La lucciola e il cliente insoddisfatto. Il Diritto 4.0

17.2.2020 – 17:11 – Come hai già immaginato, non è una fiaba del tipo “La cicala e la formica” di La Fontaine. Anzi, trattandosi di una vicenda siciliana, possiamo dire che non è nemmeno una fiaba di Capuana. Questa è una storia che inizia tra le coltri di una donna “di facili costumi” e finisce in un’aula di tribunale dove il cliente di una prostituta viene condannato per rapina. Rapina aggravata. E possesso di coltello. Ma cos’è accaduto? Come mai l’imputato, che era uscito di casa per “accompagnarsi” con una prostituta, che aveva ricevuto e pagato il servizio, si ritrova condannato per un paio di reati? Si è trattato della scarsa qualità del servizio, lui prova a spiegare. O del “servizietto”, noi potremmo aggiungere.

È andata così. L’imputato, dopo avere consumato in auto un rapporto mercenario con la persona offesa (la persona “offesa dal reato”, cioè la prostituta), averla pagata il compenso di 30 euro e averla fatta scendere dal veicolo, tornava sui propri passi e le strappava la borsa, pronunciando frasi minacciose e tenendo in mano un coltello. Quindi, si dava alla fuga, ma veniva arrestato poco dopo. In sede di interrogatorio, l’imputato chiariva che, semplicemente, era sua intenzione farsi restituire la somma pagata alla donna. Perché? A causa della “scarsa soddisfazione avuta dalla prestazione sessuale comprata”. Condannato per rapina aggravata, l’imputato cerca di chiarire meglio la sua difesa e spiega che non può trattarsi di rapina. Infatti, commettiamo una rapina quando agiamo per ottenere un profitto ingiusto, ben sapendo di prendere qualcosa che non ci è dovuto. Ma, in questo caso, il profitto ingiusto non era il suo, bensì quello della meretrice, che non lo aveva soddisfatto. Dunque, lui non la avrebbe rapinata, ma si sarebbe fatto restituire (col coltello) ciò che gli spettava. Infatti, l’imputato riteneva d’avere diritto alla restituzione dei 30 euro ed avrebbe agito proprio nella convinzione di esercitare un proprio diritto. Sempre di un reato si tratta, ma non di “rapina”, bensì di “esercizio arbitrario delle proprie ragioni”.

L’imputato cita una precedente sentenza della Corte di Cassazione in cui, in un caso simile, il cliente insoddisfatto era stato condannato proprio per “esercizio arbitrario delle proprie ragioni”. Purtroppo per lui, la Cassazione “conosce ma non condivide” la propria precedente sentenza, isolata e risalente nel tempo. Infatti, con decisioni successive, è stato chiarito che, quando si ricorre alle minacce per ottenere un pagamento, non ci troviamo più davanti a un “esercizio arbitrario delle proprie ragioni” ma a qualcosa di più grave. Così grave da superare anche la tenuità dell’importo in discussione. Il cliente insoddisfatto viene così condannato in via definitiva. (Corte di Cassazione, n. 42025/19).

[g.c.a.]