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sabato, 26 Novembre 2022

Anziani, giovani e gioco d’azzardo patologico. I perché, le trappole e le possibilità di sostegno

29.08.2019 – 10.05 – Ludopatia. Dell’argomento, e dei rischi personali e familiari legati alle ludopatie e alla perdita del controllo della propria vita e risorse economiche, si è parlato in maniera approfondita a inizio estate in occasione dell’incontro pubblico di formazione e informazione “La scommessa contro il tempo”, organizzato da AsSostegno, moderato da Roberto Srelz e comprendente una riflessione sulle possibilità d’intervento attraverso l’Amministrazione di Sostegno. Dopo i saluti di Carlo Grilli, Assessore Servizi e Politiche Sociali Comune di Trieste, di Tullia Cincopan, responsabile Casa di Riposo “La Meridiana” e del presidente di ZKB Opicina, Adriano Kovacic, che ha ospitato l’evento, sono seguito nell’ordine gli interventi di Gioacchino Bloglich (avvocato del Foro di Trieste, presidente di AsSostegno), Alessio Pellegrini (psicologo psicoterapeuta), Rita Dagiat (referente e operatore sportello AsSostegno Trieste), Alessandro Carbone (avvocato del Foro di Trieste), Daniela Infantino (avvocato del Foro di Trieste).

“AsSostegno”, ha introdotto l’assessore Carlo Grilli, “è un’associazione che opera costantemente sul territorio con grande dedizione. Condivide un pensiero che è quello di fare rete per stare attorno alle persone che hanno bisogno di supporto. Il tema del gioco d’azzardo patologico negli anziani pone alcune domande sui problemi che sono da affrontare: in questo momento la Regione Friuli Venezia Giulia e il Comune di Trieste sono molto attivi, ed esiste una progettualità all’interno dei piani di zona, affiancata a strumenti di relazione in campo sociale; si opera assieme all’Azienda Sanitaria, alle associazioni di volontari, alla Polizia Locale visti come elementi che condividono un percorso di attenzione per tentare di dare una risposta a un fenomeno importante come quello del gioco patologico, che assume dimensioni davvero preoccupanti, testimoniate da segnali registrati dagli strumenti che sono stati attivati per stare vicino alle persone che hanno fragilità. Fragilità che sono non solo finanziarie, ma relazionali. Anche attraverso il gioco, le persone tentano di colmare un vuoto che li ha investiti. Le misure di sostegno al reddito sono finite a volte per costituire un flusso, per quanto minimo, di denaro che queste persone hanno continuato a utilizzare per il gioco: è chiaro quindi che l’apporto dell’amministratore di sostegno può essere una risposta importante, e può aiutare a creare una rete relazionale che stia alla base della risposta alla solitudine. I luoghi dove si gioca non devono essere più coperti e chiusi, ma aperti, affinché chi entra a giocare si renda conto della differenza fra il giorno e la notte e veda chi sta dentro e chi sta fuori; colpevolizzare solo la persona che gioca però non è la strada giusta: va creata una rete di relazione della quale essa sia il centro. Momenti come questa conferenza diventano importanti per parlarci fra di noi: soltanto assieme e non separati possiamo rispondere a ciò che sta diventano un’emergenza non solo per gli anziani ma anche per i giovani e gli adolescenti, che hanno problematiche complesse plurime. Oggi parliamo di gioco: domani potremmo parlare di alcol, droga, bullismo, legati a una sfera relazionale che manca. E che poi fa male a tutta la società”. Sugli argomenti introdotti da Grilli ha poi proseguito Tullia Cincopan Mirra: “Il gioco d’azzardo patologico è un problema che viene tenuto nascosto, anche per vergona, da chi ne è vittima, e dai familiari che non sanno come reagire quando l’anziano cade in una spirale molto difficile da combattere. Negli anni, ‘La Meridiana’ ha accolto molte persone colpite dal problema, con difficoltà sociali, emotive ed economiche. Il supporto ai familiari, anche attraverso figure come gli amministratori di sostegno, molto importanti, è fondamentale. Come casa di riposo cerchiamo di vivere appieno questa situazione senza essere solo una struttura, ma anche un luogo d’incontro, d’informazione e di crescita personale; l’alternanza scuola-lavoro, ad esempio, permette di vedere questa realtà in tutte le loro sfaccettature: sono nate belle relazioni fra bambini, ragazzi e anziani”.

