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domenica, 3 Luglio 2022

Chernobyl, 26 aprile 1986. Sopra Trieste. La nube invisibile che fece paura.

26.04.2019 – 17.17 – “Ho premuto il bottone AZ”. Alexander Akimov, supervisore notturno ai controlli del reattore Numero 4 di Chernobyl, continuò a ripeterlo in modo quasi ossessivo, fino alla morte. Morì a 33 anni, due settimane dopo l’incidente del 26 aprile 1986, per avvelenamento acuto da radiazioni; anziché abbandonare la sala di controllo dopo l’esplosione come gli era stato ordinato di fare, aveva tentato di mettere in atto procedure d’emergenza per salvare il reattore, che però erano state inutili.

Akimov non seppe mai perché il ‘bottone AZ’, che inseriva istantaneamente il ciclo d’arresto completo del reattore e che avrebbe dovuto evitare l’esplosione, non aveva funzionato; lo seppe invece Anatoly Dyatlov, che aveva ordinato e supervisionato il test fatale e che del turno notturno in sala controllo era il capo. Dyatlov, più che l’artefice dell’esplosione, pur sopravvivendo a essa ne fu una delle vittime: prima di Chernobyl, l’energia nucleare gli aveva portato un figlio, e poi di quel disastro venne direttamente incolpato, cadendo in totale disgrazia. Ma per quanto Anatoly Dyatlov fosse un uomo frutto del suo tempo e della sua cultura – scontroso, autoritario, irremovibile, asservito a una catena di comando che privilegiava solo chi sapeva mettersi in mostra – non era colpa sua. E non era neppure colpa dell’energia nucleare, ma dell’uomo: il reattore RBMK di Chernobyl era pericoloso già nel progetto. Era stato realizzato male, in fretta e in economia di materiali per non deviare dalla pianificazione centrale e dalle scadenze programmate; e c’era stato un identico incidente nel 1983, a Ignalina, in Lituania, ma era stato messo a tacere. A causa del silenzio imposto, né Akimov né Dyatlov potevano sapere che, una volta innescato, il processo che avrebbe portato all’esplosione sarebbe stato inarrestabile, perché l’errore di progettazione dell’RBMK avrebbe provocato la fusione delle barre di controllo al loro inserimento, aumentando di molto – un picco istantaneo – la reazione anziché rallentarla, e bloccandole.

Nell’immediato, l’esplosione di Chernobyl causò poche vittime. Nelle frenetiche ore dopo l’esplosione, l’impegno per controllare la fuga di radiazioni fu encomiabile, considerati i mezzi del tempo. Nulla di simile si era mai verificato prima; non c’era esperienza, non esistevano procedure, si doveva improvvisare. Anatoli Zakharov, uno dei primi vigili del fuoco intervenuti, disse, ricordando quel 26 aprile in un’intervista all’ ‘Observer’: “Scherzavo con gli altri. Dicevo: ‘ci dev’essere un livello di radiazioni incredibile, qua. Saremo fortunati a essere ancora tutti vivi domani mattina’. Ridevamo, ma – certo che lo sapevamo. Se avessimo dovuto seguire le regole, non avremmo mai dovuto avvicinarci al reattore. Ma era un’obbligo morale, il nostro dovere. Eravamo come dei Kamikaze”. Qualche giorno dopo, una squadra di sommozzatori dell’esercito sovietico si sarebbe immersa, volontariamente, in un canale di raffreddamento invaso dalle radiazioni per sbloccare una valvola e far arrivare acqua di moderazione nel sotterraneo diventato ormai una fornace indomabile, prima che il cemento fondesse del tutto; pochi sarebbero sopravvissuti. Si temeva che il nocciolo infuocato potesse arrivare all’acqua causando una reazione termonucleare. Piloti di elicotteri si sarebbero sacrificati nello stesso modo gettando per giorni sacchi di sabbia dall’alto, nel cuore del reattore, esponendosi alle colonne di calore radioattivo. E altri soldati avrebbero ripulito a turno il tetto, con pale e badili, per togliere a mano la grafite; turni di pochi minuti alla volta, perché neppure i robot teleguidati potevano sopportare le radiazioni: impazzivano, si bloccavano e cadevano.

