29.12.2019 – 10:30 – Dopo aver disputato tre stagioni sulla panchina della Fortitudo Bologna e una su quella della Victoria Libertas Pesaro, con cui ha ottenuto la salvezza, il noto allenatore triestino, Matteo Boniciolli, ha lasciato il bel paese per recarsi negli States, più precisamente a Crow Point, una cittadina di nemmeno 20 mila anime nel nord dello stato dell’Indiana. Qui ricopre il ruolo di vice allenatore della ‘’Don Bosco Prep School’’ un team cestistico universitario di un istituto per studenti che, per diversi motivi, soprattutto di carattere economico, non possono accedere ad un college vero e proprio.
L’opportunità di lavorare negli Stati Uniti d’America gli è stata data da David Maravilla, ex agente e attuale AD della squadra.
Nonostante la distanza, grazie a internet non ha perso contatto con il basket italiano e della nostra regione; tanto con Udine, squadra che porta nel cuore in ricordo della promozione dalla A2 alla A1, tra il 1999 e il 2001, quanto la sua Trieste, società con cui ha intrapreso i primi passi da allenatore e che l’ha visto mentore della generazione dei Tonut, Ruzzier e Coronica.
Ai microfoni del telegiornale del Friuli Venezia Giulia ha concesso una breve analisi sull’attuale situazione di crisi dell’Allianz Pallacanestro Trieste. “Quando competi in una gara per Ferrari con la Cinquecento hai difficoltà. Non è un merito o una colpa. Il problema è che si spendono molte energie a trovare un colpevole invece che a uscire da un momento di crisi“.
Come è noto, nonostante nelle sue vene scorra sangue giuliano, coach Boniciolli ha un rapporto di amore e odio con la tifoseria triestina che, spesso e volentieri, gli ha indirizzato cori canzonatori e gogliardici, ma mai offensivi.
A chi gli chiede se ha mai pensato di ritornare in urbe, Boniciolli risponde ‘’Se me lo chiederanno, potrei tornare’’.
Vivere negli States:
Al momento Matteo Boniciolli si dichiara felice all’estero. ‘’Mi piace esplorale diverse culture e diverse culture cestistiche; quella negli USA è la mia terza esperienza dopo Ostenda (Belgio) e Astana (Kazakistan). L’altematìva era restare a casa ad aspettare una chiamata. Qui i ragazzi giocano una stagione vera, oltre ad allenarsi due volte al giorno in gruppo e fare sedute individuali. Ad ogni allenamento abbiamo gli osservatori. Su 11 giocatori, 9 il prossimo anno riceveranno offerte da altre divisioni. Potrei restare fino a Marzo, ma se mi arriva un’offerta interessante parto, perché lo stipendio, qui, permette solo di vivere. Fosse diverso ci resterei a vita.


