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lunedì, 5 Dicembre 2022

Telelavoro: incubo e opportunità. Quando lavorare da casa non è un sogno.

28.12.2019 – 08.10 – Una ricerca Forbes riporta in primo piano un tema d’attualità nel mondo delle Startup e dei lavori ad alta tecnologia, caro anche al Friuli Venezia Giulia: lavorare da remoto. Il telelavoro, o Remote Working, è una forma di impiego che è rapidamente cresciuta in popolarità ed è stata, se non spinta, almeno adottata da molte aziende grandi, in particolare informatiche ma non solo, e multinazionali. Alcuni nomi: IBM, Microsoft, HP che però in Italia non la predilige, e non solo, anche aziende manifatturiere e di ricerca.

Che cosa può esserci di meglio, di più bello, in fondo, che lavorare da casa e avere come ufficio il mondo? Il Remote Working è indubbiamente molto vantaggioso per l’azienda: permette di chiudere costose sedi e uffici e di dedicare, come spesa, al dipendente eventualmente il personal computer (ma neppure sempre: non sono insolite, oggigiorno, politiche come quella del ‘BYOD’ o ‘Bring Your Own Device’, ovvero usa il tuo computer personale, da casa o in azienda), un rimborso parziale per la connessione a Internet (ma non sempre: molte aziende adottano la politica del ‘pagatelo da solo, tanto ce l’hai già’), la scheda telefonica e lo smartphone (ma anche qui, non sempre: molto comuni i casi di aziende che riconoscono solo una parte di rimborso per l’utilizzo di uno smartphone personale, e solo una parte di spese telefoniche). Tutto il resto che non sia questo, dalla corrente elettrica alla postazione di lavoro (impegnandosi però a dichiarare all’azienda che tutto è a norma liberandola da responsabilità), il dipendente lo metterà da se. Il pensiero di dover tornare in ufficio dopo un periodo d’assenza, di vacanza, può essere in effetti percepito come una cosa mostruosa; il passaggio dall’orario gestito a proprio piacimento a una giornata invece organizzata secondo schemi fissi può sembrare insopportabile, e far provare invidia per chi, anziché andare ogni giorno al lavoro, lavora da casa. La realtà, però, è molto diversa. La riprova che c’è qualcosa di non proprio perfetto, nel Remote Working, in effetti, può venire dai giganti stessi, come Yahoo, o Facebook, che hanno ridotto le loro politiche di telelavoro. IBM stessa, dopo aver guadagnato milioni di dollari vendendo le proprie sedi anche prestigiose, sta riportando i propri collaboratori in ufficio. Altri giganti, come Google, hanno sempre rifiutato il telelavoro e la menzionata HP non lo sconsiglia, ma non lo favorisce. Che cosa c’è che non va?

Il fenomeno del Remote Working, trascorso qualche anno dalla sua introduzione, inizia a essere documentato. La prima cosa che accade, dopo l’euforia di poter aver a disposizione – è solo l’illusione del momento – tutta la propria giornata nel proprio ambiente domestico, è il senso di solitudine. La maggior parte del lavoro da remoto si fa via email, o comunicazioni verbali attraverso strumenti come Skype, con collegamenti a siti di condivisione d’informazione come quelli basati sulla tecnologia Cloud di Microsoft. Fin qui, tutto bene: in ambito di gruppo di lavoro e organizzazione delle attività portano molti vantaggi, e un modo nuovo di lavorare assieme. La prima sensazione di disagio arriva però dopo circa un paio di settimane di tempo passato in cuffia, guardando icone a una distanza fissa dal monitor, e più o meno nella stessa stanza di casa: le comunicazioni via Internet tendono a essere monotone, la condivisione d’informazioni poco efficiente. Sentire solo la voce di chi sta dall’altra parte, anche per lungo tempo – ore, ogni giorno – senza poter vedere un viso, comprendere uno scherzo, afferrare invece un senso d’urgenza o importanza da uno sguardo, è fonte di stress: trascorsi quei pochi giorni, a lavorare sempre in cuffia, con i rumori del mondo esterno attutiti, non ce la si fa più. Il passo quindi è dotarsi dell’altoparlante viva voce: molto meglio, il senso d’estraniamento un po’ passa. Finalmente ci si può alzare dalla sedia, andare in bagno, e magari metter su un po’ di musica: però, se fra cinque minuti c’è un’altra chiamata da fare in conferenza con molti colleghi, la musica non va bene, e neppure l’eco dello sciacquone. Ecco allora il miracolo del tasto ‘Mute’, che toglie dall’imbarazzo; allo stesso tempo si può ‘silenziare’ qualcosa che non interessa, e magari intanto fare altro, o sognare un po’ a occhi aperti, rendendosi poi conto di non aver per niente ascoltato la mezz’ora di conversazione precedente e aver saltato un paio di domande fatte proprio a voi dagli altri. Alle quali la risposta non potrà essere che il deprimente, e internazionale: “Sorry, I was in mute”.

