“Me-myselfie-and I”: quando l’immagine prende il nostro posto

24.08.2019 – 11.22 – Gli smartphone di oggi possiedono una fotocamera frontale. Perché vent’anni fa non era così? Perché qualche anno fa la fotocamera frontale aveva una risoluzione tremendamente peggiore di quella esterna, mentre ora la eguaglia? Alcuni nuovi smartphone, ad esempio, hanno una speciale funzione che si chiama “ritratto”. Che cosa fa? Ti trasforma. Trasforma la pelle, gli inestetismi, la luce, i colori, senza che tu faccia nulla, in modo automatico. Quindi, che tu lo voglia o meno, è il software a decidere quale sia la miglior versione di te. E non puoi fare altro che convincerti che lo sia. Esistono poi diversi articoli online che ti insegnano come modificare al meglio i tuoi selfie, consigli raffinatissimi su come evitare che le foto appaiano troppo elaborate, ma sembrino realistiche. Perché, in fondo, c’è qualcosa che suscita vergogna in questa necessità di truccare, filtrare, stravolgere la nostra realtà. “No filter needed”, si scrive. Ma che bisogno c’è di scriverlo? Il bisogno nasce dal fatto che ormai molto di quello che vediamo non esiste, e lo sappiamo bene. Ed è tutta qui la questione: nel verbo “sembrare”. Assomigliare a sé stessi. Come un fratello, quello venuto meglio.

Gli sviluppi tecnologici inseguono l’esigenza di una società, plasmandola a loro volta. E la nostra è esattamente “la società dello sguardo”. Vengono prima i selfie o i Social? Io direi che arrivano insieme nella misura in cui, attraverso essi, possiamo renderci tutti attori principali di una piccola messa-in-scena della nostra vita: una vita votata a “ciò che sembra”. Un discorso già sentito, è vero, ma il punto su cui vorrei soffermarmi è il fatto che questo meccanismo non è soltanto frutto di una trasformazione sociale, ma serve esattamente una delle necessità fondamentali dell’essere umano, da sempre: la ricerca, puntualmente fallace, di un’identità compatta e del riconoscimento dell’altro.
L’essere umano è impegnato in una continua, frustrante, ma anche entusiasmante ricerca di una propria identità. “Voglio capire chi sono”, chi non se l’è mai chiesto? È proprio a partire dalla nostra immagine riflessa allo specchio che inizia a costruirsi la nostra identità secondo Lacan. Anzi, possiamo dire che il riconoscimento e l’assunzione dell’immagine del nostro corpo siano il nocciolo del processo identitario, del nostro Io ideale. E questo è possibile attraverso l’Altro: è l’Altro che conferma al bambino di essere quel qualcosa che lo specchio cattura vicino a lei o lui. Il bambino non è solo quindi davanti allo specchio, o non potrebbe avvenire alcun riconoscimento. È lo sguardo, unitamente alle parole di chi si prende cura di lui, che rendono possibile l’acquisizione del proprio corpo. È lo sguardo il vero specchio. Ed è a partire da quel particolare sguardo che inizia a scriversi qualcosa di fondamentale nella storia del soggetto. Che sguardo è stato quello che ha permesso il mio riconoscermi? È stato uno sguardo amorevole? Sprezzante? Ambiguo? Resta il fatto che quell’immagine non dice tutto di noi. C’è sempre un resto, qualcosa che rimane fuori, qualcosa che non si riflette, né allo specchio né in ciò che l’altro dice di noi. Borges scrive che “in fondo viviamo una vita senza mai sapere come siamo realmente. Brandelli e frammenti della nostra immagine corporea catturati da vetrine e vetri e specchi. Talvolta da fotografie.” Una definizione totale e totalizzante di noi stessi è irraggiungibile, per quanto la si rincorra, ma questa impossibilità può funzionare anche come un motore, una ricerca, che ci spinge verso l’altro e verso il mondo esterno. Sguardo e immagine sono quindi da sempre intimamente legati. Come se l’essere guardati, l’essere visti, ci regalasse una conferma del nostro esistere ed allo stesso tempo una, seppur non esauriente, definizione della nostra identità. Il rapporto che intratteniamo dunque con la nostra immagine non è per nulla un fatto banale o superficiale, né tanto meno armonioso.

