Siria 2019, sullo sfondo delle sanzioni un braccio di ferro di interessi economici

03.10.2019 – 08.16 – Nei giorni scorsi sono tornato ancora una volta in Siria, accompagnando membri del Parlamento Italiano ed Europeo in una visita che ha promosso lo scopo di aiutare il popolo siriano nel processo di riconciliazione e favorire il ritorno dei profughi. La sintesi sul piano politico di questi intendimenti è riecheggiata in questi ultime ore con autorevolezza nelle parole del Cardinale Parolin, segretario di Stato vaticano, che ha chiesto alle Nazioni Unite che vengano tolte le sanzioni contro la Siria, che si incoraggi il ritorno sicuro dei profughi e degli sfollati alle loro case, e che venga sostenuta la presenza dei cristiani e delle altre minoranze religiose. “La Santa Sede continua a seguire con grande preoccupazione questa tragedia che da più di otto anni affligge il popolo siriano, creando una drammatica situazione umanitaria”, ha detto il porporato veneto intervenuto all’evento ministeriale di alto livello che si è svolto durante la 74esima assemblea generale delle Nazioni Unite. “È in questo contesto”, ha ricordato, “che Papa Francesco ha scritto al presidente Bashar al Assad alla fine di giugno”.
Per quanto riguarda la sofferenza della popolazione civile, “la Santa Sede desidera sottolineare tre aspetti”, ha detto Parolin: primo, “che le sanzioni imposte impongono anche pesanti oneri per la popolazione civile. In effetti, le organizzazioni di beneficenza che lavorano sul campo hanno ripetutamente sottolineato l’effetto dannoso di queste sanzioni sui civili, chiedendo che siano abrogate”; secondo, “il problema del ritorno dei profughi e della riconciliazione. La Santa Sede invita la comunità internazionale a sostenere e incoraggiare il loro ritorno volontario e sicuro e quello degli sfollati interni”; terzo, “che i cristiani e le minoranze religiose hanno sempre avuto un ruolo specifico nel tessuto sociale del Medio Oriente. La loro presenza deve essere sostenuta e incoraggiata come contributo alla coesione sociale e al necessario processo di riconciliazione”. “Dopo otto dolorosi anni di conflitto”, ha detto Parolin, “è necessario, davvero urgente, superare la stagnazione politica e avere il coraggio di cercare nuove strade di dialogo e nuove soluzioni, con uno spirito di realismo e una preoccupazione per le persone coinvolte. Non è in gioco solo la stabilità del Medio Oriente, ma il futuro stesso dei giovani, molti nati e cresciuti fuori dal proprio paese, che sono spesso privati delle opportunità educative e mancano delle necessità di base per vivere”.

Nel frattempo nella sacca di Idlib, dove sono asserragliati migliaia di ‘foreign fighters’ e miliziani sunniti ribelli, i governativi siriani, sostenuti dalla aviazione e dalle forze speciali russe oltre che dai loro alleati sciiti dell’Hezbollah libanese e dei Pasdaran iraniani, sono riusciti ad avanzare fino allo strategico borgo di Khan Sheikuhn, che garantisce l’accesso all’autostrada Aleppo-Damasco. Il fragile cessate il fuoco unilaterale annunciato il 31 di agosto è condizionato all’impegno della Turchia ad implementare l’accordo di Sochi del 2018 ed all’avanzamento del progetto politico della riconciliazione e di libere elezioni. Gli sforzi dell’inviato ONU Pedersen e le pressioni russe sia su Damasco che su Ankara hanno consentito di raggiungere un primo, positivo ma faticoso risultato con l’accordo sulla composizione del Comitato Costituzionale annunciato ad Ankara il 16 settembre.
Permangono difficoltà per le regole di procedura come confermato alla nostra delegazione dallo stesso presidente Bashar al-Assad, contrariato dal gioco al rilancio delle opposizioni che richiedono nuove modifiche a trattativa conclusa e che sono state discusse nella successiva visita di Pedersen a Damasco. Quella siriana è una tragedia a lungo proposta alla opinione pubblica occidentale come una guerra civile.