Primo intervento quello di Gioacchino Boglich, che ha presentato un caso reale quello di Giovanni. “Il gioco d’azzardo patologico è la punta di un fenomeno sommerso molto diffuso, fatto di persone che non rivelano cosa stanno facendo e perdono le relazioni con gli altri ritrovandosi da soli. La figura dell’amministrazione di sostegno esiste da una quindicina d’anni: AsSostegno è un’associazione di volontariato che opera da parecchi anni, ha convenzione con il Comune di Trieste ed è punto di ascolto, da una parte, e dall’altra è formazione e informazione sulle problematiche dell’amministrazione di sostegno stessa. Solo nel 2018 ci sono stati ben oltre 2500 contatti allo sportello. AsSostegno fa uno screening iniziale sull’utenza per capire la problematica; se ci sono i parametri per presentare domanda, i volontari aiutano l’utente per la documentazione necessaria. Il caso viene poi seguito nel corso di tutto lo sviluppo in stretto rapporto con servizi sociali e l’Azienda Sanitaria, e ora anche con il Tribunale, novità importante. Verrà aperto fra poco il punto d’ascolto a Muggia, ed esiste già da qualche tempo quello di Monfalcone.
Veniamo a Giovanni. Nominato amministratore di sostegno su domanda presentata dalle figlie, trovo una persona con depressione ricorrente, ludopatia, dipendenza dal tabacco e dall’alcol. Lo prendo in carico, primi colloqui: cerchiamo di mettere un po’ di ordine nei conti come prima cosa, perché la pensione minima di 650 euro non durava più di due giorni e finiva. Inizio abbastanza bene, c’era novità nella sua vita e l’amministratore era stato accettato bene, progetto economico per pagare qualcosa: affitto come primo, era in ritardo da più di un anno. Viene chiesto il blocco del conto, il beneficiario può prelevare solo una parte con due prelievi ogni 15 giorni per coprire le esigenze primarie. La proposta può essere accettata o meno dal beneficiario ma in questo caso lui la accetta. Ci vuole comunque pazienza, perché a volte cambia idea, e non vuole più firmare. Viene aperto il conto corrente e ritirato il Bancomat: il prelievo viene fatto dall’amministratore di sostegno che cerca di gestire le spese assieme a lui. Nel frattempo viene staccata purtroppo la luce per mancato pagamento: periodo complicato, perché il beneficiario in questi casi tipicamente non conserva la documentazione contrattuale e occorre investigare e risalire. Il beneficiario però, dopo un certo punto, non accetta più la mediazione: l’amministratore di sostegno non riesce più a seguire, a causa anche di un altro caso parallelo, ed essendo venuta meno la fiducia chiede la sostituzione: se non c’è più fiducia si deve in certi casi andare avanti lo stesso, ma diventa molto più difficile. Con l’amministratore di sostegno che subentra, dopo un inizio non buono in cui il soggetto si rende irreperibile e finisce per farsi sequestrare il bancomat dai titolari dei bar in cui gioca d’azzardo, a tutela dei debiti nel frattempo accumulati. La rete si attiva meglio e in maniera molto più efficace. Giovanni diventa più propositivo: lascia di nuovo il bancomat all’amministratore di sostegno per il pagamento dei debiti.
Si sente più partecipe vedendo i risultati e viene coinvolto anche nelle attività del centro diurno di Via Pindemonte a Trieste, dove svolge attività socio-didattiche partecipando anche come attore a uno spettacolo teatrale. L’epilogo non è buono: di fronte a un anno di passi avanti, Giovanni torna indietro all’improvviso: nasce uno scontro molto forte e anche il secondo amministratore di sostegno chiude il suo mandato. Il provvedimento del magistrato è quello di non nominare un altro amministratore: Giovanni resta da solo, e il fascicolo viene trasferito al Pubblico Ministero per una procedura di inabilitazione ritenendo impossibile costruire progetti di amministrazione di sostegno. È una presa di posizione molto forte, che usa uno strumento giuridico fatto per le persone incapaci di intendere e di volere; ma l’amministrazione di sostegno è in tutto superiore all’inabilitazione. Il Pubblico Ministero però archivia la richiesta di procedere all’inabilitazione, e si ritorna in un cerchio. Anche in casi come questo, pur togliendo una serie di responsabilità che l’amministratore di sostegno non è in grado di sostenere in mancanza di collaborazione della persona assistita, è opportuno che rimanga un punto di contatto con qualcuno che monitori.
Il denaro per il giocatore è la sostanza stessa della vita, e quindi si verificano alti e bassi. Nel momento in cui il giocatore vede la possibilità di avere quel denaro, si innesca un contenzioso fra l’amministratore che lo deve gestire al meglio e la persona che vuole il suo denaro per giocare. Gli incontri tematici sulle patologie sarebbero quindi da riprendere: prima del caso concreto di Giovanni, l’amministratore di sostegno non aveva strumenti e non conosceva la ludopatia. Forse con maggior conoscenza del fenomeno lo avrebbe gestito meglio. Il punto cruciale diventa proprio la rete fra amministratore di sostegno, giudice, assistenti sociali e psicologi”.