Per tornare alla questione con cui ho aperto l’articolo, vi inviterei a riflettere sulla parola “selfie”. Selfie è un neologismo, una specie di diminutivo di “self”, ossia “sé stesso”. Il selfie è quindi un diminutivo dell’Io. Ed è esattamente così. Tutto il mondo Social è in fin dei conti un selfie: non solo i nostri primi piani filtrati, ma in generale la nostra immagine online. È il diminutivo di noi stessi, il tratto ideale, deformato, ritagliato, che vogliamo che l’altro veda. Lo sguardo dell’Altro è però sostituito da un riconoscimento sterile, quantitativo: il numero di like, di follower, di retweet. La qualità, la particolarità, l’enigmaticità dello sguardo vengono sostituiti dalla quantità.
Questa dinamica ha però una conseguenza: ormai è facile accettare una richiesta di amicizia sui Social, poi però quando ad esempio una persona ci avvicina su un autobus e ci chiede di bere un caffè, ne siamo intimoriti. Fino ad apparirci bizzarro, strano, invadente, sconveniente. La schermata degli smartphone ci protegge e al contempo ci allontana dalla dimensione immediata e contingente dell’Incontro reale. Lo sguardo di un Altro in carne ed ossa ha infatti il potere di metterci a nudo: nelle nostre imperfezioni, nelle nostre mancanze, nei nostri “non sapere cosa dire”. L’Altro reale viene quindi rimpiazzato da una moltitudine di piccoli altri virtuali, su di un palcoscenico dove l’unica forma di “contatto” possibile è quella tra selfie, tra diminutivi (appunto) del nostro ego. Una simulata insomma, perché quando non si è connessi non c’è scampo. Tocca fare i conti con la realtà della propria immagine e con l’Altro. Ed in questo non c’è “filtro bellezza” che tenga, né il tempo di andare a cercare sul dizionario quella parola che mi vergogno di non conoscere.
L’opportunità di apparire così perfetti, l’illusione di poter avere un controllo sulla nostra immagine e sui legami, ci solleva dal doverci far carico della quota di imprevedibilità dell’Incontro offline. E, di contro, la realtà ci spaventa sempre di più, barricati dietro alle finte certezze della virtualità. Citando un amico tanto saggio quanto brillante, “un’immagine quanto più è perfetta, tanto più è distante da quella umana. La perfezione svilisce il difetto e appiattisce la differenza, allontanandoci dalla possibilità di essere amati sinceramente, ‘qualitativamente’.” Perché, che lo si voglia o meno, la particolarità di ognuno risiede anche e soprattutto nel difetto, nell’inciampo, nell’errore.
Nel regno dei profili non c’è vero enigma, ma (quasi) nessuna sorpresa possibile. Non si tratta affatto di spegnere il telefono o di non scattare più selfie, beninteso; ma, magari, il caffè con il tizio dell’autobus andatevelo a prendere. Chissà che non scopriate che, anche se indossa delle scarpe da rapper, ascolta musica post rock, o viceversa.

[Elena Paviotti è nata a Trieste. Ha trascorso il periodo prima degli studi a Cervignano per poi tornare nella sua città natale, dove si è laureata nel 2012. Ha frequentato l’Istituito di Ricerca di Psicoanalisi Applicata diretto a Milano da Massimo Recalcati, ed esercita la professione a Trieste, seguendo l’orientamento psicoanalitico lacaniano. Fa parte inoltre dell’equipe Telemaco, associazione di promozione sociale che si occupa della clinica psicoanalitica dell’infanzia e dell’adolescenza. [email protected]]