludere a priori. Due scuole di pensiero, sostenute entrambe da virologi e scienziati autorevoli: il tempo sarà il solo a poter dimostrare l’efficacia di una o dell’altra. Johnson, che comunque ha presentato la situazione inglese rinunciando in parte all’aplomb britannico, era stato già anticipato nelle considerazioni da Angela Merkel, che aveva parlato, con lucidità, di una possibilità realistica che il virus raggiunga il 70 per cento o più della popolazione tedesca senza che sia possibile fare molto, se non cercare di non compromettere l’economia della Germania e la tenuta della nazione. La stampa anglosassone ha parlato anche della problematica costituita dalla revisione della percentuale di mortalità annunciato dall’OMS, sottolineando che il pensiero scientifico ricorda che molti casi asintomatici o con sintomi lievi non vengono registrati, e che quindi il numero di quei casi, se fosse aggiunto al computo delle statistiche, abbasserebbe significativamente sia mortalità che impatto nel tempo.

[c.d.][r.s.]

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