Il secondo intervento, divisi in due parti, è di Alessio Pellegrini. Nella prima parte del suo intervento Pellegrini ha affrontato quelle che sono le molle del gioco d’azzardo patologico stesso. “Essere anziani ed essere ragazzi. I passaggi che una volta c’erano fra un’età e l’altra vengono, oggi, saltati, in una società veloce che affronta solo adesso problemi che non conosceva. Bisogna rispondere in un modo nuovo.
Che cos’è la vecchiaia? È impossibile stabilire che cosa voglia dire essere vecchi. Non ci sono standard, e il concetto cambia in base a che cosa ci riferiamo. Cronologicamente a 65-70 anni si è vecchi: ma non è così semplice. Quando, da un punto di vista medico, accadono cose che indicano effettivamente cambiamenti? Soggettivi, o culturali? Fino a poco tempo fa questi concetti si manifestavano quando si andava in pensione; AsSostegno incontra ora persone che hanno finito il loro ciclo lavorativo per qualche motivo, ma non sono in pensione e non si possono definire strettamente come ‘anziani’.
In ambito medico-geriatrico la vecchiaia è definita come l’ultima fase del processo biologico. Maggior fragilità e decadimento fisico e psichico; ‘fragilità’ è proprio quel tema su cui interviene l’amministrazione di sostegno. In sociologia, la vecchiaia è il periodo finale della vita dopo il lavoro; ma non siamo più tanto d’accordo, anziani e vecchi non sono più quelli che non lavorano più e sono in pensione. La vecchiaia va analizzata quindi in tutta la sua complessità: come insieme di processi sociali, personali, fisici e quindi medici che rendono una persona più fragile rispetto a prima e più soggetta a problematiche varie. Volendo indicare un’età: si è ‘giovani vecchi’ fino ai 74 anni; ‘anziani’ fino agli 84, ‘grandi vecchi’ fino ai 99, e poi centenari. I meccanismi che s’innescano fra vecchiaia e dipendenza sono legati: la fragilità porta ad avere maggior dipendenza da qualcosa o qualcuno. ‘I vecchi sono come i bambini’ e questo è abbastanza vero, e da vecchio devi dipendere da qualcosa o da qualcuno, non è solo una questione sociale. Ci sono rilievi anche neurologici, fatti con TAC e PET, che rivelano sovrapposizioni di funzionamento neurologico e cerebrale simili fra anziani e bambini, come la percezione del rischio. Il rischio di cadere nel gioco d’azzardo negli anziani è quindi più alto: manca la percezione della perdita.
Non è detto che da subito il gioco sia patologico. La differenza fra lavorare e non lavorare, in più, genera un cambiamento nel proprio ruolo sociale, e non si sa come impiegare il tempo nella propria vita. L’essere umano, per evitare la frustrazione del non essere nessuno, cerca qualcosa d’altro, e riempie il tempo con altre attività: se va bene, con il volontariato, dedicando il suo sforzo a qualcosa di utile per lui e per gli altri, ma se va male il rischio del gioco d’azzardo è alto. I casinò, da fuori, sono abili a invitare gli anziani: arriva la navetta limousine e li portano a giocare. Andare al bar a giocare alle macchinette ‘tanto per’, poi, diventa un appuntamento con un luogo di aggregazione, dove queste persone stanno anche un po’ bene, ma iniziano un percorso pericoloso.

