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mercoledì, 5 Ottobre 2022

Controllo, libertà, Coronavirus. Il futuro che non vogliamo

30.03.2020 – 21.33 – Alcuni fra i sindaci italiani, qualche giorno fa, hanno iniziato a utilizzare droni. Chi per fotografare, chi per minacciare o far vergognare (con appelli e voci registrate) le persone sorprese a infrangere ‘la legge’ (decreto d’emergenza del presidente del Consiglio dei Ministri) mentre camminavano, anche da sole, a volte a poche decine di metri da casa. In alcune occasioni, qualsiasi scusa per indossare una giacca d’uniforme (anche senza averne il diritto o l’onore, anche quando non è opportuno) sembra buona; il decreto del presidente del Consiglio dei Ministri ha inoltre spostato un referendum molto importante di cui per ora non si parla più, e il Parlamento, in questi giorni, è quasi scomparso. Vediamo.

Esistevano, in passato, prima di Facebook e degli Smartphone, i giochi di comitato; oggi questi esperimenti sociali si fanno poco spesso. Un gioco di comitato è un passatempo che si fa fra un gruppo di persone: ciascuno fa finta di essere qualcun altro, indossa idealmente una maschera e ricopre il ruolo di uno dei membri di un gruppo esecutivo (da qui il nome) di qualche tipo, che si trova di fronte a una situazione e deve prendere una decisione sulla base di input esterni: l’esempio classico è quello della stanza dei bottoni durante una guerra simulata, o della giuria del tribunale chiamata a esprimersi su colpevole o innocente. Questi giochi hanno normalmente poche regole e procedure semplici: azione, informazioni, reazione. Spesso, per rendere il gioco più realistico e appassionante, si inseriscono degli obiettivi segreti, conosciuti solo da uno o due giocatori, divergenti da quelli degli altri. L’insieme delle decisioni del comitato viene poi valutato da arbitri, e si vede che cosa è successo rispetto agli obiettivi e chi ha vinto. Ebbene uno degli esperimenti consueti di chi si appassiona a questi giochi, che hanno una forte valenza psicologica anche in ambito aziendale e militare, è vedere quante delle persone partecipanti hanno saputo resistere alla tentazione, nel momento in cui gli viene offerta, di diventare dei tiranni, eliminando le libertà degli altri giocatori allo scopo di raggiungere il proprio obiettivo. Di fronte a una parte di comportamenti pubblici visti in questi giorni di Coronavirus, alcuni dei quali raccolti in un video (non) divertente sui sindaci italiani che ha fatto il giro del mondo, viene da chiedersi quanti dei rappresentanti da noi eletti e posti ai vertici dell’emergenza abbiano partecipato, se non a un gioco di comitato, almeno a una simulazione di crisi.

Forse siamo ingenerosi; il nostro metro di valutazione è distante da quello dei sindaci, è quello di persone chiuse in casa e forse di giornalisti. Alcune dichiarazioni, però, fatte non solo dal sindaco che dice di voler usare il lanciafiamme ma anche da chi prima perseguiva carriere incentrate sui diritti umani e sull’accoglienza, spaventano; specie quando parlano di una situazione in cui la definizione di cosa siano i diritti umani, le libertà, la Costituzione italiana vada necessariamente (secondo loro) riesaminata, modificata, emendata, rivalutata e ciascuno di noi può usare la parola che preferisce per commentare le notizie che si leggono oggi sui quotidiani. Senza trascurare cosa accade in uno stato dell’Unione Europea poco più in là, dove un leader, di fronte a una situazione con 15 morti e 500 casi di Covid-19 confermati su una popolazione di poco meno di 10 milioni di abitanti (una percentuale dello 0,05 per cento), di fatto revoca la libertà di parola e sospende le attività del parlamento. Nelle settimane scorse, alcuni italiani sono diventati figure odiate perché allontanatesi di casa (senza cane), solo per passeggiare, salvo poi scoprire (dopo fotografie e denunce alle forze dell’ordine) che si trattava di medici che rientravano dopo il lavoro. Alcuni altri ‘bravi cittadini’, trasformatisi in agenti dei servizi segreti in incognito, hanno chiamato la polizia perché nel giardinetto (privato) c’erano ‘assembramenti’ (di 3 bambini) e confusione legati a un compleanno: è accaduto a Trieste, a Valmaura, con conseguente intervento della volante e pianto dei bimbi. In altri casi ancora, l’autista dell’autobus locale, occhiali da sole e lente nera anche in una giornata fredda e uggiosa, ha bloccato il mezzo, e fatto scendere le persone perché ‘erano un po’ troppe’: ben 9 persone su 70 di capienza. Dei binocoli e teleobiettivi alla mano si è già parlato.

