Lavoro e diritto, destarsi dal meccanismo [di Massimo Varrecchia]

Ogni mattina, mio padre si alzava molto presto, prima di noi figli che andavamo a scuola, e, allora, ci sembrava che l’ora della nostra sveglia fosse esageratamente “presto”; ci chiedevamo come mai le scuole non potessero iniziare il tardo pomeriggio o quanto meno dopo il pranzo.

Ogni mattina, a piedi, andava al suo lavoro, giorno dopo giorno, per tutto il mese, alcune volte anche le domeniche. Mese dopo mese, per tutto l’anno, tranne per quel piccolo periodo chiamato ferie; che molto spesso il “quando” lo sceglieva o imponeva il suo datore di lavoro, per tutti i 40 anni che ha lavorato. Posso solo capire ora, che sono padre, quale forza lo spingesse a perseguire un tale sacrificio, una tale fatica, per quello stipendio che, dopo 20 giorni dall’incasso, era già finito, e non bastava per tutte le esigenze della sua famiglia, imponendoci molti sacrifici e privazioni. 
Questo, per me, è un cittadino italiano. Cittadino, da onorarne il ricordo, provvedendo a rispettarne il sacrificio e perpetuandone le semplici gesta. Andando ogni giorno a lavorare, mese dopo mese, anno dopo anno, per costruire una nazione forte e dei figli che ammirando detto impegno possano un giorno anche loro continuare ad essere orgogliosi di sentirsi cittadini italiani.
Quanto a me, può risultare normale; quanto appreso dal solo esempio di mio padre, che a sua volta ha appreso dal suo e dal contesto sociale di quegli anni in cui era giovane e l’Italia rialzava la testa dopo aver perso una guerra mondiale, oggi non è la norma. Anzi, è l’eccezione in una nazione che dovrebbe vantarsi del fatto che nell’Articolo 1 della propria Costituzione menziona il “lavoro”. Il lavoro è divenuto merce di scambio elettorale, mezzo per far tacere le coscienze di chi propone una vita priva di sacrifici e di facili arrivi. Fatta senza percorrere tutto il tragitto, ma utilizzando, il più possibile, ogni scorciatoia.

Siamo giunti ad esaltare e pretendere prima il “diritto” del cittadino e poi il dovere quale tale: siamo arrivati al reddito di cittadinanza.

Quanto si cerchi e si possa giustificare tale azione dell’attuale governo, conferendo allo stesso il titolo di strumento per abbattere la disoccupazione, risulta chiaro. Chiaro è anche di come si tratti di un appellativo per mascherare la volontà di dare un compenso prima di aver svolto un lavoro, impartendo una lezione di vita, un esempio che poi sarà difficile da cancellare nelle nuove generazioni. Un compenso a tutte quelle persone che si reputano cittadini della nostra Italia, ma che per essa sono solo mercenari: se non sono pagati, non sono disposti a pensare di sostenere nessun sacrificio, neanche quello che darebbe loro il pane ed il sostegno per elevarsi dallo stato di “povero”. Un onesto cittadino, infatti, che abbia vissuto la vera povertà, si adopererebbe con umiltà ad eseguire ogni tipo di lavoro per poter sfamare la propria famiglia; prima un lavoro per mantenere la propria dignità e libertà, e poi il compenso per il suo operato.

Ogni mattina, per recarmi al lavoro, anche se il percorso per me è breve, o nei tragitti per recarmi presso gli uffici pubblici o per raggiungere i luoghi delle attività operative, vedo una città vecchia ed abbandonata, sporca e disordinata. Il tutto, nell’indifferenza di molti, che, costretti a correre sempre di più per poter aumentare la loro produttività e sfamare il sempre maggior bisogno di consumo, non si accorgono di quanto accade intorno a loro. Pochi lavorano per costruire una “nuova Italia “, e tanti soggiornano nella nostra nazione corrompendone e divorandone ogni giorno un piccolo pezzo. Abbiamo bisogno che il popolo che può con orgoglio sentirsi cittadino italiano si desti da questo meccanismo, e che a gran voce possa far sentire le proprie ragioni chiedendo e pretendendo che con i contributi prodotti con il proprio lavoro vengano adeguati, migliorati e mantenuti i servizi per tutti i cittadini, e non che vengano impiegati per sfamare e creare un sempre maggior numero di “sudditi” dell’ozio.

Massimo Varrecchia – 12 marzo 2019

[la sezione “opinioni” di Trieste All News riporta lettere e segnalazioni dei lettori e dei collaboratori, senza intervento della redazione]

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