Esiste l’invecchiamento primario: modificazioni irreversibili dovute all’età, come il rallentamento motorio. Non intaccano il quadro della personalità. Rendono più difficile fare certi compiti. Esiste un secondo momento in cui c’è perdita vera e propria di funzionalità e si modifica la personalità. La demenza è uno dei possibili casi, ma non è l’unico. Se un giovane ha un danno neurologico, il cervello sposta le funzioni da un emisfero all’altro o le delocalizza; più avanti si va con gli anni, più si è rigidi, si fa fatica, e l’anziano non riesce ad avere un’intelligenza fluida che compensa eventuali problematiche in cui viene coinvolto.
Cosa rallenta l’invecchiamento? Sicuramente, oltre ai fattori genetici, un buon livello educativo e culturale. Mantenere intelligenza fluida, adattarsi al meglio alle nuove difficoltà: l’intelligenza permette di affrontarle. Le abilità verbali e numeriche declinano dopo gli 80 anni; memoria ragionamento e orientamento durano un po’ di più. Le personalità aperte, attive e propositive invecchiano meglio, affrontano il periodo dell’anzianità più facilmente. I contatti sociali sono un fattore positivo: favorire i contatti sociali e le attività è importante, e l’anziano sta meglio. Le sofferenze psicologiche favoriscono l’insorgere di patologie organiche: psiche e soma con gli anni si ricongiungono, quello che accade nel corpo si riversa sulla mente psicologicamente e viceversa. Patologie psichiche legate all’età: le due grandi aree sono l’ansia e depressione. Sono un rischio reale, e la depressione determina un aumento dei problemi fisici; l’amministratore di sostegno deve tenere conto anche di questo. Le altre patologie ci possono essere, ma in percentuale più normale, l’anzianità invece porta ansia e depressione, con eccesso di solitudine e ruolo sociale che scompare. Sentirsi inutile equivale a sentirsi ammalato: il 75% degli ultra-sessantacinquenni soffrono di un disturbo dell’umore; 1 volta su 2 è possibile diagnosticarlo, 3 su 4 possono averlo ma il medico non se ne accorge. Sintomi della depressione: sono diversi da quelli dell’adulto, e si concretizzano in perdita di interesse, perdita o aumento di peso, alterazione del sonno, stipsi che sembrano riguardare cose corporee e invece no. Subentra anche una visione negativa del mondo. Un problema fisico può quindi essere indicatore di un problema psichico.
Paradossalmente il periodo dell’anzianità, la senescenza, impone alla società di studiare nuovi sistemi per affrontare questa fase della vita. La vecchiaia impone alla società di rinnovarsi: solo apparentemente un controsenso. Fino a poco tempo fa non era così: i nuclei familiari sono cambiati, le problematiche legate all’età sono cambiate e servono nuove strutture. Da giovani ad adolescenti ad adulti ad anziani: non ci sono più i riti di passaggio. Servono quindi figure nuove, non solo assistenti sociali. La stessa amministrazione di sostegno è una figura nuova e un po’ strana, incastrata fra il tribunale e gli assistenti sociali, perché gli assistenti sociali non bastano: hanno competenze specifiche e doveri diversi. Le fragilità nuove dell’uomo necessitano di nuove figure per tutelarci e assisterci.

L’intervento di Rita Dagiat, referente e Operatore di sportello di AsSostegno Trieste, parla di AsSostegno stessa e dell’esperienza di chi ci lavora. “Cosa vuol dire essere vicini? Lo sportello di AsSostegno, operativo già dal 2010 i suoi sportelli sul territorio. L’attività di ascolto che l’Associazione svolge è molto particolare: gli utenti arrivano in situazioni difficili, sono disorientati e spesso non hanno le nozioni e la capacità per affrontare situazioni che non pensavano di dover mai affrontare. Il volontario cerca subito di instaurare una relazione con l’utente che arriva allo sportello. Durante l’ascolto ampio è lo spazio che l’utente ha per raccontare la “sua storia”. L’abbraccio simbolico dell’operatore lo aiuta nel suo racconto con un attento e silenzioso silenzio. Ascoltare, per il volontario, non è sempre semplice. Ascoltare in silenzio è la via migliore, al momento. È infatti proprio il silenzio, il cercare di immedesimarsi nella loro storia, che non è la nostra storia, cosa che mai deve essere dimenticata e che ci fortifica nel percorso. È necessario capire dove gli utenti si vengano a trovare, spesso improvvisamente. Entrambi siamo parte della storia, ma con ruoli diversi e senza mai dare giudizi. Comunicazione vuol dire mettere in contatto, in comunione: il fine di questo contatto deve essere ben chiaro e condiviso da entrambi sempre. C’è anche l’ascolto telefonico, ancora più complicato. Le chiamate arrivano dalla Regione Friuli Venezia Giulia, ma non solo. Ci chiamano anche dalla Lombardia, Lazio, Campania e anche da fuori Italia.
L’ascolto qui è un filo tra due persone: una gestione delle emozioni più complicata ancora, una gestione delle proprie emozioni che, a volte, toccano l’io più profondo; non è facile!
Molto spesso la domanda che il volontario fa è: “aiutami a capire”; è una domanda che viene fatta per aiutare lui o lei, ma anche noi stessi, per capire che cosa realmente si stia vivendo. Non dimentichiamoci mai di ascoltare chi abbiamo di fronte. impariamo ad ascoltare”.