In realtà è doverosa una lettura molto più complessa. Intanto, su un piano di considerazioni generale, è ovvio che, come ha ricordato lo stesso ministro degli Esteri russo, Lavrov, continuare a sostenere milizie armate e addirittura promuovere direttamente attacchi militari come fatto non solo da potenze regionali ma anche da nazioni occidentali in questi anni in Siria ha prodotto conseguenze nefaste per i civili e spinto verso i paesi vicini e verso l’Europa milioni di siriani. Anche su questo l’UE deve ragionare nel suo complesso, non in quanto Francia o Inghilterra, ma come Unione Europea. Di questa riflessione al momento non vi è traccia. La Siria come accennavo, ci viene presentata come una guerra civile, ma in realtà non solo è una guerra regionale che coinvolge gli interessi di potenze poderose, penso all’Iran e all’Arabia Saudita che da molti anni si contendono l’egemonia nel Golfo e nell’area mediorientale, ma soprattutto si contendono ancor più uno scenario ormai in concorrenza anche con la Turchia di Erdogan e la spiazzante postura di una politica che non può definirsi altro se non neo-ottomana. Perdipiù, aver coinvolto le grandi potenze (Stati Uniti e Russia e, come abbiamo visto in più di una circostanza anche Francia e Gran Bretagna) vuol dire che in Medio Oriente, e in Siria in particolare, ci sono tutti gli elementi di quella guerra mondiale a pezzi di cui Papa Francesco ha disegnato gli estremi già da molto tempo, in virtù delle informazioni della diplomazia della Santa Sede.

Che cosa ha comportato per esempio l’evoluzione di questo scenario secondo la direzione impressa in modo altalenante dagli Stati Uniti? Evidentemente gli Stati Uniti, che a più riprese hanno ribadito che non intendevano rovesciare il regime di Assad e non intendevano alterare l’esito della guerra in corso, alla fine insistevano proprio sulla emarginazione definitiva di quello che per loro non è tanto “il massacratore del proprio popolo”, come la comunicazione statunitense lo dipinge, quanto piuttosto il principale alleato strategico di Russia e Iran nello scacchiere. Non si spiegherebbe in nessun altro modo il reiterato intervento, addirittura con attacchi missilistici, su basi siriane degli ultimi due anni, giustificato con l’ipotetico utilizzo di armi chimiche che sfuggiva negli scorsi mesi alla logica, in quanto non si capiva perché gli uomini di Assad avrebbero dovuto usare le armi chimiche quando stavano vincendo sul terreno. Quasi come se il leader alawita avesse preso questa decisione solo per il folle desiderio di vedere i suoi uomini bersagliati dai missili della coalizione, e in secondo luogo dimenticando quello che è accaduto nel 2013 quando proprio un negoziato condotto anche con il contributo di Vladimir Putin, ma soprattutto di alcuni Governi occidentali – tra cui quello italiano – disinnescò la volontà franco-britannica di bombardare le basi di Assad perché indebolire Assad avrebbe significato avere l’Isis, e allora Jabhat al-nuṣra, a Damasco entro il dicembre di quell’anno. Quindi, in buona sostanza, quest’obiettivo, che le potenza alleate hanno messo da parte cinque anni fa, sottintende anche il negoziato di oggi proprio perché sul terreno è imperante l’asse russo-iraniano. Ed il ridimensionamento del ruolo di Assad rimane cruciale per nuovi assetti nella regione. E, probabilmente, a chiamare in causa gli Stati Uniti e gli altri paesi dell’Occidente sono, da un lato, i sauditi, che sono alleati strategici e tradizionali degli Stati Uniti nello scacchiere mediorientale e, dall’altro lato, Israele stessa. C’è un problema della sicurezza di Israele, data la presenza di Hezbollah e di truppe filo-iraniane nel territorio siriano. C’è un problema di diminuita capacità dell’Arabia Saudita nel confronto storico che si protrae da lungo tempo con gli iraniani, e quindi l’intervento occidentale mira a “riequilibrare”, facendo però un errore sostanziale e cioè convincendo ancor più la cittadinanza siriana che, costretta a scegliere tra Assad e i ‘foreign fighters’ sceglie – evidentemente – Assad.

Voglio però essere molto franco su questo punto: non reputo affatto che nel caso del governo di Assad si tratti di un regime di innocenti. Qui dobbiamo imparare anche dalla grande lezione delle comunità cristiane siriane che non sono pro-Assad. Ma quando il mondo ti chiede di scegliere tra Assad e l’Isis, è ovvio che molte di queste persone, vedendosi in pericolo, scelgono Assad. Quindi il problema non è tanto avere un rapporto privilegiato con Assad: rapporti privilegiati con Assad a Occidente non esistono, se pensiamo che lo scacchiere di alleanze, in quella regione, è da lungo tempo definito.

Mi spiego. Gli alleati tradizionali degli Stati Uniti sono: Turchia, Israele e Arabia Saudita. Quindi è impensabile, così com’è già capitato al padre di Assad, Hafez, che Assad possa avere altri rapporti se non quello con la Russia. E per questo le potenze occidentali, compreso il nostro paese, non è che possano poi fare granché di diverso da ciò che farà l’Europa. E l’Europa nulla può fare che possa mettere a repentaglio il rapporto tra gli Stati Uniti e i suoi alleati. Ma da qui a dire che non c’è stato un tentativo di manipolazione sul piano mediatico di quello che succede in Siria in questi anni ce ne passa: questo tentativo c’è stato eccome. È passato attraverso i media – per esempio – dei paesi arabi. È passato cioè in tutta quella manipolazione, che è stata favorita dalla lettura, soprattutto di parte del mondo sunnita, per trasformare lo scontro siriano in un’occasione di rivalsa ideologica dei sunniti contro gli sciiti. Ma soprattutto per vincere il braccio di ferro originato nel Golfo per interessi economici, geostrategici ed ideologici tra iraniani e sauditi.

