“Su per l’assolata via dei Colli…” Il primo filobus di Trieste

18.05.2019 – 08.29 – Quando il triestino prende l’autobus n. 5, non utilizza mai l’articolo maschile, “il” 5, ma viene spontaneo chiamarlo “la 5”. Allo stesso modo la linea n. 6 non viene mai chiamata la 6, ma “il 6”, o meglio “el 6”. Sarebbe strano comportarsi altrimenti; suonerebbe sbagliato.
Le parole di un linguaggio o in questo caso di un dialetto, conservano al loro interno tracce di una storia passata, paragonabili a tesori, scrigni che rivelano all’interno testimonianze di un tempo irrimediabilmente trascorso. Quell’evento, quella tecnologia, quel vestito può passare di moda, scomparire o venire addirittura eliminato, ma la parola sopravvive e continua a essere utilizzata, senza la consapevolezza del parlante. Come lo squalo è un fossile della natura, identico dalla preistoria, allo stesso modo vi sono parole e in questo caso articoli determinativi, il cui utilizzo sopravvive ai tempi.
In questo caso il triestino si riferisce a due mezzi di trasporto fino agli anni Settanta ubiqui a tutti i cittadini e dalla grande popolarità a Trieste: la filovia e il tram. Il triestino infatti saliva sulla “filovia 5” e conseguentemente il numero veniva declinato al femminile. Allo stesso modo, acquistava il biglietto a bordo del tram 6, da cui il maschile della particella “el 6”.

I tram affondano le proprie radici nella Trieste ottocentesca, nella quale giunsero con un certo ritardo rispetto a Londra e ai paesi angloamericani, dai quali provenivano le ultime novità tecnologiche.
Inizialmente erano infatti tram a cavalli, anticipati dapprima dagli “omnibus”, grandi carrozze che compivano un tragitto regolare da via Lazzaretto Vecchio al Giardino Pubblico e viceversa.
La Ditta Cimadori domandò successivamente nel 1874 al Comune di Trieste il permesso di porre dei binari per avere un servizio di tram a cavalli, ma le autorità rifiutarono, salvo, tre anni dopo, accettare il progetto di una società belga (1877).
Inizialmente il primo tram andava dal Boschetto ai Portici di Chiozza, ma non passò molto prima che venissero inaugurate le nuove linee tramviarie: dal Boschetto a Campo Marzio, dai Portici di Chiozza alla Stazione dei Treni e da lì lungo le Rive fino a Piazza Tommaseo.
I binari rimasero a lungo semplici traversine posate sul terreno, ma gli ostacoli e la generale lentezza (10 km all’ora) non diminuirono l’affezione dei triestini per il “tram”.
Nel 1881 i binari furono finalmente interrati e l’intera rete tramviaria sistematizzata.
Il passaggio a un nuovo secolo, il Novecento, portò con sé a Trieste i primi tram elettrici, ufficialmente inaugurati il 2 ottobre 1900, alle ore 18. Il primo tram elettrico – soprannominato “omo senza testa” – percorse nell’arco di mezz’ora il tragitto dalla Corsia Stadio, attraverso via del Torrente, fino a Barcola.

Tram di Opicina, Cartolina. “Elettrovia con Villa Geiringer. Opicina Elettrovia”, di Karl Schmelzer, 1910. Fototeca dei civici musei di storia ed arte

La parola “filovia” – come spiega Roberto Carmeli nell’opera Trieste in filovia (1995) – si riferisce invece a un sistema di trasporto su strada mediante veicoli azionati da un motore elettrico, convenzionalmente definiti “filobus”.
Il tram riscosse fin dal suo primo viaggio grande approvazione a Trieste, ma rimaneva un mezzo fragile e poco adatto alle ripide pendenze che caratterizzano la città. Quando i trasporti pubblici iniziarono a spostarsi dal centro, alla periferia, le istituzioni valutarono un mezzo alternativo.
Verso gli anni Trenta la “filovia” era una soluzione moderna e all’avanguardia, la cuspide del progresso tecnologico alternativo all’egoismo solitario dell’automobile. Il filobus utilizzava un motore elettrico avanzatissimo, con tutti i vantaggi propri dell’elettricità, dall’essere silenzioso, alla pura potenza, alla flessibilità di utilizzo. Il filobus era perfetto per le tante salite e in altre città, in Europa e America, aveva dato buona prova di sé. Ma la vera rivoluzione a quei tempi era poter finalmente “liberare” il vagone dall’intralcio delle rotaie, passando a un veicolo su gomma. Niente più tracciati geometrici e rigidi, ma la possibilità di muoversi con una (relativa) indipendenza. Rimaneva tuttavia un ostacolo: il filobus riceveva l’energia per il motore dalla linea aerea di contatto, ovvero quelle pertiche garanzia di trasmissione dell’elettricità al corpo del veicolo. Le pertiche potevano ruotare, anche con breve preavviso, permettendo così al filobus brusche deviazioni per evitare un’auto o un pedone distratto. C’era pertanto un grado di autonomia all’epoca notevole, sebbene fosse lontano dalla flessibilità nel traffico caratteristica dell’autobus.