Alessandro Carbone, avvocato del foro di Trieste e da molti anni studioso del gioco, ha parlato delle sue origini, delle sue motivazioni e delle sue trappole. “Il gioco è qualcosa che esiste da sempre ed è dentro di noi. La parte giuridica qui la lascio ad altri; non parlo di diritto ma di gioco. L’azzardo del gioco: gioco, gioco d’azzardo, gioco d’azzardo patologico. Mi sono sempre occupato di gioco, gioco intelligente, ho costruito giochi, wargame, regolamenti.
Il gioco ha due facce: una solo di natura vitale, fa parte della nostra vita. I bambini giocano, gli adulti giocano. È una simulazione della realtà. La necessità di fare esperienza senza rischio: i bambini giocando sperimentano ma non rischiano. Aristotele: il gioco è gioia e virtù. Kant: il gioco è attività che produce piacere: gioco di fortuna, d’arte, musicale, o di pensiero che dava spunto per gioia e piacere. Schiller: estetica gioco della natura, acqua e zampilli. Successivamente Homo Ludens: il gioco viene inserito in ambito culturale, non più solo individuo ma sviluppo culturale della società, gioco e cultura sono spesso uniti. Gregory Bateson, linguaggio e comunicazione: il gioco è una struttura che diventa metalingua poiché è qualcosa che non è quello che sembra. I giocatori hanno regole condivise e sanno che stanno giocando e che non è la realtà. Ci aiuta anche la psicologia: si occupa di gioco Freud, parlando dei giochi del maschio: gioco è identificazione. Un fatto culturale che purtroppo ancora esiste: i giochi per bambini e bambine sono diversi. Si propongono schemi diversi, nei quali i giochi per i maschi risultano più interessanti e stimolanti, meno modellizzanti.
Il gioco viene dal post-esercizio anziché dal pre-esercizio, Piaget: funzione centrale del gioco per lo sviluppo cognitivo dell’individuo, e attraverso il gioco si cresce anche a livello affettivo perché i ragazzi con il gioco imparano anche una visione fatta di affetto e socialità.

Il gioco è quindi qualcosa di bello che dà gioia e che colma i vuoti di solitudine, permette ampia socializzazione, va a colmare i vuoti esistenziali che spesso emergono nella fase anziana della vita. Non è un caso che gli anziani giochino a bocce o a carte: in questo contesto, il gioco è positivo. Nel 1958 esce la bibbia assoluta del gioco: Caillois, La teoria del gioco. La maschera. Il libro è: “I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine”. Il gioco è attività che deve essere libera, separata da tutto il resto, con un suo spazio temporale e storico limitato, incerto: il risultato non può essere predeterminato. Il gioco è attività fine a sé stessa che non crea ricchezza o altro. Il gioco è regolato: le regole del gioco sospendono le leggi ordinarie. Situazione fittizia: sappiamo, mentre giochiamo, che i soldi del Monopoli non sono veri. Caillois porta nuovi elementi: “Agon” quindi agonismo e voglia di competizione, e il gioco può essere rischioso perché si basa sull’alea ovvero la casualità. Simulacro o “Mimicry”: il gioco è attività in cui si diventa un altro, da qui il gioco di ruolo, mi vesto come un personaggio. I giochi di vertigine: si gioca per provocare reazione o scariche di adrenalina, come al Luna Park, o la trottola nei bambini: si gira fino allo stordimento. C’è un gioco che somma tutte queste componenti ovvero adrenalina, mimetismo, fortuna, capacità artistica: questo gioco è il Poker. Il gioco più completo e temibile. Il Poker dà l’impressione di poter gestire il successo grazie alle proprie capacità, ma questo è limitato a pochissimi giocatori professionisti che giocano di persona. Su Internet, invece, c’è accesso indiscriminato e semplice a migliaia di Poker Room.
Progressivamente arriviamo al gioco d’azzardo, e iniziamo a entrare in zona grigia: non subito una rossa, ma una zona che pone dubbi. Gioco d’azzardo: “hazar”, parola araba, ovvero dado, diventa “hazard” ovvero rischio in francese. Per ottenere benefici materiali, denaro o altro, gioco e vado a rischiare di perdere. L’azzardo esiste da sempre ed è parte della storia dell’uomo: dadi trovati 5000 anni fa in Cina, India, Giappone, a mostrarci che il dado era presente in tutte le culture. A Roma si giocava d’azzardo in maniera clamorosa: i legionari si giocavano gli stipendi. Alea, dado, aleatorio, rischioso: affidavi la tua vita e il tuo successo alla dea fortuna. Chi perdeva a Napoli e non poteva pagare il proprio debito con il re finiva sulle galere a remare: e lo stato come istituzione, quindi, scopre che l’azzardo porta soldi. Nasce il Lotto, e tutti gli altri: lo stato come istituzione diventa schizofrenico e passa da periodi storici di proibizionismo assoluto a periodi di apertura massima o perlomeno a un gioco controllato che porta denaro. Persino nello Stato della Chiesa.
Quando diventa patologico, il gioco? Qual è la funzione dello stato? Lo stato passa nella storia alternativamente da figura paterna a sfruttatore della fragilità e della dipendenza. Da sempre lo stato tassa e incassa dal gioco, e noi siamo figli di diverse culture: da quella cattolica che a un certo punto diventa paternalistica e pone divieti, a una liberale che dice che l’uomo è responsabile di sé stesso, conta solo il mercato e che sia quindi il mercato a decidere che cosa è meglio o peggio. Negli anni Settanta italiani, periodo più ‘paternalistico’, c’era una sola lotteria nazionale, quella di Capodanno, e la schedina del totocalcio con il lotto, tutto molto controllato e regolamentato: danni questo tipo di gioco non ne aveva mai creati. Da esso siamo passati oggi, Duemila e Venti, alla liberalizzazione assoluta con le macchinette nei bar ad accesso quasi universale, all’acquisto di lotterie istantanee e gratta e vinci arrivati a venti euro a biglietto, o più, per avere la stessa possibilità di vincere che si avrebbe stendendo tutti i biglietti della lotteria esistenti da qui all’Inghilterra per poi percorrere la fila ed estrarre il vincente a caso. Di tutto e di più, con il problema rappresentato Internet e la possibilità per chiunque, anche per i minorenni, di avere accesso a tutto il mondo dell’online.
Ecco la zona grigia: il gioco d’azzardo può essere bello e divertente fin che resta limitato alle possibilità di chi ci gioca. Giocare i 50 euro una volta l’anno è azzardo, ma non fa male, non è patologico; così come non lo è puntare 50 dollari una volta nella vita a Las Vegas. Il problema è capire come, quando, perché gioco d’azzardo diventa una malattia. Vediamo alcune caratteristiche del giocatore patologico:

