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venerdì, 2 Dicembre 2022

“Game of Thrones”, da oggi (negli USA) l’inizio della fine. Si concludono 10 anni di saga.

14.04.2019 – 15.36 C’è chi scomoda addirittura la politica, disegnando parallelismi fra “Approdo del Re” e il governo italiano bicolore, e chiedendosi chi, dopo le elezioni europee, siederà sul Trono di Spade. La caratteristica di voler ricondurre tutto e ogni cosa a un comune denominatore di qualche colore pare saldamente disegnata nel ritratto del nostro tempo. Possiamo, però, lasciare queste cose da parte per concentrarci sul fatto vero: “Game of Thrones” sta per finire.

Dopo dieci anni la saga Fantasy che ha vinto tutto, inclusi i cuori di chi ha seguito le vicende di Jon Snow (Kit Harington), Sansa Stark (Sophie Turner), Cersei Lannister (Lena Headey), Danaeris Targaryen (Emilia Clarke), Tyrion (Peter Dinklage) e tutti gli innumerevoli altri, si conclude. L’ottava e ultima serie inizia oggi, 14 aprile, sul canale del suo produttore HBO, e andrà in onda in Italia su Sky Atlantic dal 22 aprile al 27 maggio, data in cui gli ‘spoiler’ che arriveranno dagli Stati Uniti avranno tolto già tutte le sorprese e risposto a tutte le domande. Se l’ultima serie di “Game of Thrones”, composta da soli sei episodi, risponderà anche alle aspettative dei sui fan, lo sapremo fra poco.

Si dice che per un certo periodo solo George R.R. Martin, l’autore, abbia saputo come la serie si sarebbe conclusa; ma può essere che anche questo sia un mito come quelli di Westeros, perché “Game of Thrones” televisivo, strada facendo, si è distaccato molto dalle “Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”, scritte e pubblicate diversi anni fa, a metà degli anni Novanta. Cose che sono successe nelle “Cronache”, nella versione televisiva non ci sono, e naturalmente viceversa, e anche i personaggi man mano che crescono per narrazione ed età non hanno esattamente la stessa personalità e aspetto che si sarebbe aspettato il lettore dei romanzi. È probabile, quindi, che più che Martin sia stata la produzione con David Benioff e Dan Weiss a decidere il finale. Ed è uno dei motivi per cui l’accostamento, immancabile per qualsiasi storia Fantasy, al “Signore degli Anelli” è come di consueto fuori luogo; “Il Trono di Spade” e il “Signore degli Anelli”, pur condividendo molti dei tratti caratteristici del genere letterario e della storia di personaggi – d’altra parte, come disse Stephen King, “dopo Tolkien, scrivere Fantasy è diventato inutile: ha già detto tutto lui” – c’entrano fra loro come pere e ananas: sono entrambi frutti con una forma vagamente simile. “Il Signore degli Anelli” fu il progetto di una vita di scrittore immaginato e realizzato come una macchina perfetta; “Il Trono di Spade” è un insieme di eventi al cardiopalma. È verissimo piuttosto dire che senza la produzione televisiva il “Trono di Spade” sarebbe rimasta quello che era: una bella saga Fantasy conosciuta solo dagli appassionati, che non si conclude mai, perché l’autore di personaggi ne ha immaginati troppi, si è avventurato lungo troppe strade e non sa più quale sia la strada che porta alla fine del viaggio. Geniale, l’approccio di Martin, ai personaggi principali, che ammazza e fa sparire di sorpresa senza troppi scrupoli e a volte senza ragione; perfetta la scelta dei produttori di inserire subito nella versione televisiva attori di primo piano, proprio come Lena Headey (“300”) o come Sean Bean – proprio lui, di Tolkieniana memoria – sapendo che avrebbero avuto storie complesse o vita breve. Contemporanea, sempre quella di Martin, condivisa dai produttori che in questo non si sono risparmiati, la decisione di mostrare violenza e nudo senza nessuna remora: un nudo sempre bellissimo anche quando è un nudo di donna tinto di rosso, come quello di Carice van Houten (Melisandre), o di uomo pallido di morte come quello di Jon Snow. Una violenza che non è mai timida e che mostra ragazzini gettati dalle finestre, future madri pugnalate a morte con il proprio figlio in grembo, uomini e donne bruciati vivi. Religione privata di ogni significato, tanto che se ne parla appena e anche se si capisce che qualcosa esiste, non si capisce bene cosa sia; sesso visto come incesto e più d’uno, perversione, violenza contro la volontà e in adolescenza, mercificazione. Del resto, George Martin non ha inventato nulla: ha solo trascritto sulla carta le cose che tutti noi vorremmo fare, quelle con le quali riempiamo i Social Network, e l’ha fatto più di vent’anni fa; ciò che HBO ha intuito è stato il nostro desiderio di vederle sullo schermo, rese un po’ più fantastiche, ma non finte, dal mantello del Fantasy. Alzando sempre l’asta, a ogni serie un po’ di più.

Chi siederà, quindi, sul Trono di Spade? Ci sarà ancora, alla fine, un Trono di Spade? Emilia Clarke (Danaerys) aveva fatto intuire qualcosa a settembre, suggerendo che la produzione avesse filmato finali multipli e diversi proprio per mantenere alta la tensione e la sorpresa. Sophie Turner (Sansa) – un personaggio cresciuto nel tempo, grazie anche e forse soprattutto alla sua attrice, molto più della Sansa del romanzo – aveva raccontato di finali comunque “dolci e amari”, comunque straordinari, che sarebbero stati duri da accettare perché con qualcosa di così grande come “Game of Thrones” non è possibile accontentare tutti. Troppo felici per qualcuno, forse, e troppo tristi per qualcun altro, o troppo chissà.

Uno Spinoff certamente ci sarà, ci si sta già lavorando, con un pilota in produzione in questi mesi, ambientato in un’epoca precedente a quella degli eventi della saga; ma non sarà la stessa cosa, perché questa volta ha ragione chi scrive che “Game of Thrones” ha scattato una fotografia su un mondo che ormai è già passato e ha rappresentato l’ultimo, grande canto del cigno che è stata la televisione; già intenta, in modo irreversibile, a passare il testimone ai canali tematici su Internet, e saranno decine, uno per ciascuna casa di produzione o giù di lì. I numeri hanno consacrato la serie come uno degli eventi artistici più importanti della storia: ha coinvolto milioni e milioni di persone, in tutto il mondo, continuerà a farlo per molti anni, è diventato cultura. “Game of Thrones” ha dimostrato che nel mercato di oggi saturo di tutto e di qualsiasi cosa il contenuto bello, costruito bene, condotto nel modo giusto, senza neanche troppi episodi vince sulla quantità e sul brand: come dicevano i bardi irlandesi, non conta solo la storia, ma il saperla raccontare. Fra un mese “Game of Thrones” non ci sarà più; questa è la fine.

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Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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