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lunedì, 8 Agosto 2022

Trump contro Huawei. Quando bloccare, forse, può voler dire non vincere.

20.05.2019 – 21.03 – È stata una delle notizie più commentate del giorno. Un nuovo scenario di guerra, nella sua versione più moderna che non usa i missili ma le comunicazioni e la dipendenza delle persone e degli Stati stessi da esse, si è scatenato fra i due grandi blocchi del Nuovo Millennio, e gli Stati Uniti hanno attaccato la Cina. La nuova puntata della guerra degli USA con la Cina è l’aver inserito Huawei nella lista nera delle aziende che non possono lavorare con gli Stati Uniti stessi senza il permesso del Presidente Trump – di questo, riducendo all’osso, si tratta – forzando Google ed altre ‘major’, come Intel e Qualcomm, a rimuovere importanti licenze d’uso sia per sistemi software che hardware.

Sarà certamente, nel brevissimo termine, un problema per l’azienda di Xi Jinping – perché di questo, saltando da un continente all’altro, si tratta, non esistendo in Cina un libero mercato. Nello specifico e con maggior esattezza Huawei Technologies e oltre 70 società a essa affiliate sono ora considerate entità economiche che “mettono a rischio la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”: a esse, le società USA non possono vendere niente senza l’autorizzazione del Dipartimento del Commercio americano.
Huawei, che dipende, a oggi, dal sistema operativo Android nella versione sviluppata da Google, non potrà più usarlo. Una mossa forte: da tempo Donald Trump, sostenendo che Huawei possa utilizzare i propri apparecchi per lo spionaggio, minaccia azioni pesanti; la prima è arrivata, nonostante finora l’amministrazione statunitense non abbia prodotto alcuna prova concreta che ci siano attività pericolose da parte di Huawei, o spionaggio da parte dello stato cinese, tanto che alla fine del mese di febbraio 2019 la Gran Bretagna ha ufficialmente dichiarato di essere perfettamente in grado di gestire la sicurezza degli apparecchi di telecomunicazione provenienti dalla Cina e di non aver riscontrato in esse qualcosa che possa far pensare allo spionaggio. Opinione supportata anche da analisti statunitensi che, pur sottolineando come i rapporti con Xi Jinping vadano gestiti con estrema attenzione, e le reti di telecomunicazioni siano un asset ormai strategico che la politica ha il dovere di mettere al primo posto nelle sue considerazioni, hanno affermato che un blocco dei rapporti commerciali con l’azienda cinese non sia la strada giusta. E come, di per sé, Huawei non abbia molto di diverso rispetto ad altre aziende dell’Estremo Oriente che progettano, ingegnerizzano e distribuiscono elettronica a livello mondiale, che viene poi utilizzata anche negli Stati Uniti. Il dado, in ogni caso, è stato tratto.

Rimarremo, quindi, senza telefonini Huawei? No. La forzatura costringerà l’azienda cinese ad accelerare i tempi di sviluppo di un suo sistema operativo proprietario, magari basato sulla versione Open di Android, già esistente e utilizzata da altri produttori, e non su quella di Google; altre aziende cinesi che non sono colpite dalla scomunica di Trump, come ad esempio Xiaomi, ne approfitteranno per rendere più solida la loro posizione sul mercato. Né, probabilmente, Google rimuoverà dai telefonini Huawei applicazioni come ‘Maps’ o ‘Youtube’; forse ci sarà qualche fastidio in più nel personalizzarli, ma ce la faremo: domani non succederà nulla, i nostri Smartphone Huawei rimarranno operativi, e probabilmente dopodomani anche. E nel frattempo arriverà presumibilmente qualcosa di nuovo: Huawei è già esclusa dal mercato americano da tempo, eppure è diventata comunque il secondo produttore di Smartphone al mondo, sorpassando l’amata Mela e mirando al primo posto.

Nel medio periodo, la mossa dell’amministrazione Trump potrebbe fare del male agli stessi Stati Uniti. Il punto cruciale, infatti, non sono gli Smartphone, ma la tecnologia 5G, di cui si parla molto e che è già stata identificata come nuovo fattore di cambiamento mondiale, nuova rivoluzione che renderà potenzialmente qualsiasi oggetto che abbiamo in casa, in auto o addosso in grado di collegarsi istantaneamente a qualsiasi altro oggetto un’altra persona o un ente abbia in auto, addosso o in casa: l’Internet del Tutto. È una rivoluzione della quale si stenta, a prima vista, a cogliere le implicazioni; ma pensandoci un attimo, anche chi non è un tecnologo inizia a intuirle. La porta di casa che si apre al nostro semplice avvicinarci dopo aver verificato la nostra identità chiedendo automaticamente il permesso alla casa stessa. La nostra automobile che riceve informazioni sul traffico e sui tempi di percorrenza da tutte le altre automobili che incrocia strada facendo, in un istante. Le nostre scarpe che ottimizzano l’apporto di calorie quotidiano al nostro corpo informando direttamente il ristorante, in modo che esso possa variare la nostra dieta personalizzata: il limite, la sola fantasia.
E, nel mondo del 5G, se parliamo di infrastrutture, non c’è nessuna azienda americana: le più vicine a Huawei hanno nomi che ricordiamo dalla fine del Vecchio Millennio, e sono Nokia ed Ericsson. Non solo le aziende USA non sono pronte, quindi, ma non sono neppure al primo orizzonte; gli apparati per reti cellulari Huawei sono invece già pronti al loro debutto e si preparano, ad esempio, a iniziare a trasmettere dati in Europa, dove il rapporto con la Cina sta venendo vissuto in maniera diversa. Anche perché in fondo il presidente Trump tanto amico dell’Europa almeno non sembra, sentita la minaccia di dazi nei confronti di 11 miliardi di dollari sui nostri prodotti, sullo spunto dell’accusa mossa ad Airbus di essere sostenuta proprio dai governi del nostro vecchio continente. Sicurezza nazionale perché si parla di tecnologie strategiche, quindi, certamente sacrosanta; ma qualche dubbio rimane. Chiudendo i rapporti con i partner mondiali più avanti sulle tecnologie del futuro immediato, gli Stati Uniti potrebbero fare, incredibilmente, due passi indietro in un momento in cui la velocità del cambiamento è frenetica, e, se si dovesse verificare, questo passo indietro avrebbe ripercussioni strategiche. Presumibilmente infatti la Cina subirà tutto meno che un contraccolpo fortissimo: già da tempo ha i suoi produttori di microprocessori di prim’ordine, di modem e di componenti elettronici avanzati. Per il software, molto da fare senz’altro ci sarà, perché Android di Google è adottato dalla maggioranza degli Smartphone al mondo e i computer cinesi non potranno installare Windows. Ma le aziende cinesi spendono ormai miliardi di dollari ogni anno in ricerca registrando un numero enorme di brevetti, e un Windows cinese che spunta all’improvviso non sarebbe una sorpresa eclatante. Spesso, nel mondo della tecnologia, quello che sembrava una possibilità remotissima si è rivelata realtà nello spazio di un secondo. Virtuale.

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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