  • il giocatore non si rendere conto di essere finito in una situazione di azzardo patologico. Tossicodipendenza e gioco d’azzardo: paragone non sbagliato. Mentre la sostanza esterna da cui dipendo devo però andarla a comprare, la sostanza che crea dipendenza dal gioco è dentro di me, e si esprime in una alterazione del meccanismo piacere-rischio che tende sempre a crescere. Il giocatore non lo sa: è la famiglia e chi sta attorno che inizia a vedere i problemi. Il giocatore patologico è convinto di poter smettere quando vuole;
  • il giocatore è bugiardo. E pur di giocare si inventerà di tutto nei confronti di tutti. Non andrà a lavorare e farà debiti e assegni a vuoto per ottenere i soldi necessari al raggiungimento del suo obiettivo; ai giochi d’azzardo non si vince, sono strutturati per far perdere, ma il giocatore si illude e per continuare a giocare ha bisogno sempre di altri soldi;
  • il giocatore ha licenza di uccidere. Sicuramente sé stesso e tutti i familiari e le persone che gli stanno attorno. È un suicidio programmato: Giovanni, giocatore d’azzardo del caso reale portato da Gioacchino Boglich, è alcolista, depresso e fumatore. Le problematiche si sommano e si sommano anche la tristezza, la depressione e senso di inutilità. Il suicidio programmato diventa la pallina della roulette: il giocatore taglia attorno a sé tutta la propria rete di relazione, ha un ‘crack’ e non lavora più. Resta da solo.

Il giocatore patologico si trova in difficoltà a 360 gradi: c’è una forte distorsione cognitiva, egli è convinto di poter vincere al Blackjack e controllare la pallina della roulette, crea statistiche infinite di numeri e di sistemi, ma: se il gioco è regolare – e non sappiamo mai che garanzie ci siano sui giochi Online – anche se è regolare, il giocatore sarà sempre in svantaggio e perdente. Il giocatore nella sua distorsione è convinto del contrario e pensa di dominare ciò che invece non è dominabile.
Il gioco d’azzardo non colpisce solo il ceto basso. Essendo la ludopatia una malattia riconosciuta e inserita fra le problematiche di natura cognitiva, lo Stato, che da una parte ci guadagna e prende le concessioni dei casinò, deve poi intervenire e pagare le cure di chi sta male. Il vantaggio va ad arricchire alla fine solo chi gestisce queste mangiatoie impressionanti, chi controlla i monopoli e la criminalità organizzata. Di fatto, i costi delle cure stanno aumentando in maniera esponenziale rosicchiandone sempre più il vantaggio economico.

