La Casa del Diavolo di Trieste: realtà o semplice superstizione?

11.01.2020 – 08.30 – Hic sunt leones. La cartografia medievale spesso utilizzava questo cartiglio quando, disegnando territori inesplorati, giungeva in zone del mondo allora sconosciute, dove l’unica certezza era la presenza di belve. Col tempo quel “leones” divenne, nella fantasia degli storici, un “dracones“, complici le miniature di draghi e altri animali fantastici presenti nelle mappe medievali. Attribuendo una presenza di draghi laddove il cartografo immaginava ci fossero solo animali selvaggi; niente di più.
Non è l’unico caso di fraintendimenti legati alla geografia e ai toponimi. Un classico esempio è l’espressione “Casa del Diavolo”; attribuita a Trieste a un gran numero di edifici, tutti presunte abitazioni del maligno. Un caso emblematico è la Villa di Via Bazzoni n. 4, a San Vito; ma tanti sono gli edifici fatiscenti a cui gli storici hanno attribuito questo soprannome. Originariamente il popolino chiamava “del diavolo” o “Casa del Diavolouna località in una zona difficile da raggiungere, fuori mano e periferica. Un luogo talmente impervio che solo il diavolo avrebbe scelto di abitarvi. Trieste, con le sue (tante) salite, è piena di luoghi “indiavolati”, raggiungibili solo dopo lunghe camminate.
Questo era il caso della “strada della Casa del Diavolo“, ovvero l’odierna Salita Promontorio. Quando venne costruita, nel 1796, congiungeva il Forte Sanza, difesa risalente al Seicento sul colle di San Vito, con il molo teresiano. In seguito la strada divenne la Strada Sanza, ma il nomignolo della Casa del Diavolo sopravvisse, complice la fantasia popolare. Il toponimo era morto, ma una leggenda era nata.

Litografia del Forte Sanza, sul colle di San Vito

Oltre un secolo e mezzo dopo, nel 1938, Il Piccolo infatti recuperava la leggenda, sfruttandola per un articolo di cronaca. Sembra infatti che nella zona di San Vito le donne che portassero il pranzo ai mariti in Arsenale compissero il segno della croce e pregassero quando passavano nel vicolo del Lloyd, convinte che lì vi fosse una “Casa del Diavolo”.
In realtà, stando a Sergio degli Ivanissevich, il vicolo in questione era quello di San Vito, odierna Via de Rin. Il giornalista, ansioso di avere uno scoop, andò a curiosare proprio da quelle parti, chiedendo ai passanti dove fosse la casa “luciferina”.
E ne trovò addirittura due! La prima era situata al n. 12 di Vicolo San Vito, a valle di Piazzale Rosmini. La seconda invece presso l’odierna Scuola Morpurgo.

La prima Casa del Diavolo era “un fabbricato a due piani, simile alle antiche case coloniche“, descritta come “un rudere scalcinato, con i muri crepati” che ricordava al cronista “certi racconti di Anna Radcliffe“. Una giovane madre, con in braccio il figlioletto, aveva rassicurato sorridendo che sì, quella era la Casa del Diavolo.
Il giornalista era poi entrato, salendo su una strettissima scaletta e giungendo al primo piano, dove aveva incontrato una signora che gli aveva raccontato la storia della casa. Lungi dall’essere maledetta o infestata, la casa era stato il covo di una banda di falsari, che batteva talleri di Maria Teresa. Per evitare di venire scoperti, i malviventi si travestivano da fantasmi e comparivano alle finestre durante le notti di luna, terrorizzando i vicini.

Sergio degli Ivanissevich riporta a questo proposito una poesia dialettale di Gastone Linda (1974) dove l’autore ricorda una “Casa del Diavolo” corrispondente a questa descrizione.
All’ultimo piano abitava il diavolo “che de note/ se fazeva sentir fina in piantera/ con tonfi, ribaltoni, zighi, colpi/ lamenti“.
In realtà il diavolo non era che uno straccivendolo che aveva raccolto in mansarda tutte le cianfrusaglie che vendeva poi in strada. I rumori durante la notte venivano causati dai topi nei muri. La casa era fragile, i pavimenti di legno: i ratti la facevano scricchiolare paurosamente, specie nelle giornate di Bora. Da qui i misteriosi rumori, i fischi, i sussurri.
Lo straccivendolo, Giovanni, aveva creato “un fià per volta un vero impero/ de pantigane grandi come gati…

Chiarbola Inferiore, 1822. Scala: 1:2880. Dal Catasto Franceschino

La seconda Casa del Diavolo individuata dal giornalista veniva anche chiamata “Casa degli Spiriti“. Una costruzione fatiscente: finestre a sesto acuto senza telai, pareti sfregiate di crepe, quattro piani “stretti e malandati“. La parte alta, “di quella che doveva essere stata una villa“, era disabitata, mentre al pianoterra, gli alloggi della servitù, vivevano ancora delle povere famiglie.
Il giornalista la paragonava alla “Casa Usher di Edgar Allan Poe“.

Non sono le uniche case del diavolo; accanto alla villa di Via Bazzoni, resa popolare dall’opera “Trieste Nascosta”, troviamo le rimesse della Villa Baraux-Holt, all’inizio di via Bellosguardo, all’epoca “vicolo delle Bombe”.

[z.s.]
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