“Innamòrati”. Imperativo e sintomo di una società adolescente.

03.04.2019 – 09.28 – Ho scelto di continuare a scrivere d’amore. Per diverse ragioni: il mio precedente articolo ha infatti smosso, con mia grande sorpresa, molte suggestioni, riflessioni, critiche, interrogativi. Uno di questi è stato: “È possibile definire cosa sia l’amore?”.

 

Quando si parla di sentimenti dare definizioni è difficile e credo che per l’amore sia impossibile. È impossibile in quanto si entra nel campo della soggettività: non c’è nulla di universale nell’amore. Ed è uno dei grandi temi che interroga la psicoanalisi così come tutte le discipline umanistiche, ma anche scientifiche, da sempre. È infatti possibile verificare ad esempio gli effetti neurobiologici dell’innamoramento, ma non le ragioni per le quali questo avvenga. L’incontro d’amore è qualcosa di particolare, di contingente, di imprevedibile, che coinvolge due soggetti umani e l’intreccio delle loro storie. Per quanto si possa andare, anche in un percorso analitico, a cercare di capire il perché ci si innamora di una persona piuttosto che di un’altra, si arriverà fino ad un certo punto di comprensione. Poi il senso si ferma, e rimane qualcosa di inspiegabile, di indicibile, ed è giusto che sia così. Perché le parole non sono mai abbastanza, non rappresentano mai del tutto nulla della realtà che ci circonda, figuriamoci ciò che ha a che fare con i sentimenti.

Ora, data per assodata l’impossibilità di trovare una definizione universale dell’amore, possiamo comunque sforzarci di dirne qualcosa. Soprattutto di riflettere su come il modo di amare sia anche fortemente influenzato dal momento storico, culturale e sociale in cui ci si trova a vivere. Vorrei porvi una nuova domanda: secondo voi, innamorarsi ed amare, sono sentimenti diversi?

Io credo che lo siano. La mia risposta, che beninteso non vuole vendersi come una verità assoluta, è piuttosto un’ipotesi che si fonda sui miei studi, sull’osservazione del mondo che mi circonda, sulla mia esperienza di vita e sul mio lavoro nella clinica. Certo è che l’uno può essere il preludio dell’altro, oppure non evolvere mai ed esaurirsi così. Ed il nostro è esattamente il tempo storico dell’innamoramento. Mi spiego. L’innamoramento è il momento iniziale, inaugurale di quella che, solo in un secondo tempo, potrà costituirsi come coppia. È l’incontro tra due sconosciuti, tra due estranei: c’è qualcosa dell’altro che mi cattura, che mi spinge a volerne sapere di più, che mi porta a voler passare il mio tempo con lui, a pensarlo sempre più spesso, a fantasticare su di lui, o lei. In questa fase, proprio in virtù dell’estraneità dei due, si tende a proiettare sull’altro tutta una serie di aspettative, di necessità, di desideri che però non appartengono tanto a chi abbiamo di fronte, ma a noi stessi. Non sapendo nulla dell’altro si possono costruire romanzi incredibilmente entusiasmanti su ciò che è, su ciò che noi siamo ai suoi occhi, su quello che si potrebbe costruire assieme.

Ed è questo l’amore ideale: lo dice appunto il nome “ideale”. Freud lo ha definito amore narcisistico: chi abbiamo di fronte è messo in una posizione di idolo, tutti i suoi difetti scompaiono, tutta la nostra “libido” investe l’oggetto amato. Una sorta di asservimento nel quale il soggetto pian piano scompare dietro all’ombra dell’amato. È il tempo della novità, della conquista, della passione, delle scariche dopaminiche. Si indossano mille maschere per diventare ciò che l’altro vuole, o più correttamente ciò che “crediamo che l’altro voglia che noi siamo”. Si tratta di un lavoro minuzioso di interpretazione del desiderio dell’altro: ci si illude quindi di comprendere cosa voglia chi abbiamo davanti e facciamo di tutto per esserlo. “Sono come tu mi vuoi”, cantava Mina, ed anche Giovanni Lindo Ferretti in un brano dei CCCP. D’altro canto è quello che tutti gli esseri umani, chi più chi meno, tentano di fare dal principio della propria esistenza: coincidere esattamente con ciò che chi si ama desidera, per essere amato in modo totalizzante, per essere l’unico, per diventare l’esclusiva fonte di gioia e soddisfazione per l’altro. Essere più di tutto e tutti, per lei. Per lei, che mi ha dato la vita, che mi ha accolto nel mondo e mi ha permesso di farne parte. Suonerà banale, eppure basta divenire spettatori del rapporto tra una madre ed un bambino per riconoscere quanto ci sia di tutto questo. Per conquistarsi l’amore dell’altro, da cui dipende la nostra esistenza, è necessario coincidere con ciò che lei desidera.

L’inghippo, irrimediabile, sta però nel fatto che, esattamente come accade per il bambino con la propria madre, per chiunque di noi il desiderio dell’Altro rimane un enigma insoluto. Possiamo darne un’interpretazione, possiamo credere fermamente nella nostra lettura, ma essa rimane soltanto una fantasia, un’illusione. Non sapremo mai cosa voglia chi ci troviamo di fronte e, ad ogni modo, non sarà assumendo una certa sembianza, mimando un personaggio che non ci appartiene davvero, che conquisteremo il suo amore.
La gabbia più angusta è passare la vita a rincorrere le aspettative dell’altro, tentando di aderirvi, nella vana speranza di poter (ri)trovare una relazione d’amore dove l’uno basta all’altro e l’altro basta all’uno.
C’è però un momento in cui ci si illude di questo e tutto sembra possibile. Quand’è che l’incantesimo si rompe?

