Eva Godini: Trekking al Campo Base del Makalu (Nepal)

14.01.2020 – 20.00 – Fare trekking in Nepal non è da tutti, ma Eva Godini, insegnante di scienze al Liceo Scientifico Statale “Galilei Galilei” di Trieste un paio di mesi fa era proprio lì. Assieme al marito è arrivata al Makalu Base Camp, a quota 4750 metri, dopo ben 15 giorni di cammino con una media di 5.30 ore giornaliere, senza giorni di riposo, partendo da 1500 metri di quota. Il Makalu è uno dei 14 “ottomila”

Cosa ha spinto questa insegnante a compiere una simile impresa? Glielo chiediamo direttamente:
E: Ho sempre avuto il desiderio di andare in Nepal, fin da quando leggevo i libri di Messner, negli anni dell’università, immaginandomi di poter ammirare i magnifici 8000 e respirare quelle atmosfere che già allora mi sembravano ricche di misticismo e capaci di arricchirmi interiormente. Negli ultimi anni, con mio marito ho iniziato ad andare in alta montagna e, grazie al contatto con le guide con cui affrontiamo i percorsi più impegnativi per noi, ho potuto coronare il mio sogno.

Come sei riuscita a conciliare l’impresa con l’attività lavorativa?
E:
Ho potuto andarci grazie ad un periodo sabbatico, che non ho avuto difficoltà ad ottenere, grazie alla sensibilità della dirigente della scuola, Lucia Negrisin; anche se il trekking è durato solo tre settimane, non avrei potuto farlo durante il periodo delle vacanze scolastiche estive, poiché in Nepal, in quel periodo, c’è il monsone e piove sempre.

Che tipo di organizzazione e preparazione avete seguito per raggiungere quelle altezze?
E: Dal punto di vista organizzativo ci siamo affidati alle guide di nostra conoscenza e questo ci ha fatto risparmiare molto tempo. Per prepararmi fisicamente invece, ho iniziato subito dopo la fine della scuola ad acclimatarmi alla quota, ed allenare la resistenza alla camminata in montagna. Sono stata attenta soprattutto al primo obiettivo, poiché soffro di mal di montagna ed è quindi stato importante per me fare un periodo in alta quota.  Abbiamo quindi scelto di concentrare i tekking più lunghi durante gli ultimi quattro week-end prima della partenza, tra settembre ed ottobre, pernottando in rifugi attorno ai 2600-3000 metri di quota: questa strategia è stata vincente, visto che in Nepal non ho sofferto di mal di montagna!

Che cosa consiglieresti a chi volesse cimentarsi nella medesima impresa?
E: Per affrontare un trekking come quello che ho fatto, la qualità più importante è sicuramente la capacità di adattarsi a condizioni insolite e “difficili” per i nostri standard.  Ovviamente è indispensabile un buon allenamento, ma per chi va abitualmente in montagna ed è stato ad alta quota in Alpi Occidentali, magari salendo qualche cima, non ci sono grosse difficoltà. Riuscire a vivere in modo assolutamente essenziale, invece, può non essere facile; posso consigliare di fare un trekking di una settimana nelle nostre montagne, dormendo nei rifugi, ma anche nei bivacchi, per imparare a gestire il proprio vestiario, il cibo e “l’igiene personale”.

Che cosa ti ha colpito di più?
E: Due cose: l’atteggiamento della gente, sempre sorridente e positiva nonostante la loro vita non sia comoda per gli standard occidentali; penso ai villaggi, dove si usa ancora l’aratro a mano e tutti i lavori agricoli sono fatti a mano; penso alla fatica dei portatori, non solo quelli che ci portavano tutto il materiale, ma anche quelli che portano tutto quello che serve alle comunità di montagna; penso anche agli abitanti di Kathmandu, circondati da smog, immondizie ed un traffico per noi inimmaginabile. Tutti sereni e sempre disponibili, veramente difficile da riportare in occidente questo atteggiamento

La seconda cosa che mi ha colpito è come hanno reagito il mio fisico e tutta me stessa a questa esperienza. La fatica, il freddo, alcuni inevitabili acciacchi, tutto faceva parte di un ciclo giornaliero molto scandito, che dopo qualche giorno ho automatizzato, ed a questo punto non mi rimaneva che entrare nel “flusso” di questi gesti semplici, ma che si sono rivelati alla fine “essenziali”, non serviva proprio null’altro per sentirsi un piccolo tassello interconnesso con tutto ciò  che circonda, in questa natura spettacolare, che non ha bisogno di noi.
Alla fine, una sensazione di pienezza e benessere

Che cosa pensi sia cambiato dopo questa esperienza?
E: Sicuramente sono cambiata molto nell’approccio con tante cose, ma soprattutto con il modo di intendere il star bene con se stessi in questo mondo. Prima del trekking ho letto diversi libri sul Nepal, di vario genere: sulle montagne e l’alpinismo ne avevo letti già tanti, e quindi ho preferito letture che mi facciano capire come vivono e pensano i nepalesi, i particolare in Himalaya, dove la religione prevalente è il buddismo.  Oltretutto, in Nepal ci sono tante etnie, ed anche questo aspetto è interessante, poiché rende vario il modo di vivere e di relazionarsi a noi occidentali. Per me, che sono naturalista, vivere l’esperienza di una natura che in certe zone pareva “primordiale”, è stata affascinante; mi sentivo parte della natura, intimamente intrecciata ad essa; gli ambienti però incutevano rispetto, soprattutto per la grandiosità degli spazi: non siamo abituati a fare trekking per giorni e giorni senza incontrare nessuno e senza imbatterci in un abitato!

Ricadute in ambito educativo/didattico?
E: Sicuramente sì, anche se il mio istinto di educatrice motivata nell’ambito dell’educazione ambientale mi spingerebbe a lavorare PER il Nepal, ma questo potrebbe essere un altro discorso, per il futuro.

Il fatto di vedere i bambini nepalesi, ma anche i ragazzi più grandi, così felici di andare a scuola, ti fa pensare. Naturalmente alla valenza dell’educazione nei paesi poveri, ma anche a quanto poco i nostri studenti siano talvolta consapevoli della ricchezza che hanno a portata di mano, e che spesso “disdegnano”.

Far capire ai nostri ragazzi che l’istruzione e la cultura sono doni preziosi, questo è un obbiettivo che ho ancora più ben chiaro in mente.

Inoltre, sto considerando in maniera diversa le problematiche ecologiche globali e come i paesi poveri o in via di sviluppo le possano interpretare e gestire dal lato pratici. Ci sono enormi problemi legati alla diversa cultura, alla difficoltà di organizzare anche una semplice raccolta dei rifiuti in territori dove i villaggi distano giorni di cammino dalla più vicina strada, sterrata. L’influenza dei visitatori, dei trekkers è enorme, nel bene e nel male: una volta i rifiuti in montagna erano esclusivamente biodegradabili, adesso l’occidente ha invaso il mondo con la plastica….. ma Il discorso sarebbe molto ampio.

Propositi per il futuro?
E: Un viaggio così va digerito con calma; non sappiamo ancora dove andremo fra due anni, ma di sicuro vorrei fare ancora una volta un’esperienza intensa, circondata da gente autentica, e molto probabilmente ancora da montagne!