Se a questa situazione di estraniamento si aggiunge, per chi lavora in una società con sedi in più nazioni, la necessità di esprimersi continuamente in una lingua diversa dalla propria, alla fine della giornata la fatica si sente. Giorno dopo giorno, si accumula. E sbagliare, quando si lavora senza guardarsi, poi diventa più facile, in particolare se le responsabilità sulle decisioni da prendere sono elevate e coinvolgono gruppi anche grandi e distribuiti di persone. Certo, è banale, si potrebbe dire: “usate la telecamera, c’è su tutti i pc”: per quanto i film di fantascienza e Cyberpunk siano pieni di persone che usano allegramente la telecamera IP del proprio computer per guardarsi e parlarsi, nella realtà della vita, dagli anni Settanta a oggi, questo non è mai successo. Ed è logico: se già andare in azienda vestiti in un certo modo, rispettando un Dress Code, vuol dire un pezzettino in più d’impegno (e, ancora una volta, di stress), provate a immaginare di dover accendere la telecamera per lavorare con i colleghi da casa vostra: siete ancora in pantofole e pigiama, o vi siete messi la cravatta? E, dietro a voi, la casa è in ordine, è presentabile secondo i canoni che il cliente si aspetta, o piuttosto rispetta il vostro, di canone estetico in cui vi riconoscete? L’azienda, infatti, di norma sopporta solo il neutro, il grigio (colore prediletto dell’auto aziendale): la fantasia individuale nelle decorazioni non è bene accolta.

Sfortunatamente, chi sta dall’altra parte – il dirigente, il responsabile delle risorse umane, il team leader – questo disagio che cresce nel lavoratore remoto non lo percepisce. D’altra parte, sarebbe difficile: il suo dipendente non lo vede, non lo sente se non poche volte al mese per una veloce telefonata, è in Finlandia, o negli Stati Uniti, in Francia o in India. L’incontro diretto, il team building tanto caro alle aziende sviluppatesi a cavallo del 2000 in pieno boom della New Economy, è scomparso: poter ridurre i costi di viaggi e riunioni è una tentazione troppo forte. Via le riunioni faccia a faccia, quindi; ma, assieme a queste, via anche il confronto, e la possibilità di crescita comune. Anche attraverso strumenti che sembrano essere nati per facilitare la comunicazione, come le chat aziendali, il numero di errori e di incomprensioni aumenta invece di diminuire e l’efficienza, in particolare rispetto a cose che richiedono una risposta rapida, cala. Va un po’ meglio con strumenti di Collaboration come quelli copiati dai più famosi Social Network, ma anche in quel caso esiste un preciso e delimitato campo di applicazione: più la ricerca e la documentazione, o il controllo della qualità, che l’operatività di ogni giorno e la produzione. Questi errori nella comunicazione, che chiunque sia vittima quotidiana di una chat Whatsapp fra genitori conosce, comprese le loro conseguenze e la capacità di gettare al vento, per una banale incomprensione, l’armonia di un bel gruppo di persone raggiunta con fatica in mesi di lavoro, non si verificherebbero se ci fosse la possibilità di star seduti l’uno vicino all’altro e parlare faccia a faccia.

