07.10.2019 – 15.11 – Forse ti ricordi il film “Mi manda Picone” di Nanni Loy con Giancarlo Giannini. E se a mandarti è “Cicciotto”? Succede in provincia di Napoli. L’imputato viene condannato per tentata estorsione aggravata: era andato a richiedere il “pizzo” ad un imprenditore e, per sottolineare la sua richiesta, si era “accreditato quale portavoce di un famigerato gruppo organizzato” nonché aveva affermato di avere ricevuto l’incarico da un “personaggio ben individuato ed effettivamente esponente dei locali gruppi camorristici”.
In particolare, l’imputato aveva indicato come proprio mandante un mafioso italiano appartenente al clan dei Casalesi, soprannominato Cicciotto ‘e Mezzanotte (se sei curioso, su Wikipedia trovi una pagina dedicata al capoclan). Dunque, richiedere il pizzo accreditandosi con le parole “Sono un ragazzo di Cicciotto…” non rappresenta solo un tentativo di estorsione, ma è aggravato dal metodo mafioso. Il condannato decide di ricorrere in Cassazione contro la sentenza e lamenta che il riferimento “ai ragazzi di Cicciotto” non sarebbe idoneo a creare situazioni di panico, ansia o paura. Ma la Corte di Cassazione non si lascia impressionare e conferma che la richiesta del pizzo “era stata attuata secondo canoni propri delle consorterie mafiose, spendendo – peraltro fondatamente – il nome del sodalizio della cui connotazione criminosa la vittima si mostra a conoscenza”.
Viene chiarito che l’aggravante del “metodo mafioso” ricorre pacificamente nel delitto di estorsione se le minacce, oltre ad essere idonee a piegare la volontà di chi le subisce, sono particolarmente persuasive a causa del vincolo dell’associazione mafiosa, che determina una condizione d’assoggettamento e d’omertà. (Cassazione, sentenza 37570/19).
avv. Guendal Cecovini Amigoni