Quando ci si scontra con la realtà. E la realtà distrugge sempre l’ideale. Quando l’altro si manifesta per quello che è realmente. Quante volte, al capolinea di una relazione, si dice o ci si sente dire: “Non ti credevo così”, “non sei la persona che ho amato”. Per alcuni sono sufficienti piccoli elementi: ad esempio, il corpo che ti sembrava perfetto inizia a rivelare tutti i suoi piccoli difetti. È troppo magro, troppo grasso, troppo peloso, ha un odore che non è più quel profumo dei primi appuntamenti. Le sue carezze, i suoi baci, i suoi sguardi non regalano più il brivido della novità. I suoi discorsi non hanno più il guizzo della scoperta, ma a volte ti annoiano pure. E, soprattutto, tu stesso non puoi più rincorrere quell’immagine ideale di te che desideri intravedere nel suo sguardo. Forse anche perché lui o lei inizia a guardarti per quello che c’è di te al di là dell’ideale che teneva in vita quel teatro. E per alcuni conservare quell’ideale di sé è una lotta alla quale è difficile arrendersi.
Il nuovo è ormai diventato vecchio. Cos’è dunque il “nuovo” in questa dinamica?

Io credo che il nuovo non sia altro che il rinnovo di un’illusione, di una speranza destinata ad infrangersi. La dimensione della novità in questo caso ha quindi a che vedere con l’inseguire il sogno utopico, nevrotico, di poter reperire nel rapporto a due quella sensazione di completezza, di totale comprensione, di piena affinità: un combaciare perfetto, un incastro senza fessure. E così molti di noi passano da un partner a quello successivo, non appena il tanto idealizzato principe cade da cavallo (e magari siamo stati proprio noi a fargli lo sgambetto, più o meno inconsapevolmente). Convinti ancora che il principe o la principessa esistano da qualche parte nel mondo. Si vede dunque come questa convinzione collochi la responsabilità dell’incontro amoroso tutta sull’altro: è l’altro a non essere “quello giusto”, ma prima o poi il “destino” ce lo farà trovare.

In questo movimento è impossibile non riconoscere la cifra del nostro tempo, un’epoca in cui “impossible is nothing”, in cui le relazioni tendono a consumarsi alla stessa velocità con la quale passa di moda un paio di scarpe, in cui possedere l’ultimo i-phone che scatta selfie meravigliosi da mettere su Instagram, diventa uno strumento per catturare lo sguardo dell’altro. Il tempo dello Speed-Date, di Tinder, dei calcoli delle affinità, in cui sembra così facile affermare ciò che si vuole ed allo stesso tempo capire cosa l’altro voglia. Un tempo che non ha tempo, in cui tutto è immediato, veloce, effimero, dove ciò che non profuma di nuovo annoia. Soltanto una decina di anni fa se si desiderava approfondire una conoscenza era necessario chiedere il numero di telefono, scrivere, telefonare. Esporsi all’altro ed anche alla possibilità di un rifiuto, mettendoci la faccia. Tutto passava soltanto attraverso l’incontro, reale, tra due persone, tra due corpi, tra due sguardi. Ora è sufficiente, ad esempio, chiedere l’amicizia su Facebook, che di per sé può essere un gesto senza alcun significato: non assume affatto la forma di una piccola dichiarazione. Prima di compiere qualsiasi passo si ha la possibilità di studiare l’altro, i suoi interessi, le sue passioni, le sue amicizie, i luoghi che frequenta e persino i suoi precedenti partner. Non sembra assurdo? Conoscere qualcuno prima ancora di entrarci davvero in contatto?

E lo è. È assurdo perché sappiamo bene tutti che i Social Network non sono affatto un valido specchio di noi stessi ma semplicemente uno strumento, incompleto e per molti versi inadeguato, attraverso cui veicolare una certa immagine di noi ad un pubblico più o meno ampio. Un ideale dunque: quello che vorremmo essere agli occhi di chi ci guarda. Vien da sé che l’incipit di una relazione che affonda le proprie radici in questo meccanismo è già il regno dell’ideale, dell’amore narcisistico: illudersi di poter capire ciò che l’altro desidera (che figuriamoci se è quello che pubblica su Facebook) e di conquistarlo assumendone le sembianze, o di evitarlo nel caso in cui non ci interessi (come se lo si potesse capire in questo modo).
E quindi, invece, l’amore? Cosa si può dire sull’amore? Siamo capaci di amare o solo di innamorarci?

Credo di aver ampiamente esaurito lo spazio concessomi questo mese. Credo anche che sia molto più semplice parlare di innamoramento piuttosto che d’amore. Cercherò comunque di farlo, nel prossimo articolo. Nel frattempo voglio concludere questo con il frammento di una poesia di Pedro Salinas, che anticipa ciò che proverò a scrivere. Se è vero che le parole sono sempre inadeguate nel tentativo di rappresentare il mondo, è vero anche che l’arte aiuta molto, in quanto ci regala qualcosa che va al di là delle parole stesse.

Sì, al di là della gente
ti cerco.
Non nel tuo nome, se lo dicono,
non nella tua immagine, se la dipingono.
Al di là, più in là, più oltre.
Al di là di te ti cerco
Non nel tuo specchio e nella tua scrittura,
nella tua anima nemmeno.
Di là, più oltre.
Al di là, ancora, più oltre
di me ti cerco. Non sei
ciò che io sento di te.
Non sei
ciò che mi sta palpitando
con sangue mio nelle vene,
e non è me.

L’amore non è amore per un’immagine, non è nemmeno amore per un nome. L’amore è un “al di là”, è la spinta ad una ricerca di qualcosa che sfugge ad ogni immagine e ad ogni parola. Come scrive Emmanuel Lévinas, l’amore è “una relazione con l’alterità, con il mistero, vale a dire con il futuro”.