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lunedì, 3 Ottobre 2022

20 luglio 1969, Apollo 11 sulla Luna. Cinquant’anni e il futuro.

20.07.2019 – 10.55 – “Scegliamo di andare sulla Luna in questo decennio e di fare ancora altre cose, non perché sono sfide facili, ma perché sono difficili”. Qualche anno dopo queste parole di John Kennedy, il 20 luglio 1969: una stanza in penombra in una casa, figure strane, confusione e luce che venie da una scatola, e poi grida, ma non di paura. È possibile che questo, e non altri, sia il primo ricordo di una vita? La scienza ci dice di no e ci spiega che prima dei tre anni il nostro cervello non può ricordare, perché non ha ancora sviluppato quella capacità; e che quello che ci sembra invece di rivedere nella nostra memoria sono immagini mentali che ci siamo fatti dopo, ascoltando racconti. Eppure, quel 20 luglio 1969 rimane il mio primo ricordo, con mio padre che mi sollevava in alto, una grande animazione e un’aria di felicità; chissà se fu veramente così, o se quel televisore in bianco e nero, con la radica attorno e le due grandi manopole, lo ricordo solo dalle fotografie.

Oggi è il Giorno della Luna. Cinquant’anni fa, il 20 luglio 1969, alle 20 e 17 dell’ora universale coordinata, l’Apollo 11 con Armstrong, Collins e Aldrin toccava la superficie della vicina di casa che ci guarda ogni giorno da lassù. La tocca qualche istante dopo l’annuncio in televisione di Tito Stagno, a dire il vero, e dello storico bisticcio in diretta con Ruggero Orlando; giornalisti del servizio pubblico di allora, dove le dirette erano una sfida in bianco e nero senza effetti speciali, le cose si sbagliavano oppure, ascoltando al telefono da oltre oceano, si sentivano e si interpretavano male. Per chi di anni ne aveva qualcuno più di tre e può veramente ricordare la diretta televisiva e Tito Stagno, è difficile forse pensare che sia passato mezzo secolo dal lancio a Capo Kennedy – per dieci anni dal 1963 al 1973, si chiamò così, prima di riprendere l’originario Cape Canaveral. Il tempo, dal primo discorso di John Kennedy e dalla decisione di impegnare tutta l’America nello sforzo teso a vincere, dove il fallimento non era contemplato e quando disperatamente serviva una vittoria di qualche tipo sull’Unione Sovietica, il tempo è volato via; e l’oggi è agrodolce. L’America vinse la sfida; Kennedy, ucciso a Dallas nel 1963, non era in prima fila a vedere il suo sogno realizzarsi. La missione dell’Apollo 11 dimostrò al mondo che gli Stati Uniti erano diventati una potenza senza rivali nel cielo: il sogno di Kennedy era anche, e lo era principalmente, un tassello fondamentale nella strategia della Guerra Fredda, far arrivare un americano sulla Luna prima di un russo e riportarlo a casa sano e salvo, in modo da dimostrare che ora, in quel cielo, la bandiera più in alto di tutte era quella a stelle e strisce. Il traguardo raggiunto fu il coronamento del successo di una delle più grandi sfide tecnologiche della storia dell’uomo, e gettò le fondamenta per una intera generazione di sviluppo economico, compreso il nostro, assicurando all’Occidente un potere globale. Da Apollo 11 in poi nonostante gli insuccessi e gli imprevisti – come la quasi tragedia dell’Apollo 13 – la capacità degli Stati Uniti di dominare lo spazio è stata un simbolo di speranza per milioni di giovani in tutto il mondo e una promessa, quella della scienza, di far avanzare la razza umana verso un futuro migliore, fatto di nuove frontiere, di altre conquiste, di diritti e di libertà: “Star Trek” era, ed è, fantascienza, ma da ragazzi un po’ ci credevamo: Apollo sarebbe diventata più grande, a conquistare l’universo ci saremmo andati per davvero, e lo Space Shuttle non sembrò che un primo passo verso l’infinito che immaginò anche Kubrick.

La realtà di oggi è il razzo Falcon che sale e scende, portando qualche satellite e consegnando virtualmente pacchetti Amazon nell’altra metà dell’emisfero o chissà dove. Un grande business, che ha sostituito in maniera quasi completa i prodigi del Kennedy Space Center e della NASA: ora non c’è più Gene Kranz a sentire all’altoparlante: “Houston, abbiamo un problema”. Ci sono Elon Musk e Jeff Bezos. E non è la stessa cosa. Non è poi così male, no, perché senza di loro di spazio non si parlerebbe probabilmente più, però quell’idea e quel sogno dei ragazzi degli anni Settanta di viaggiare nello spazio sono alieni ai ragazzi di oggi, non sanno proprio più cosa sia. Spazio, Luna? E perché?

