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martedì, 25 Gennaio 2022

7 febbraio. Giornata nazionale contro il bullismo e cyberbullismo

Dietro ad ogni bullo c'è sempre un nome proprio. L'esperienza di Telemaco Trieste nelle scuole.

07.02.2020 – 10.00 –Avevo un amico molto fragile, che a un certo punto è diventato un bullo“.
Negli ultimi anni si sente spesso parlare di bullismo. Si può dunque dire che si tratti di un fenomeno recente: il termine compare per la prima volta sui dizionari inglesi alla fine degli anni ’90. Qualcosa del genere però è sempre esistito nel corso dei secoli, seppur non ci fosse un nome che lo definisse. Ma è soltanto nel momento in cui qualcosa può essere definito attraverso un nome che possiamo iniziare a parlarne. E, ad oggi, bullismo e cyberbullismo sono fenomeni di cui, fortunatamente, si discute moltissimo. È noto a tutti di cosa si tratti, ma vorrei qui sottolineare alcuni elementi chiave dello stesso: adolescenza, gruppo, bullo, vittima, immagine.

Perché l’adolescenza (e la preadolescenza) è il momento in cui questa dinamica può prendere piede? L’adolescenza è l’epoca della vita in cui il soggetto è chiamato ad un compito fondamentale: la ricerca di un proprio posto nel mondo al di là della famiglia. È l’età della metamorfosi: un cambiamento che parte dal corpo e si traduce nei legami. Il corpo non è più quello profumato e accudito del bambino, ma diviene qualcosa di nuovo: qualcosa che sorprende, disorienta e, a volte, angoscia. Un corpo che non è più bambino ma nemmeno adulto: un corpo imprevedibile. Come imprevedibili diventano i legami al di fuori delle mura domestiche.

Dicevo che l’adolescente cerca un proprio posto nel mondo: come? I legami con i pari sono un’importante forma di riconoscimento ed identificazione per il soggetto. L’interrogativo “Chi sono?” sorge in fondo proprio in adolescenza. Se infatti un tempo erano sufficienti, esaurienti, le parole dei genitori nella definizione di sé (“è un bravo bambino!”; “è una peste!”), con l’ingresso nell’adolescenza esse non bastano più. Perché non si è più soltanto figli, oggetti amati dall’Altro, ma soggetti, attivi e più responsabili rispetto alle proprie scelte ed al proprio desiderio. Se questo da una parte è liberatorio, dall’altra può suscitare angoscia in quanto qualcosa della certezza infantile inizia a vacillare.

Le relazioni quindi raccontano al “non più bambino” che posto possono occupare nel mondo. Attraverso le parole, i ruoli, le dinamiche complesse tra sé e l’altro e tra sé e il gruppo. Il gruppo è fondamentale nell’adolescenza: è in esso che il ragazzo e la ragazza cercano e trovano qualcosa di nuovo che possa definirli. Ma sappiamo anche che “stare nel gruppo” non è facile: per chiunque è molto più impegnativo il confronto con una moltitudine di sguardi piuttosto che l’intimità del rapporto uno a uno. Nel gruppo si costituiscono ben presto dei ruoli, ruoli vincolati a delle dinamiche e a dei nomi: “la prima della classe”, “lo sportivo”, “il preferito della maestra”, “il simpatico”, “l’antipatico”, e così via. Nel lavoro che con Telemaco Trieste svolgiamo all’interno delle scuole della città questo appare da subito evidente: ogni ragazzo o ragazza si presenta, o viene presentato dagli altri, con dei significanti, una sorta di etichetta attaccata addosso.

Queste etichette a volte prendono la forma di veri e propri marchi: qualcuno si sente comodo dentro ad esse, altri meno, mentre altri ancora si sentono evidentemente imprigionati in definizioni da cui faticano a prendere distanza. Essere “il bullo” o essere “la vittima” è qualcosa che ha a che fare con questo: un’identificazione che dice di un ruolo e di un sistema ben definito di potere. In tutto ciò spesso si evidenzia una vera e propria dinamica di gruppo: non si tratta infatti di un rapporto uno a uno tra bullo e vittima ma bensì di un rapporto tra un gruppo, capitanato da un bullo, e una o più vittime.