Gioco d’azzardo patologico: in che momento un gioco diventa malattia? Alessio Pellegrini lo ha spiegato nella seconda parte del suo intervento. “È vero: il giocatore d’azzardo gioca per perdere; se vincesse, dovrebbe smettere di giocare. A lui interessa il gioco in sé e per sé, autoalimentandosi, e vincere non gli piace.
È curioso come in questi ultimi tempi in cui il denaro diventa così importante i temi del gioco d’azzardo emergano ancora di più. Denaro talmente importante da perdere significato in sé, e quindi si gioca, perdendolo. Il concetto d’azzardo è legato all’evoluzione economica e sociologica: viene introdotto quando uno stato ha momenti di grossa crisi economica. Vincere equivale a cambiare la propria vita: come se il tutto il nostro futuro dipendesse dalla fortuna. Il gioco d’azzardo illude di cambiare la propria vita non basandosi sulle proprie capacità ma su una puntata che permette di cambiare tutto. Le abilità individuali vengono completamente messe da parte: non servono a niente, se vuoi diventare qualcuno basta che tu giochi. Molte persone preferiscono questa speranza all’investire sulla propria formazione o progetto di vita.
La distorsione cognitiva, come conferma nella sua opinione anche Alessandro Carbone, arriva dagli anni Ottanta: ‘guadagno facile’. Non solo sul gioco d’azzardo, vale la pena di ricordare tutta l’attività finanziaria, il gioco in borsa dagli anni Ottanta-Duemila, fino alla crisi di pochi anni fa: il privato italiano giocava e comprava azioni. Fino ad arrivare alle amministrazioni pubbliche che giocavano in borsa sui derivati, con risultati che adesso pesano sulla nostra economia.
Gioco come problema esistenziale. Il gioco del Lotto, tecnicamente anche la tombola, è gioco d’azzardo, e stranamente in Italia non hanno funzionato le sale Bingo. Si arriva fino ai giochi Online in cui si dematerializza il denaro stesso, il soldo, e si gioca con la carta di credito perdendo il controllo di quanto si perde. Giocando da camera tua, nessuno ti vedrà mai: c’è ancora meno l’umiliazione di stare al bar davanti alla macchinetta. Legislazione sui giochi Online: è complicata, difficile incidere attraverso di essa per andare a chiudere i siti, qualcosa è stato fatto ma con pochi risultati. Dal sito ‘Betall’: “nel 2014, 84 miliardi, nel 2017 i miliardi sono 102 nonostante 140.000 Slot in meno e 7200 siti Internet oscurati”. Quindi sono state tolte slot, oscurati i siti eppure giocati 20 miliardi di euro in più in un periodo di crisi economica. Il 43% della popolazione, nel 2017, ha giocato con una certa regolarità: quasi 1 persona su 2. Sono 400.000 i giocatori problematici. E la dipendenza continua a essere sommersa: la gran parte non si rivela fin che non succede qualcosa di più grave, e le persone seguite dai servizi sociali sono in costante aumento.
Problema esistenziale: problema di dipendenza. Con difficoltà nella diagnosi: il giocatore è un manipolatore nato abilissimo nel negare qualsiasi cosa. Ecco quindi l’Amministratore di Sostegno: cosa può fare nei casi di gioco d’azzardo? Se la famiglia non riesce a gestire e le istituzioni o il SERT non riescono sempre a gestire da soli, spesso serve una figura esterna.

Quali sono i sintomi del gioco d’azzardo patologico? Esistono i test. I sintomi stessi:

  • il bisogno di giocare quantità crescenti di denaro per ottenere l’eccitazione;
  • l’Irritabilità quando si cerca di ridurre o di sospendere il gioco;
  • il giocatore ha cercato di ridurre senza riuscirsi;
  • pensieri persistenti inerenti al gioco: ‘dove trovo i soldi’, ‘come faccio a giocare’, ‘indosso qualcosa che mi porta fortuna’;
  • la persona gioca quando si sente a disagi;
  • giocare dopo aver perso per cercare di vincere di nuovo;
  • le menzogne. Dopo un po’, la rete sociale va a farsi benedire: amici parenti e familiari allontanano il giocatore, si perdono le relazioni con gli altri a causa delle continue richieste di soldi per continuare a giocare.

La pratica, come diceva Rita Dagiat di Assostegno, è più complicata della teoria. Mentre chi beve o chi fuma sta male e quindi il male lo ferma, il giocatore d’azzardo non sta male fisicamente, e può continuare fin che ne ha la forza. Il gioco aumenta fra gli anziani e i giovani ovvero all’interno delle fasce più deboli economicamente, perché è fortemente correlato a effetti sociali e fragilità. Negli anziani: fattori di rischio patologie neurodegenerative associate all’età, come la perdita della capacità di prendere decisioni e di controllare gli impulsi. È nel gioco che ci si sente in vita, nonostante la disgregazione e le distorsioni cognitive (“il numero 5 non esce da 20 volte e quindi sta per uscire”: questo non è vero statisticamente, il giocatore questo lo sa, però non lo accetta). Negazione della realtà ovvero della consapevolezza che la macchinetta vince sempre: razionalità sospesa, e ci si muove in un campo di speranze e illusioni.