In Siria quindi è stata non – o: non solo – guerra civile, ma:”tutti contro tutti”, come ha chiarito mesi or sono il nunzio apostolico a Damasco, Monsignor Zenari. E i gruppi minoritari sono stati quelli più a rischio, e i “cristiani lo sono stati in maniera particolare, avendo anche scelto di non portare armi”. “L’Isis era solo una parte, seppure grave, del problema siriano. Ora, c’è una sorta di tutti contro tutti”, ha riflettuto in questi ultimi mesi monsignor Zenari, sottolineando che “gli aiuti umanitari riescono a passare con il contagocce, centinaia di bambini vivono in una situazione di assoluta malnutrizione, la gente sopravvive cucinando brodaglie fatte di foglie di alberi: una cosa impressionante”. E ancora: “Le immagini che giungono sono agghiaccianti e al livello sanitario la situazione è al collasso: sono più le persone che muoiono per mancanza di cure ospedaliere e di medicine di quelle cadute a causa delle bombe e dei colpi di artiglieria”.

Ma a cosa fa riferimento monsignor Zenari quando parla di un contesto dove tutti sono contro tutti? Questa definizione che può apparire semplicistica legge invece, e in profondità, la complessità dello scenario siriano, e non fa riferimento appena alla lotta tra i sostenitori di Assad ed alle variegate ed a volte posticce opposizioni. Bensì agli attori esterni che si abbattono impietosi con le loro trame e la loro potenza bellica sul paese, mentre la Turchia porta avanti la sua politica di interdizione nei confronti delle minoranze curde sfiorando il collasso delle relazioni con gli Usa e lo scontro diretto con le truppe di Damasco, e Israele riprende le sue manovre anti-iraniane e rivolge i suoi strali con la complicità saudita nei confronti del braccio operativo degli Ayatollah, e cioè Hezbollah libanese. L’aspetto di maggiore criticità e di maggiore impatto sul piano interno, infatti, continua a essere costituito dal massiccio coinvolgimento delle milizie di Hezbollah a sostegno del fronte governativo del presidente Bashar al-Assad in Siria. Se in una prima fase, tra il 2011 ed il 2012, questo impegno si era di fatto limitato ad azioni sporadiche e clandestine nei territori al confine siro-libanese, in modo particolare lungo la Valle della Bekaa, a partire dal 2013 le milizie del ‘Partito di Dio’ hanno rafforzato la loro presenza nello scenario siriano. Tale scelta è stata determinata dall’andamento del conflitto sempre più a sfavore delle forze lealiste, congiuntura che rischiava di mettere seriamente a repentaglio gli interessi strategici di Hezbollah in Siria. Lo scoppio della crisi siriana e la perdita da parte di Assad del controllo di alcuni snodi stradali nell’ovest della Siria nel corso del 2012 hanno rappresentato una fortissima criticità per le milizie di Hezbollah, che hanno incontrato delle serie difficoltà nel continuare a gestire in maniera ottimale i flussi di armi provenienti da Teheran e che attraversavano la Siria. Così, in stretto concerto con Teheran, Hezbollah ha impiegato i propri uomini al di là della frontiera siro-libanese, con l’obiettivo di recuperare il terreno perso a favore del fronte ribelle e, più in generale, di garantire la tenuta del regime di Damasco. Tale esigenza ha portato gli uomini del Partito di Dio ad operare in teatri lontani dai tradizionali luoghi di azione e ad assumere un ruolo sempre maggiore nella riorganizzazione e nell’addestramento delle Forze di Difesa Nazionale (Fdn) e, più in generale, di coordinamento delle attività delle numerose milizie sciite. Ciò nonostante, è bene sottolineare come tale scenario sia da riferirsi esclusivamente al contesto operativo siriano. Infatti, al momento, appare difficile ipotizzare il trasferimento di tali capacità operative al teatro libanese, in virtù della costante attenzione di Israele. Quest’ultimo, infatti, continua ad impiegare l’aviazione per eliminare qualsiasi potenziale minaccia alla propria sicurezza nazionale proveniente al di là dei suoi confini nord-orientali e per distruggere i convogli di armi e rifornimenti destinati alle milizie di Hezbollah.