Il punto è che dietro ad ogni ruolo vi è una sofferenza. La posizione del bullo spesso non è altro che la risposta, sintomatica, al dolore, all’angoscia e al disorientamento: esercitare il proprio potere sull’altro è un modo per nascondere la propria paura e la propria fragilità. “Bullo” diventa una risposta, compatta ed esaustiva, a quell’interrogativo tanto angosciante che è il “chi sono?”. Essere riconosciuto dal gruppo di pari come il bullo diventa una certezza identificatoria che ripara il ragazzo o la ragazza dall’incertezza tipica dell’essere adolescente. Il gruppo, di contro, si nasconde dietro al potere del bullo, a volte per timore, a volte per rifugiarsi nell’illusione che esista davvero qualcuno che “può tutto”, che è capace di forza e controllo su se stesso e sugli altri.

Chiaramente il ruolo più devastante tocca a chi è vittima: colui o colei che è escluso dal gruppo – forza ma che allo stesso tempo ne fa parte, inconsapevolmente, più di tutti. Perché, purtroppo, non esisterebbe alcuna vittima se non ci fosse un bullo ma viceversa non esisterebbe un bullo se non ci fosse (almeno) una vittima. Essere vittima di bullismo è un evento che può assumere un carattere traumatico e terrificante per un giovanissimo proprio per l’importanza che le parole dei pari rispetto a sé assumono in questo delicato momento della vita. La già di per sé frustrante ricerca di un’identità, di un’immagine sociale e di un posto nel desiderio dell’altro vengono così completamente alienate in ciò che ritorna, come un marchio impresso a fuoco, dalle parole dei pari. E, nelle parole dei nostri pazienti adulti, rintracciamo spesso il peso profondo di questi vissuti adolescenziali. Il rischio è infatti la paralisi all’interno di quelle parole, di quegli atti, di quelle definizioni terrificanti di noi stessi alle quali abbiamo creduto in adolescenza. Perché è difficile separarsi da ciò che l’altro ha detto di noi.

Qual è dunque il nostro lavoro nelle scuole? Con Telemaco Trieste lavoriamo “per il gruppo”: perché un gruppo dove c’è un bullo a nostro avviso non può dirsi gruppo, ma raggruppamento sintomatico che annienta ogni possibilità di legame e di incontro. Il nostro scopo fondamentale è la possibilità di costituzione di un gruppo, e questo avviene soltanto a patto che ognuno possa dire davvero di sé. Come lo facciamo? Attraverso l’ascolto delle parole dei ragazzi. Tentiamo di mettere i ragazzi nella posizione di poter dire liberamente chi sono, cosa vogliono e quali sono le loro preoccupazioni, senza giudicarli e spogliandoci di ogni sapere precostituito. Desideriamo che siano loro a raccontarci cosa significhi essere adolescenti oggi, perché noi, adolescenti di ieri, non lo sappiamo davvero. Questa posizione permette a loro di aprirsi e di prendere pian piano parola, forti del fatto che il sapere è dalla loro parte in questo caso. Spesso in classe sono quindi proprio loro ad annunciare la presenza di bulli e vittime.

Quello che però accade, non di rado, è che la possibilità della circolazione libera della parola di ognuno faccia sì che emergano aspetti e storie di uno e dell’altro a volte sconosciuti. I ragazzi dunque iniziano ad ascoltarsi, così come facciamo noi con loro, con sincera curiosità ed interesse. Iniziano a conoscere l’altro al di là delle etichettePerché dietro al termine bullo c’è innanzitutto un nome proprio, quello che hanno donato mamma e papà, ma ci sono tante altre parole dette, scritte, immaginate, così come dietro alla parola vittima, secchione, sfigato e via così.

La nostra sfida è far sì che possano cogliere come nessuna parola dica tutto di noi, né quelle dette da mamma e papà, né quelle pronunciate dagli amici, né le nostre stesse. Non esiste un significante o un ruolo che possa esaurirci e, soprattutto, a volte possiamo scegliere quali vogliamo fare nostre e quali no.

Concludo dunque questo articolo con un frammento di dialogo avvenuto tra due ragazzi di prima media al termine di un progetto che abbiamo di recente concluso in una scuola:

  • Spesso le parole degli altri ci feriscono!
  • Sì però a volte possono farci cambiare idea, perché se le confronti con le tue trovi qualcosa di diverso!
  • È vero! Perché a volte magari ti vedi in un modo, credi di avere ragione ma le parole degli altri ti fanno cambiare idea!
  • Quindi alla fine puoi scegliere: quali parole tenere e quali no.

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