Nell’intervento conclusivo di Daniela Infantino, l’amministrazione di sostegno e i suoi aspetti legali; la Carta del Diritto. “Fragilità, solitudine: l’argomento di oggi è l’anziano – il tema: il gioco d’azzardo patologico negli anziani e le possibilità dell’amministrazione di sostegno. Sono persone che si nascondono: la fragilità rappresenta qualcosa che si rompe, un problema esistenziale, sentirsi sempre più soli. Negli anziani come gli adolescenti del resto: un senso di inadeguatezza. Anziani prelevati a casa dai furgoni dei casinò e proiettati in un mondo fatto di luci e suoni e bibite gratis: il casinò è un posto dove ti senti importante, dove donne di una certa età vanno ben vestite e truccate a giocare, assieme a uomini distinti, inconsapevoli del danno a cui vanno incontro. A volte, anziani raggirati da chi gli sta vicino, che li invoglia ad andare a giocare. Il diritto, per quanto nell’immaginario di tutti sia solo un fascio di norme, negli ultimi quarant’anni è cambiato molto e ha messo la persona al centro: la centralità della dignità, così come previsto dalla carta costituzionale. Il rimedio giuridico al rischio portato dal gioco d’azzardo patologico: l’Amministrazione di Sostegno.
Nel 2004 la legge, rispetto al patrimonio, ha spostato l’asse di protezione verso la persona. Prima esisteva solo la cura del patrimonio di una persona che aveva un’infermità mentale, e si esprimeva con l’interdizione ovvero la privazione della capacità di agire, che interveniva però anche sui diritti della persona stessa come il matrimonio o riconoscere i figli. L’Amministrazione di Sostegno è invece un abito cucito su misura. Riportandolo alla ludopatia: nonostante essa non sia una menomazione fisica o psichica, è una situazione particolare che può essere segnalata dai servizi e dai familiari, come, per fare un paragone, per la persona anoressica che non sa, non si rende conto di avere un problema. L’Amministrazione di Sostegno può essere a tempo indeterminato se di fronte a un soggetto che soffre di Alzheimer o SLA, o un malato psichiatrico, che presentano quindi una situazione irreversibile; sulla ludopatia, il soggetto potrebbe essere recuperato come per gli alcol dipendenti, e si concretizzano quindi provvedimenti a tempo determinato collegati a progetti di sostegno che vengono fatti per recuperare la persona e portare una propensione al risparmio. La scelta dell’amministratore all’interno della famiglia è sconsigliata perché genera conflittualità: la scelta fatta dal giudice ricade normalmente su un soggetto estraneo. Si deve creare fiducia per andare verso la migliore soluzione per la persona stessa. Come prima cosa il giudice deve ascoltare: non deve essere distaccato: l’esame della persona è fondamentale per capire che tipo di decreto, come giudice, devo costruire. Io, giudice, devo sapere chi ho davanti; per questo di sportelli di ascolto ce ne dovrebbero essere tanti: è un passaggio importantissimo per ricevere i primi dati. Si sono verificati casi in cui la persona acquisisce consapevolezza per la prima volta di avere un problema proprio nel momento in cui si confronta con l’Amministratore di Sostegno. Con l’amministrazione di sostegno il giudice tutelare non è più super partes, ma fa gli interessi della persona che ha davanti, quindi non solo emette un decreto ma, con l’aiuto dei servizi e dell’amministratore di sostegno, costruisce un decreto. La persona non è sempre consenziente: ma nessuno deve essere lasciato solo. L’amministratore e il giudice hanno bisogno dell’aiuto dello psicologo che sviscera le parti che loro non conoscono, sia nella fase preliminare che nell’attualizzazione del decreto. Questi elementi devono essere tutti presenti durante i due anni o tre anni o in proroga per portare alla risoluzione del problema. L’amministrazione di sostegno è un istituto leggero che ha tutti i problemi dell’adolescente, e si sta pensando a un disegno di legge che risolva alcune delle difficoltà che sono state riscontrate in questi primi quindici anni. Strumento che esiste, è duttile, si plasma intorno alla persona: ogni persona ha una sua dignità, anche il ludopatico. È importante il sostegno al sostegno: ridisegnare la figura dell’anziano fragile. È importante mantenere vive le persone che diventano anziane, Intervenendo prima che il gioco diventi una patologia“.

 

 

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