A prescindere da queste considerazioni, c’è da notare come, inevitabilmente, l’evoluzione in chiave regionale di Hezbollah abbia portato al gruppo dei vantaggi, ma anche delle innegabili problematicità da gestire. Infatti, la scelta di Nasrallah a sostegno del regime di Damasco, oltre a esporre il partito a forti critiche da parte del fronte politico sunnita, continua a generare non pochi malumori all’interno dei suoi sostenitori in virtù dei costi eccessivi non solo sul piano delle risorse, ma anche in termini di costi umani. In questo disegno, il ruolo di Hezbollah dovrebbe restare comunque centrale, circostanza che andrebbe ad innescare nuove variabili, difficili da interpretare al momento, per il futuro. Nulla di più facile cioè che il terreno dello scontro si sposti sul terreno di un confronto diretto tra Tel Aviv e Teheran, ad ulteriore discapito della già fragile sovranità siriana, determinando un movimento nella regione sempre più problematico per gli interessi e le strategie anche di Russia e Stati Uniti. Il riversarsi inevitabile di queste complesse variabili geostrategiche sul territorio siriano altro non fa che diventare ferro e fuoco, miseria e distruzione per milioni di persone inermi. Ecco cosa significa tutti contro tutti.

L’incapacità di produrre le condizioni per una ripresa di iniziativa politica dovrebbe preoccupare innanzitutto l’Europa, destinata altrimenti ad essere travolta dallo spasmo mediorientale. Tutti contro tutti: turchi contro curdi e governo siriano, russi contro Isis e loro alleati del Golfo, sauditi ed Israele contro iraniani ed Hezbollah, Assad contro le milizie sunnite e contro il pregiudizio occidentale, Stati Uniti contro Russia e Assad.

In questo contesto cinico e feroce sfiorisce e muore la Rosa di Siria. È uno dei fiori più antichi della storia, conosciuto per la sua bellezza e per le sue virtù terapeutiche. “Ma la rosa di Damasco, o rosa damascena, sta morendo. Nella città siriana che le ha dato il nome, e nei campi circostanti dove si coltiva, la rosa inizia a non fiorire più. La rosa di Damasco è agonizzante”, spiega il coltivatore Jamal Abbas, proprietario di un campo a el-Mrah, a circa 60 chilometri dalla capitale siriana. Questo è un villaggio noto per la produzione della rosa dai trenta petali, ma le terre coltivate sono diminuite del circa 50 per cento negli ultimi anni. La tradizione della raccolta si sta perdendo perché intere famiglie sono fuggite per evitare i combattimenti tra regime e ribelli. La produzione è crollata. “Siamo passati dalle 80 tonnellate del 2010 alle 20 del 2015. Tutta colpa della guerra che sta distruggendo il raccolto più della siccità”, così Hamza Bitar, agricoltore di 43 anni. La rosa di Damasco è un fiore millenario, esportato in Europa, dove i petali vengono essiccati per poi estrarre gli oli essenziali. Per i produttori e commercianti siriani l’agonia del fiore è la metafora di un paese distrutto dal conflitto che ha fatto oltre 500mila morti e milioni di rifugiati.

I mesi che verranno saranno decisivi perché in Siria tornino a fiorire le rose, e sarebbe un imperdonabile errore che il governo italiano si piegasse al frettoloso invito americano ad essere militarmente presenti nello scacchiere, dimenticando di essere stato il nostro paese in un recente passato il primo partner commerciale della Siria e soprattutto non facendo tesoro degli errori fatti tempo addietro dall’Occidente tutto nel teatro iracheno. Quando il gioco è “tutti contro tutti” non siamo al trionfo della irrazionalità. Semplicemente la regia che paventa il caos è nelle mani di “menti sopraffine” che puntano ad interessi che certo non rispecchiano il bene, la libertà e la giustizia per i popoli.

Mario Mauro

[il professor Mario Mauro, dall’aprile 2013 al febbraio 2014, è stato Ministro della difesa del Governo Letta. È nato nel 1961 a San Giovanni Rotondo, si è laureato in Lettere e Filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore ed ha iniziato la sua carriera insegnando negli istituti di istruzione secondaria e nelle università, e impegnandosi fortemente per i servizi pubblici sociali. Nel 1999 è stato eletto per la prima volta al Parlamento Europeo nel gruppo del PPE-DE; dal 1999 al 2004 è stato vice presidente della commissione per l’educazione e la cultura. Nel 2004, è stato eletto fra i vice presidenti del Parlamento Europeo, incarico che ha mantenuto fino al 2009, anno in cui è stato rieletto per un secondo mandato. È stato rappresentante dell’OSCE contro il razzismo, la xenofobia e la discriminazione, occupandosi in modo particolare del dialogo e dei rapporti interreligiosi e della discriminazione nei confronti dei Cristiani. Nel 2013 è stato eletto senatore nel governo Monti e capogruppo di Scelta Civica al Senato; dal 2018 collabora con grandi società di consulenza e di relazioni internazionali. È sposato e ha due figli.]