Se tram e filobus sono tuttora diffusi nell’Europa orientale (Budapest, ad esempio), che condividono un simile entroterra culturale e artistico-architettonico, Trieste non ha mai conservato i propri mezzi pubblici su rotaia. Il “tram de Opicina” langue in un purgatorio di silenzio delle istituzioni e continui incidenti, mentre le filovie e gli altri tram sono scomparsi in tutto e per tutto. La città ha sofferto infatti il periodo di benessere e crescita caratteristico degli anni Sessanta, in seguito al quale, specie nei decenni successivi, il traffico di veicoli privati è cresciuto a livello tale da inficiare i mezzi pubblici. Le filovie avrebbero potuto essere conservate e aggiornate per renderle più efficienti, più pratiche, più agili: eppure ha invece prevalso utilizzare una flotta di autobus, dalla maggiore praticità di percorsi e deviazioni nel traffico cittadino.
La continua sete della città di parcheggi, a discapito di aree verdi, di piazze, di spazi per gli esseri umani, non per le macchine, obbliga a domandarsi se non sarebbe stato preferibile diminuire il numero di auto, piuttosto che eliminare i mezzi su rotaia (o filo).
A questo proposito, in molte città italiane e dell’Europa centro-orientale i filobus sono oggigiorno mezzi efficienti, economici e altrettanto utili degli autobus.
Eppure Trieste scelse altrimenti e tutt’ora si ricorda con commozione l’ultimo giro dei filobus di Trieste, nella forma della linea 19, che percorse il suo ultimo tracciato il 12 aprile 1975.

Linea 19 in p. Cagni (foto Grisilla). Dal sito amatoriale “Trasporti-Fvg”

Ma quale fu la prima filovia di Trieste?
Com’è possibile immaginare, il primo filobus rispondeva alle necessità di collegare la periferia e una zona pertanto “accidentata”, ovvero il colle di san Vito.
Venne inaugurata il 30 marzo 1935. La cosiddetta “linea dei Colli” aveva il numero 12 (1935-1945) poi la lettera A (1946-1951) e infine il numero 15.
Il percorso prevedeva un tragitto da piazza Goldoni, galleria Sandrinelli, piazze Sansovino e Vico, vie Bramante, Tiepolo, Segantini, Navali, Besenghi, De Amicis, Combi, Franca e Hermet, con capolinea a Campo Marzio.
La linea utilizzava fino al 1952 filobus delle Officine Meccaniche, rimpiazzati successivamente dagli Alfa Romeo – AF 800, fino all’ultimo anno di attività, il 1968.
“Ultime Notizie”, il 30 marzo 1935, descriveva con un lungo articolo la “filovia dei Colli” al suo primo giorno di servizio: “Finalmente si viaggia, comodamente, deliziosamente cullati, su per l’assolata via dei Colli. Stamane all’alba delle sei ore, la prima vettura della filovia presso il passo da piazza Goldoni, rapidamente imboccò la galleria Sandrinelli sparendo quindi agli occhi degli osservatori ufficiali e non, questi composti dai soliti curiosi sempre presenti a ogni avvenimento cittadino di qualche importanza. E questo della filovia è fra i più importanti”.

Il tragitto – osservava il giornalista – è veramente delizioso, e questo, a quanto pare, hanno compreso subito i triestini, perché durante tutta la giornata in piazza Goldoni gruppi numerosi hanno sostato nell’attesa di collaudare personalmente il nuovo mezzo di trasporto. Quindi carrozzoni affollati, in parte forse dagli abitanti dei Colli, ma la maggiore aliquota era composta di cittadini, nonché cittadine, vogliosi di sperimentare la novità. E nelle vetture, lungo il tragitto, commenti tutti favorevoli”.

L’articolo si conclude con una descrizione naturalistica della città dall’alto che rimane tuttora valida, specie nel mare e nell’altipiano carsico, classico segno distintivo di Trieste: “Stamane, per quanto spirasse un venticello troppo frizzante se si considera che siamo in piena primavera, il sole, siccome in festa, attenuava il relativo frigidore dell’aria, dando con le sue sfolgoranti luci, un impareggiabile vivezza al magnifico spettacolo offerto dai giardini in fiore lungo la via e al vasto panorama della città e del golfo che si gode dalla cima del colle”.