La Turandot estasia al Teatro Lirico Giuseppe Verdi e apre la stagione

30.11.2019 – 15.00 – “Qui termina la rappresentazione perché a questo punto il maestro è morto”: il 25 aprile 1926 Toscanini terminava la prima rappresentazione della Turandot di Puccini, eseguita fino alla morte della schiava Liù dove, a causa della dipartita del Maestro, non si avrà mai il finale firmato da lui stesso. In occasione della doppia apertura di Stagione del Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste, che comprende la messinscena della Turandot e dell’Aida, con i nuovi allestimenti in collaborazione con l’Odessa National Academic Theater of Opera and Ballet e la regia di Katia Ricciarelli e Davide Garattini Raimondi, si è aperto il sipario con l’opera del grande Puccini, portata sul palcoscenico in versione originale, quella che Toscanini portò alla Scala di Milano la prima metà del Novecento, inaugurando la rappresentazione della celebre opera.
Un’atmosfera onirica, ricca di richiami ai temi cromatici e circostanziali della Cina fiabesca nella quale Puccini vuole trasportare lo spettatore, accostando una scelta di luci dai temi più freddi a scenografie essenziali ma complete, caratterizzate dall’uso di praticabili e di uno scivolo, e al suggestivo disegno luci di Paolo Vitale, a ricordare il clima di tensione e di drammaticità scandito dalla encomiabile figura di Turandot: una vera e propria principessa di ghiaccio.
Di grande impatto inoltre l’orchestra guidata dal Maestro Concertatore e Direttore Nikša Bareza, che, rispettando alcuni elementi tipici dell’opera, che prevede vari strumenti quali rullante, grancassa, piatti, tam-tam, gong cinesi, glockenspiel, xilofono, dona alla messinscena una totalità orientaleggiante, dando prova di una grande concertazione e direzione.

L’incipit dell’opera cattura fin da subito l’attenzione dello spettatore: potente, diretto ed enigmatico, il quale ci propone subito il dramma che si sta compiendo: “Popolo di Pechino! La legge è questa: Turandot la pura sposa sarà di chi di sangue regio spieghi gli enigmi ch’ella proporrà! Ma chi affronta il cimento e vinto resta porga alla scure la superba testa!“.
Sulla scena, accompagnati dalle imponenti sonorità che emergono dall’orchestra e dal coro, compaiono i primi personaggi, esiliati e ritrovatisi casualmente presso le mura della città proibita: il principe sconosciuto, interpretato dal Tenore Amadi Lagha, Timur, l’anziano padre del ragazzo, interpretato dal Basso Andrea Comelli, e la serva Liù, interpretata dal Soprano Desirée Rancatore. Compare fin da subito la tendenza di Puccini al verismo: ovvero del rappresentare al meglio la condizione umana, mostrandone varie sfumature nel corso dell’opera, facendo compiere allo spettatore un vero e proprio viaggio emotivo scandito dal rapporto tra musica e libretto.

Nella fiabesca, ma terribile, visione di Puccini, ci si trova immersi in un bagno di folla acclamante una nuova vittima dei celebri enigmi della principessa Turandot.
Il coro s’infiamma all’idea di un nuovo sacrificio e acclama la luna come simbolo di purezza  e freddezza, personificazione della figlia del Sovrano.
Sulle note sommesse e spettrali dell’orchestra, un coro di fanciulli, interpretato da ‘I Piccoli Cantori della Città di Trieste’, diretti dal Maestro Cristina Semeraro, intona il tema leitmotivico del Mò-Lì-Huã, Fiore di Gelsomino: una tipica canzone cinese, conosciuta da Puccini grazie a un carillon ricevuto da un amico, basata su una scala di cinque suoni, che riempie la sala di un suono quasi ossimorico, che incarna sia toni spietati sia una nenia ondeggiante, riprendendo nuovamente così un tratto caratteriale della Turandot.