E la carriera? Se state lavorando da casa, scordatevela. È umano infatti che un lavoratore non venga giudicato solo per i suoi risultati in termini di performance numeriche, ma anche per le sue qualità personali, la sua attitudine e il suo carattere. E, fra un impiegato o un tecnico che dimostri queste attitudini attraverso una chiamata Skype e uno che può farlo sorridendo assieme ai colleghi nel minuto di pausa in ufficio, vincerà sempre quest’ultimo. Certo chi lavora da remoto non sarà tenuto indietro su tutto, ma su molto: anche senza malizia, ed escludendo – anche se così, purtroppo, non è – tutti quei casi in cui un dipendente viene messo spalle al muro e costretto a scegliere fra licenziarsi, lavorare da remoto o subire un trasferimento a proprie spese magari a cinquecento, seicento chilometri di distanza, avrà maggiori opportunità chi con la propria organizzazione è in contatto fisico. Per gli altri, i Remote Worker, la carriera sarà di fatto stroncata: niente faccia a faccia uguale niente opportunità di crescita, e anche se questa ci sarà, tutto avverrà molto, molto più lentamente. A lungo andare, questo può finire per danneggiare l’organizzazione stessa dell’azienda: manager situati a grande distanza fra loro, e potenzialmente con un numero alto di riporti che non incontrano mai di persona rischiano di entrare in altrettanta crisi – fino al Burnout, tutt’altro che inconsueto – e la crisi manageriale si risolve in una perdita di clienti e un disastro per l’azienda. Esistono certamente strumenti automatici che consentano di valutare lavoro e performance di un dipendente anche senza contatto diretto: la disumanizzazione che si verifica in questo caso, però, è ulteriore, e lo scenario complessivo diviene qualcosa di peggiore della catena di montaggio di Charlie Chaplin. L’orario di lavoro cessa di avere un significato, la mancanza di separazione fra lavoro e privato inquina le relazioni, la depressione si fa avanti, e la vita stessa diventa qualche momento rubato alle conversazioni di lavoro, con una tazza di caffè in mano, il laptop tenuto con l’altra, le cuffiette con la Conference Call in un orecchio e l’altro orecchio teso a cercare di intuire se vostro figlio vi sta parlando o no, sempre che dall’altra parte del mondo la collega non abbia proprio il figlio accanto a sé e questi non stia piangendo mentre voi vi occupate di diagrammi di flusso da condividere via Teams o di slide in Powerpoint. Con quello che ne consegue.

L’ultimo dei problemi è meramente tecnico, e di sicurezza: via via che il lavoro si trasforma in esclusivamente remoto, i dati aziendali in possesso del lavoratore diventano sempre di più, e sempre più vulnerabili, sia di fronte agli attacchi dei cyber-criminali (in particolare se gli strumenti utilizzati, come il personal computer e la connessione a Internet, sono privati, anche se monitorati da politiche precise: un saltino su un sito erotico o su un servizio di streaming pirata, se si lavora da casa, si può sempre fare, fra una connessione alla rete aziendale e l’altra) che alle azioni di Social Engineering: la forza lavoro di società che lavorano anche su progetti riservati e molto importanti, se si trova su una rete o in uno spazio non direttamente controllato da un’azienda, può sempre essere oggetto di interazione diretta. L’estraneo che guarda cosa state facendo sul vostro tablet non è solo roba da film di spionaggio. Google ritiene che avere i suoi dipendenti tutti sotto uno stesso tetto riduca drasticamente le possibilità di furti di proprietà intellettuale, e quasi sicuramente non ha torto: Facebook raccoglie dati sensibili da tutto il mondo, e solo il pensiero di avere un dipendente che ha accesso a questi dati dal bar sotto casa sua è un incubo con conseguenze potenzialmente catastrofiche.

Lavorare da remoto è quindi difficile, ed è difficile adattarsi: sicuramente, non sarà il lavoro di domani. C’è chi, ad esempio aziende come Cisco Systems, lo svolge quasi da sempre: provate però a chiedervi cosa fa Cisco, come attività; e anche a informarvi su quanti siano veramente gli esperti del settore e che età abbiano. Potreste avere delle sorprese, e forse inquietarvi un po’ di più: soprattutto se vi fermate a pensare un attimo al 5G in arrivo, e a cosa potrà significare essere sempre connessi.

[r.s.]

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Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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