L’Armata Rossa e i volontari fecero di tutto, e riuscirono nell’impresa: non ci fu fusione totale e non ci fu esplosione nucleare; le simulazioni di oggi dicono che sarebbe stata comunque impossibile, ma allora non si sapeva, e l’unica condotta possibile fu effettivamente quella tenuta. Ciò che fu ingiustificatamente colpevole fu l’incapacità del governo di ammettere che un simile incidente si fosse verificato nella perfetta Unione Sovietica, che dell’energia nucleare e dell’Uomo Nuovo, indipendente dai legami e dalla schiavitù del carbone e del petrolio, aveva fatto il suo fiore all’occhiello. L’incidente e le esplosioni iniziarono all’1 e 23 della notte; Pripyat, la città ucraina sorta per ospitare le famiglie di chi lavorava alla centrale di Chernobyl, fu evacuata solo 36 ore dopo. Il mondo seppe dell’incidente solo quando la nube radioattiva raggiunse la Svezia, il 27 aprile. Il 29 aprile 1986, trascinate da una depressione atmosferica, le nubi radioattive arrivarono sul Mediterraneo dopo aver attraversato Austria, Ungheria, Croazia, Slovenia. Arrivarono in Italia, su tutto il Friuli Venezia Giulia, e a Trieste; giornate in cui cominciava pian piano a far caldo, e si usciva di casa. Spaventò molto, quella nube invisibile; se ne parlava, e si preferiva restare in casa, e sembrava facesse più caldo, anche se non era così. Qualcuno ebbe l’idea di mandare ‘in esclusiva’ alla stampa la ‘foto della centrale di Chernobyl’, ed era quella dell’Ospedale di Cattinara, ma durò poco: i triestini se ne accorsero.

Le conclusioni degli studi fatti da ARPA nel 2016 sono state confortanti. Nel 1986, il Friuli Venezia Giulia fu contaminato dalle radiazioni del reattore di Chernobyl in maniera significativa, e si trova ancora presenza di prodotti di fissione ed elementi chimici radioattivi, ma in nessun caso, in 30 anni, è stato rilevato un pericolo diretto per la salute umana e per l’ambiente causato dall’esplosione dell’RMBK sovietico. E, a Chernobyl e Pripyat, per quanto la situazione non si possa di certo definire normalizzata né potrà mai esserlo, la natura si è ripresa i suoi spazi, a dimostrazione di come sia relativamente facile far scomparire la specie umana, ma non la vita stessa, che si adatta, e può fare a meno di noi. Chernobyl permise di comprendere molte cose sull’energia nucleare e di sviluppare procedure che però non furono sempre messe in pratica: altri incidenti accaddero di nuovo a Ignalina e una nuova tragedia si verificò a Fukushima nel 2011; anche in questo caso, errori di progettazione, seppur di natura diversa, e di conduzione della situazione di crisi impedirono di prevenire le esplosioni. In presenza, però, di una catastrofe naturale, quella del terremoto seguita dallo Tsunami, di proporzioni enormi.

Nel 2019 la schiavitù dell’energia ci ripropone il dilemma del nucleare, e lo farà ancora di più negli anni immediatamente a venire. Di energia abbiamo sempre più bisogno, drammaticamente di più, ogni anno: senza energia, il nostro mondo non può esistere. E arriverà un momento nel quale il costo dell’energia stessa sarà talmente tanto alto, sia in termini di prezzo da pagare in denaro che di rischi per l’ambiente, da riportare la nostra mano sul pulsante di avvio dei reattori nucleari. La ricerca ha fatto passi da gigante; con la tecnologia di nuova generazione, una Chernobyl non potrebbe più accadere, e con reattori di altro genere e senza errori umani e terribili omissioni non sarebbe accaduta neppure allora. La paura di premere ‘start’, però, certamente rimarrà.

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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