Gli atterraggi sulla Luna, alla fine, furono solo sei, fra il 1969 e il 1972; le altre nazioni ad aver mandato equipaggio nello spazio sono state la Russia – naturalmente, precedentemente, l’Unione Sovietica – e la Cina ma senza missioni lunari. L’India ha dichiarato di voler mandare un suo equipaggio sulla Luna nel 2020, e la Cina nel 2025; la Russia potrebbe seguire nel 2030. Gli Stati Uniti, non si sa: tutto dipende dall’approvazione dei budget, e di mezzo ci sono altre spese da fare, muri da realizzare e portaerei da rifornire: il presidente Trump, comunque, ha annunciato di volerci tornare nel 2024, ‘per rimanere’. Per esplorare, per costruire un insediamento.
Tralasciando i vettori che consentirono di arrivare alla Luna, derivati da quelli usati per ben altri scopi nella Seconda Guerra Mondiale e perfezionati per scopi simili durante e dopo la missione Apollo 11, le rivoluzioni tecnologiche che consentirono all’uomo di conquistare il vicino spazio e ai tre astronauti di arrivare lassù cambiarono la nostra vita. Elencandone solo alcune, possiamo pensare ai satelliti, ora quasi 5000, che circondano il nostro pianeta, il 40 per cento dei quali utilizzati per le telecomunicazioni, un 30 per cento per l’osservazione, la navigazione e il posizionamento, e il resto per la scienza. Alla miniaturizzazione, che rese tutto molto più piccolo, leggero e meno ingordo in termini di consumi: il computer che portò l’Apollo alla Luna consumava 70 watt, l’equivalente di una lampadina, mentre solo pochi anni prima, negli anni Cinquanta, i calcolatori pesavano tonnellate, l’ENIAC consumava più di 150 chilowatt. O le macchine fotografiche che permisero di fotografare la terra, e delle quali Hasselblad, la storica casa, ha appena fatto una riedizione – moderna, naturalmente. E tante, tante altre cose, dai tessuti antifiamma delle tute degli astronauti ai materiali della capsula spaziale ai filtri per l’aria, alle cuffie senza fili, agli aspirapolvere portatili, alle lenti resistenti al graffio, al velcro per allacciare le scarpe. Tutto studiato per essere leggero, facile da usare, resistente.

Oggi, l’industria spaziale al di là delle eccezioni rappresentate dagli imprenditori visionari è largamente in mano ai governi. E, così riferiscono gli analisti, largamente inefficiente e orientata a scopi militari e di controllo. Non si tratta più di testate nucleari messe in orbita, parliamo di reti di controllo delle comunicazioni, di sorveglianza e di supporto all’operatività dei droni, però sempre militare è: non c’è incoraggiamento alla competizione commerciale, non c’è un vero e proprio libero mercato dell’innovazione. La Guerra Fredda è stata vinta, e lo stretto controllo delle nazioni che avevano quelle capacità sui programmi spaziali è stato un espediente fondamentale per il risultato, però ha anche ucciso lo sviluppo: certamente la NASA esiste ancora, ma di nuovo, dopo il blocco delle missioni Shuttle nel 2011, si è sentito poco o niente, con qualche eccellenza nelle missioni di ricerca scientifica ma gran parte delle risorse vengono investite nel mantenimento in vita di strutture di satelliti ormai obsolete. Fanno qualcosa di diverso la Cina e anche l’Unione Europea: quest’ultima, nella produzione di alta tecnologia e di vettori, mentre la Cina ha iniziato una politica aggressiva di sviluppo delle sue capacità spaziali investendo direttamente sia in una rete di piccoli satelliti di nuova generazione e portandosi alla pari degli Stati Uniti per quanto riguarda capacità e conoscenze. Largamente copiando e clonando, e rivendendo tecnologia a un prezzo estremamente più basso come fatto in altri campi, ma tant’è: la passività e la comodità, unite alla sensazione di non poter più perdere la posizione di predominio ormai acquisita, possono giocare brutti scherzi, e ora la corsa per recuperare parte da posizioni di quasi svantaggio, richiede nuove attenzioni, coraggio e investimenti. L’assenza di una leadership spaziale ha impedito lo sviluppo di progetti di più largo respiro, e ha spostato l’asse della fantascienza dal cielo al computer e alla realtà virtuale. Per riabbracciare le parole di Kennedy del 1963, tornare sulla Luna rivedendo oggi nuove immagini questa volta in diretta Facebook, e forse andare oltre, molto oltre, c’è molto da fare. Non è troppo tardi. Oggi, 20 luglio 2019, dopo cinquant’anni, accontentiamoci di sognare. La Luna è ancora lì, che ci aspetta.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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