Presente assente. Innovazione poetica

06.11.2019 – 11.03 –Il presente è inevitabile, imminente, immediato. Se c’è un luogo comune, dei più forti, con un’aura fra la profondità e il praticismo funzionale è “carpe diem”. Con tutte le distorsioni di significato relative. “Vivo alla giornata”, “Non programmo”, “Non penso al futuro”, sono frasi frequentissime sebbene sia l’assenza, l’attrazione (non la spinta) all’oltre, che fa dell’aldilà una tensione, dell’obiettivo una strada.
Il desiderio è assenza di stelle. Quando siamo soddisfatti non desideriamo. È certo,
anche questa tensione a ciò che ci manca, una grande finzione. Un trucco che ci fa
sentire più vivi di quel che siamo, che ci illude consapevolmente di beffare la grande
porta finale. Eppure grandi pensieri e parole potenti hanno liberato energie che
girano ancora adesso. Ma l’assenza di pensiero sul futuro o è trascendenza o è paura
della propria vita. E pensare a qui ed ora, un’autodifesa.

La meraviglia dei mille punti di vista diversi ci offre che in India si consiglia di fare e pensare una cosa alla volta, perché è così che siamo strutturati, posso pensare allora al godimento e allo stress occidentale quando invece riusciamo a fare più cose contemporaneamente. Ogni aspetto conferma il suo contrario ma dovendo partire da un pensiero che si regge su se stesso, potremo anticipare l’assenza. Le grandi rivoluzioni interiori avvengono attraverso una grande gioia o un grande lutto, la crisi che ci fa scegliere, stravolge e capriola le nostre identità. Da tempo vorrei portare i miei amici in ospedale. Ma non per essere curati. Stando bene. Sedersi sulle panchine davanti, pensare a chi c’è dentro, guardare le luci delle case di fronte, delle camere da letto mentre cala la notte, sapere di avere un letto a casa con il cuscino per la testa dolce, vedere negli occhi
dell’amico qualcosa che non si può dire, scoccare d’Amore gli occhi ambra della
ragazza, rialzarsi e ringraziare. Si capisce un albero solo da un letto di un ospedale, la
golosissima festa del gusto quando siamo influenzati, i profumi inebrianti di pelle e
mondi quando siamo raffreddati, la potenza di ogni cosa dagli occhi quando è buio.
È per questo che una volta al mese resto per un intero giorno in una stanza
completamente buia, a casa. Lì si annulla il tempo, lo spazio e il corpo. Esci e tutto
sembra una scoperta e la vista di tutto si infiamma. La prima volta anni fa, feci
l’esperimento con mio fratello. Per prima cosa cercò le pareti delle mura per darsi
sicurezza, poi si liberò. Sentivamo solo le nostre essenze, quell’esperienza mi disse, gli
cambiò la vita. Così faccio con la parola. Un intero giorno senza parlare, non chiuso
in casa, ma insieme alla ragazza, agli amici. Non poter dire “Ti Amo”, parola sacra che
apre le porte o non poter dire tutto proprio tutto quello che ti viene in mente, ti dà la
possibilità di scegliere con calma le cose che necessariamente valgono la pena di
essere intese. Il tranello c’è, non significa ringraziare ogni istante di ogni cosa che si
sente, stupenda intenzione ma difficile nella pratica, ma rapportarsi più intimamente
con l’assenza. Ecco, tra la presenza e l’assenza, scegliere l’essenza.
Noi noi. Il perenne essere con il perenne senza.

[d.b.]