All’entrata della principessa, il principe rimane estasiato dalla bellezza della donna, rimanendo indelebilmente innamorato.
L’uomo misterioso decide dunque, di tentare la sorte, suonando il gong e lanciando la sfida a Turandot, rischiando la sua stessa vita per conquistare l’amore della donna.
Le richieste di desistenza del Padre e di Liù non serviranno a placare l’impeto dell’innamorato, nemmeno l’arrivo in scena di tre maschere, i dignitari di corte Ping, Alberto Zanetti, Pong, Motoharu Takei, e Pang, Saverio Pugliese, che tentano in tutti i modi di dissuaderlo dall’impresa, fermeranno l’uomo.
La scena è moto tesa, ma fortunatamente le maschere stemperano la tensione con il loro umorismo lugubre e le loro movenze leggiadre e calcolate, ma allo stesso tempo buffe.  Anche la musica permette lo smorzare della scena grazie all’alternarsi di tintinnii, trilli e dissonanze, proponendo un tema onirico e sognante.

Si giunge così alle prime due vere arie dell’opera:Signore, ascolta’, cantata da Liù e Non piangere, Liù’, la risposta del principe ignoto: il tenore canta da solista, ma ben presto verrà abbracciato dalle voci degli altri personaggi, portando ad un climax emozionale che sancisce la fine dell’atto.
Il secondo atto si apre con le tre maschere: una sorta di intermezzo, in preparazione del’arrivo in scena di Turandot, interpretata dal Soprano Kristina Kolar, con l’aria ‘In questa reggia’, che mostra al pubblico la crudeltà e la freddezza del personaggio, che racconta l’odio che prova verso gli uomini e il trauma della sua ava a causa di uno straniero.
La principessa pone gli enigmi e il principe ignoto risponde, risolvendo correttamente e superando tutte le prove. Nonostante ciò, Turandot rifiuta di essere ceduta in sposa.
Sarà allora il principe stesso a proporre un’ultima domanda alla figlia del sovrano, sfidandola a trovare il suo nome prima dell’alba; se la principessa riuscirà a conoscere il nome dell’uomo, egli andrà incontro alla morte come se fosse stato sconfitto. A questo punto, all’orecchio del pubblico arriva l’emblematico tema del ‘Nessun dorma’, quasi a portare un monito di speranza in quella notte gelida e cupa.L’attesa dell’alba diventa un vero e proprio incubo, che vede trascinati in scena, al cospetto della principessa, il vecchio, Timur, e la schiava, Liù, che poche ore prima sono stati visti parlare con lui. Quest’ultima si fa coraggiosamente avanti, e per risparmiare sofferenze al suo vecchio signore, si dichiara unica depositaria del mistero: essa seppur torturata, rimane irremovibile.
Vengono proposte in scena due figure femminili del tutto differenti: quello amorevole e sottomesso e quello altero e battagliero. Liù mostra a Turandot un amore purissimo, che le costerà la morte, che porterà la principessa ad un graduale mutamento della sua persona. Infatti, la donna finisce di cantare, sottrae un pugnale ad una guardia e si trafigge.
Qui Puccini si ferma.Gli interpreti che si sono susseguiti sul palco sono Kristina Kolar e Gabrielle Mouhlen (Turandot), Amadi Lagha e Rudy Park (Calaf), Desirée Rancatore e Filomena Fittipaldi (Liù), Andrea Comelli (Timur), Max René Cosotti (L’Imperatore Altoum), Alberto Zanetti (Ping), Saverio Pugliese (Pang), Motoharu Takei (Pong), Giuliano Pelizon (Un mandarino), Anna Katarzyna Ir (Prima ancella), Elena Boscarol (Seconda ancella) e Roberto Miani (Il Principe di Persia); mentre per Aida saranno Anna Litvinova (Aida), Anastasia Boldyreva (Amneris), Gianluca Terranova (Radames), Andrea Borghini (Amonasro), Cristian Saitta (Ramfis), Fulvio Valenti (Il Re), Blagoj Nacoski (Un messaggero) e Rinako Hara (Una sacerdotessa).

Necessario ricordare inoltre i costumi del Teatro di Odessa, ripresi da Giada Masi, e movimenti scenici Anna Aiello e coreografie di Morena Barcone. Un’apertura suggestiva e imponente che pone le premesse per una Stagione ricca di novità ma, in special modo, di qualità. Sarà possibile assistere alla Turandot con repliche fino all’8 dicembre. Si ricorda inoltre la seconda apertura di Stagione con uno dei grandi Maestri della liricia, Giuseppe Verdi, con la sua Aida, il giorno Domenica 1 dicembre, alle 16.00, con repliche il 4 e il 6 dicembre alle 20.30.