“No Sens”, ricaricare, aggiornare, refresh. Innovazione poetica

11.12.2019 – 12.35 – Ci vedevamo ogni venerdi, di sera, e in sette, otto a un certo punto iniziavamo a scrivere poesie. No sens. Le prime, prime parole che venivano in mente. Si dice o si sa, che prima di emettere un suono, il nostro cervello in un nanosecondo crea prima un’immagine. Forse noi scavalcavamo anche questo. Il profondissimo bello è che rileggendole, tutto rimandava a un nuovo senso, molto sottile e incredibilmente incollato all’amico che l’aveva scritta.

Trovo quelle poesie e quei momenti assolutamente rivoluzionari e rivelazionari. A 18 anni fu il mio primo marchio depositato. Nocents. Senza euro. Letto nosens. Una enne con un euro rovesciato. Letto quindi anche Neuro. Il flusso di coscienza di alcuni autori spesso aveva
comunque una struttura razionale che si rispettava, anche noi utilizzavamo tutti l’italiano e per la maggiorparte parole che, da sole, avevano un significato e una potenza. Ma il riavvio del cervello che avviene di notte nel sonnosogno, di giorno, nella parola non si esprime. Il freestyle nell’ Hip Hop si avvicina. Con un po’ di strazio e felicità nel raccontare una verità mi viene in mente che riascoltando un freestyle, ossia parole libere con (proprio!) un flusso(flow) personale con una base strumentale a scandire il tempo, rappato insieme alla ragazza(pensate, riuscire a fare anche questo insieme!) ho individuato tutte le parole chiave di ciò che in realtà pensava e di cui, evidentemente, non mi ero accorto. Ecco, essere naturali e fare andare le parole è la piu efficace e affidabile macchina della verità. Ma non per indagare gli altri. Basta e avanza anche solo indagare dentro noi. Oltre al freestyle dunque con le sue libertà e regole, ecco il nosens. Sentendo parole casuali senza il famoso filo logico ci fa entrare subito il giudizio in pazzia. Bene così siamo sulla
strada giusta. Tutto si dice qua, tranne di andare alla ragione. Ci passiamo già troppo
tempo su. Conti, bilanci, situazioni da risolvere, orari, fermate, deadline, stagioni,
anni. Non c’è nulla che non abbia un numero. E i numeri si affidano al concetto
intollerante di verità, ossia 1 è 1 e non è altro,non c’è altra verità. Nella poesia, nella
follia,nell’Amore, nel no sens, no. Tutto ha molteplici significati e dentro le cose non
dette un’infinità di altro.

Non vedo migliore e più semplice possibilità per ricaricare, aggiornare e fare un refresh al cervello razionale e irrazionale di dire le prime parole che vengono in mente e magari scriverle, che certo possano seguire un fiume musicale, un ritmo come una cantilena, magari una poesia per dargli un inizio e una fine (ci piace tanto, siamo umani). Sappiamo che della bellezza non si può parlare perchè la bellezza trafigge, è la freccia di Eros che squarcia ma innamora, la bellezza non si capisce perchè non si deve capire. Un’opera, un bel sorriso, rimanda ad altro, non si esaurisce mai. Sfonda e stupisce, arcobalena e rincretina, allora se già il No Sens parte per non avere un apparente significato offre la possibilità agli altri di accogliere quelle parole con la massima orecchia. Senza dover capire. Il peggio per noi. Non trovare un senso. Così il no sens, così il senza senso ci abbraccia dolce ma nero. Che per ognuno di noi non c’è vita e infelicità maggiore di non aver tirato fuori il proprio demone, realizzare se stessi ed essere felici. Si è felici perchè si trova un
senso, un senso a stare qui. Un senso della nostra esistenza, del nostro passare(meglio
oltrepassare?). Nel no sens la parola va, magari depositata a bordo lingua o dietro alla
nuca, o in fondo nel nostro nucleo che chiama, o era lì della fontanella sopra la testa a
beccare qualche antenna o il pensiero e la parola pensata forte da chi sta mangiando
un gelato, la parola esce benedetta mischiata al nostro detto male, al maledetto e crea
vortici a spirale. Si può farlo come semplice ricarica, come analisi su se stesso, come
intuizione di qualcosa che qualcuno oltre a noi ci sta dicendo. Un segno, un mistero, una domanda, un livello più in altro. Di questo ci si potrebbe dimenticare, come si fa della sera un’altra sera. Per queste parole ci vorrebbe il macero. O il ma c’ero. C’ero e sentivo che qualcosa sta spingendo, un’aria oltre all’imbrunire, una festa come di campane e tutti in cerchio a guardarci negli occhi, a intuire un sorriso da “Ecco, andiamo, è arrivato il momento”, e con la gioia in petto, senza più corpo, fa strano ma è vero, sentirsi tutti lì ma ovunque, a vibrazioni altissime, con Amore che scodinzola e alzarsi, non volare perchè già vento, e Universare. E questo scatto bifronte intesse trombe.

[d.b.]