È il nuovo futuro che non vogliamo: è persino macabro, molto macabro nel momento in cui sovraimpressa al video della cantante su Youtube ti passa la pubblicità dell’impresa di pompe funebri. In Cina il monitoraggio informatico dei cittadini ha avuto un ruolo importante nella lotta al Coronavirus: per potersi spostare, è stato per loro necessario installare una App che a seconda non solo delle informazioni personali più recenti ma anche della precedente storia medica generale, e di dove erano stati negli ultimi mesi, restituiva un codice rosso, giallo o verde. Niente codice giusto? Niente ingresso in alcune strutture pubbliche, niente accesso ai trasporti e riduzione di certi servizi. Per anni abbiamo però criticato con forza la Cina inorridendo davanti alla mancanza di libertà, dicendo che ‘no, con la Cina non si poteva fare affari’: poi, in quattro settimane, siamo diventati invece fan di ‘Black Mirror’, la popolare serie in streaming, e ci stiamo augurando che i nostri governanti facciano presto altrettanto. Su chi gestirà quei dati, chi ci controllerà, chi li eventualmente altererà (perché la possibilità esiste) per dare il risultato ‘rosso’ o ‘verde’, ci facciamo poche, nessuna domanda. In Israele, i dati telefonici sono utilizzati per tracciare gli individui che sono venuti in contatto con una persona infetta; per poter essere efficace, però, un sistema simile ti impone una cosa che forse non abbiamo tenuto in considerazione: avere sempre il cellulare con noi, sempre carico, con la localizzazione sempre attiva. Che è ben diverso dal dire: ‘tanto la privacy è finta, la pubblicità mi arriva comunque’; adesso, se vuoi, il cellulare lo puoi ancora spegnere, domani potresti non essere più autorizzato a farlo. A Taiwan, un giornalista della BBC ha ricevuto una visita improvvisa della polizia perché il suo telefono si era scaricato.

Non siamo in Cina. Senza voler dire per forza ‘meglio’ o ‘peggio’, non è la nostra casa, non è la nostra cultura. A casa nostra però i decreti contro la diffusione del Covid-19 del premier Conte hanno già sospeso la libertà di movimento, di associazione e di culto, assieme in molti casi alla libertà di lavorare. E c’è chi con costanza continua a chiedere ancora di più; torna in mente il: “coraggio, 15 giorni di sforzo e tutto finirà”. Per ora, va tutto ancora discretamente bene; il dramma che stiamo attraversando, però, si prolungherà nel corso dell’estate, e acquisterà tinte più fosche. Finora, la sfida dei governatori regionali è stata assicurare la salute; fra poco, diventerà assicurare il consenso per poter continuare a farlo senza distruggere il paese. Una sfida di questo genere richiederà una trasparenza senza precedenti e una comunicazione franca e diretta con i cittadini, che continueranno a chiedere una sola cosa: “Quando finirà”? Se non siamo in Cina, e non siamo cinesi, dovremo capire che cosa, in mancanza della trasparenza e delle risposte di cui abbiamo bisogno, diventeremo.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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