Te stesso. Innovazione poetica

19.02.2020 – 13.36 – Devi essere te stesso. Nulla di più naturale. “Canto e racconto ciò che mi succede”. “Parlo e scrivo di quello che mi accade nella vita”, sii nient’altro che tu. Come puoi raccontare ciò che non vivi direttamente? Se parli di altro è trascendenza. Ma io non sono finito. Una goccia di acqua minerale, un guanto che scava al buio nella miniera di un sole nero carbone, le tue ginocchia fuori dai jeans, la suola delle scarpe, il sospiro che attraversa il corpo e svapora, l’alto con i piedi fuori dal letto, il canto che taglia, la pagina attaccata al libro, distesa che ti buca gli occhi, la virgola che ti abbraccia le gambe, fai la pausa, lingua ferma. Se fossi in Islanda con il corpo, e turbini e bufere mi coprissero o se fossi dentro il sole che ti cuoce e sopra la sirena delle croci, se avessi il piede storto amerei amerei di correre, se fossi quasi morto ora sarebbe il primo giorno. Un te che non si esaurisce non può scegliere di essere una cosa sola. Come distinguere la nostra unica essenza dalla zona di comfort.

L’identità inganna, l’essenza libera, e mi dondolo una ciliegia sulla lingua. Così liscia e regolare, il rosso buono che perfetto si divide nel palato, ma i denti rompono le zolle dello zucchero d’anguria, questo caldo che scotta e ti bronzea, i muscoli disegnati a dire che sei sano, il pensiero che si annulla, ricarica gialla. E arancione. Sale l’ormone estivo che ci si tuffa al fiume, e guizza con la sua grazia e un fulmine, il ciuffo a scrosciare nell’acqua, questo sole che ancora ci indora, che quasi tutto è tutto lì. Il mio te stesso che si divide, come puoi possederti? Divento microcosmo immerso tuffo nei planetari, i capillari a zampillare il sangue che vortica, la pulsazione stroboscopica ai limiti del meccanismo, l’intarsio di pelle atletica, la vita viva, il sudore dello sforzo che si dopa l’adrenalina, la calma della nonna, il lago, le spighe si muovono poco a sbuffo, la sabbia contro la potenza delle piramidi, granelli spaccati in altri chicchi di roccia, l’umido cimitero che spacca le ossa nella landa, il muschio verdissimo e una poesia di mantelli, le ombre di lingue, pugnali, spade conficcate, confetture fatte a pugno, delle arance sbucciate. Sotto la cenere degli alveoli, una colata di miele caldo sul petto che si gonfia, il te stesso a bruciapelo mi strabica gli occhi, non sono quello,né quello e questo, spara questa luce o c’è un’antenna o un mostro, è pronta la noce ci fa il male nostro, butta le catene mi strabilio addosso, ribrillo gioiello scia smagliante ghiacciata, la fine lastra che si specchia, la doppia faccia, trionfa l’aria ma va in tifone, l’uragano verticale a pochi metri, misuro quanto tempo mi manca, la botola per il sottoterra, dammi una mano sorellina, e un cuore e un bunker. Fibrilla la bionica, nelle tessiture delle ciglia. Ti scompiglio il midollo, e scorre naturale di cascata, la doccia d’acciaio, il freddo siderale. Ho parlato poco fa con l’amico, anche essere se stessi naturalmente è pieno di tranelli, registri diversi e talenti di noi che utilizziamo in specifiche situazioni con persone differenti, allora se stesso forse lo si trova sempre da soli, in uno spazio onnicomprensivo che contiene tutte le nostre forme di sé, la boccata
d’innamoramento che vi dicevo, quando mi manca il respiro mentre vedo una luce di
una finestra nella notte, o nel sole guardando il cielo, dove si è dentro a tutto e dentro
in sé, senza motivo e senza fine, con una sensazione di essere fuso e inesauribile contenitore. L’amico pensava possa permanere, credo che l’obiettivo sia replicare quei momenti il più possibile, senza avere il riconoscimento e il complimento di qualcun’altro, che alla fine siamo solo e sempre noi a sentire e a vivere questa vita e nessuno al posto nostro.

Allora quando qualcuno ci dice di essere noi stessi non potrà mai succedere perché saremo una sole delle infinite forme che possiamo prendere, da soli invece in quell’intuizione, in quel lampo che ci sconquassa proveremo a sentirci fusi, senza dover spiegare a noi e a nessuno che la vita si misura in questo e realizzarsi, probabilmente, è non avere traumi fra noi noi dentro e l’altro altro fuori. Ritorneremo nei binari della ragione, assumeremo mille forme diverse, anche in base alle opportunità. Portare quella sensazione agli altri e condividerla è molto pericoloso, soprattutto per noi, che cadere nell’orgoglio di una conquista è un attimo. Ora sono me stesso e nessuno su di noi e sulle sensazioni può dire il contrario, non mi conosco ancora perché non ci si conosce a fondo e non lo si deve
fare. Stupirsi di noi e di quello che possiamo fare e possiamo essere, è una dolcezza
da primizia. Vorremo essere dei tecnici con noi, ma non puoi controllare ciò che non
hai ancora vissuto e di fronte a una situazione nuova, a volte siamo stravolti e
trascinati, spinti in comportamenti che mai avremmo pensato. Te stesso, che non
basta solo “Te”, te uguale due volte, te medesimo, proprio Te. Ma noi siamo tutto. E
in quella boccata o non siamo più niente o siamo il vaso che contiene e trabocca.

[d.b.]