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venerdì, 2 Dicembre 2022

“Illuminata signorilità”. Il Palazzo della RAS di Trieste

30.03.2019 – 08.46 – Le menti responsabili del Palazzo della RAS (Riunione Adriatica di Sicurtà) mai avrebbero immaginato, al completamento dell’edificio nell’aprile del 1914, come la costruzione fosse una delle ultime della sua stirpe, un vero e proprio canto del cigno per una tipologia di progettazione e architettura destinata a scomparire con la Prima Guerra Mondiale e il passaggio all’Italia.
Il Palazzo infatti rivela, nella storia della sua costruzione, tutti i connotati di una mentalità e un approccio caratteristico dell’architettura triestina dall’ultimo quarto dell’ottocento agli anni antistanti alla catastrofe del conflitto mondiale.
Mentre il nucleo medievale della città aveva rivelato nella sua povertà una decisa uniformità e lo stile neoclassico aveva reso omogeneo e tutto d’un pezzo il quartiere teresiano, l’ottocento si rivelò presto un secolo caotico e confuso. Specie dalla seconda metà, con una brusca impennata negli anni di furore edilizio a cavallo tra i due secoli, Trieste conobbe una crescita facile agli entusiasmi e al mattone, ricca di innovazioni. La lotta impari fu sempre tra l’art nouveau e l’eclettismo, il primo costantemente perseguitato dall’ala italiana più nazionalista per la sua filiazione austriacante e fieramente apolitica. Tuttavia l’architettura eclettica a sua volta dimostrò di sapersi evolvere e ramificare nelle mille sfaccettature di una città fieramente municipalista.
Il Palazzo della RAS in tal senso è il prodotto di contraddizioni, di tensioni latenti, di pulsioni tra loro in guerra. La città infatti nutriva ambizioni personaliste e autonomiste, in linea con la sua storia; e pur tuttavia acquisiva, grazie al ruolo nell’Austria, un carattere cosmopolita e multiculturale caratteristico di una capitale europea.
Sotto un profilo economico, le grandi case assicurative – tra cui la stessa RAS (1838) – erano diventate vere e proprie istituzioni, capaci di ospitare nei propri palazzi legioni di burocrati. Necessità non solo materiali, quanto simboliche, perchè dovevano rappresentare il potere di autentiche “dinastie finanziarie”, affermatasi con un secolo di indefessa attività commerciale. Come con le compagnie assicurative, altrettanto avveniva con le grandi banche, i cui imponenti palazzi iniziarono a costellare tanto Trieste, quanto Vienna dall’ultimo quarto dell’ottocento.
Il municipalismo triestino, la vanità degli architetti e il neo-feudalesimo delle grandi case creditizie cospiravano a favore di palazzi eccentrici e sontuosi, dove fosse evidente a tutti quale (stra)potere venisse rappresentato.
Tuttavia è innegabile come Trieste andasse nella direzione di una grande città, facilitata in ciò dalla crescita demografica, dalle migrazioni economiche e dall’accresciuto ruolo del porto.
La percezione dei giornali e dell’amministrazione asburgica pertanto era di una città frammentata, ancora lontana dal possedere quell’uniformità caratterizzante il periodo teresiano. Il progredire dell’economia, conseguentemente, non andava di pari passo con un’espansione ragionata e “naturale” della città. Questa anzi sembrava espandersi “a pezzi”, senza un reale piano urbanistico, ma inseguendo i vezzi dei costruttori e dei (ricchi) patroni. Se questa fu un’accusa rivolta a tanta art nouveau triestina, altrettanta riprovazione andava a colpire l’eclettismo.
Quanto proponeva Il Piccolo, così come l’Indipendente e gli altri quotidiani locali, era una trasformazione della città dove il “vecchio”, rappresentato dagli edifici medievali, avrebbe dovuto cedere il passo al nuovo. Se ciò avvenne, Palazzo della RAS compreso, lo fu senza un progetto urbanistico che coinvolgesse l’intera città e senza rinunciare a una forte identità.
Il rinnovamento – il passaggio dal vecchio al nuovo – risultò rapsodico e casuale. La città richiedeva un suo centro industriale e finanziario progettato con razionalità, così come un suo cuore popolare; eppure tutto ciò fallì, perché a quest’esigenza venne contrapposta un’identità triestina e individualista tesa a costruire il “proprio” palazzo. Una conseguenza tutt’altro che negativa, perché garantì alla città una varietà e una sperimentazione di forme e materiali rara a trovarsi.
Tuttavia, proprio quando la città diventava più cosmopolita, più industriale e più desiderosa di un’organizzazione interna, quanto più impazzivano i personalismi, le bizzarrie artistiche e le costruzioni faraoniche.
Il Palazzo della RAS, in questo contesto, appare definibile come una sintesi tra forze contrapposte: la forte identità della costruzione non entra però in conflitto con la zona nella quale viene inserito. Tutto il contrario, anzi, perché il Palazzo nella sua forma esteriore e nei suoi interni ricerca una fusione con il tessuto urbano (e all’epoca sociale) inedito, venendo così incontro ai gusti dell’epoca e alle reali esigenze non solo dell’azienda, quanto di Trieste stessa.

“Mercurio con tre leoni di Giovanni Marin”, gruppo scultoreo nell’atrio del Palazzo. (Wikipedia)

Il successo dell’edificio viene comprovato dall’entusiasmo di un Piccolo solitamente critico verso le nuove costruzioni (19 aprile 1914):

La Riunione Adriatica di Sicurtà ha fatto grande onore a sé a Trieste edificando nel centro della città un palazzo che, per la mole, per la ricchezza, per la magnificenza, per la vita d’arte pulsante e gagliarda, dalla concezione vastissima fino ai particolari più tenui e delicati, degnamente rinnova le tradizioni di illuminata signorilità del Cinquecento italiano.

Trieste non ebbe ancora opera di creazione architettonica compiuta in proporzioni sì grandiose. Né forse altra ve n’ha in tutto il nostro passato, che parli con accento più caldo, con più impetuosa eloquenza del bisogno di celebrare con tutto l’estro della fantasia, con tutte le forme più nobili e più ricche della materia, l’ispirazione fervente verso la bellezza.

Il giudizio del giornale raramente rivelava un reale gusto artistico: edifici che oggi vengono considerati di grande valore, quale la Sinagoga, venivano massacrati, a favore invece di una riproduzione senza fantasia dello stile neoclassico di un secolo prima.
Il progetto per la Sinagoga di Otto Schontal, allievo di quell’Otto Wagner a suo tempo maestro del genio liberty di Giorgio Zaninovich, era stato criticato come una “architettura da acquarello”.

Il primo passo per la costruzione del Palazzo della RAS avvenne con la scelta dell’area, tutt’altro che scontata. La Compagnia, agli inizi del ‘900, aveva esteso la propria attività a più settori e capitali europee, pertanto la funzione primaria del palazzo era squisitamente rappresentativa. Il responsabile, all’interno della RAS, per la costruzione divenne rapidamente il direttore generale (1899), Adolfo de Frigessy, che propose un’area centrale nel cuore della città.
Molto attento ai bisogni di Trieste e avido lettore dei giornali, Frigessy aveva vivide in testa le critiche rivolte alla sede della Cassa di Risparmio, definita dal Piccolo “opera gretta e meschina” per la sua posizione all’epoca decentrata, ovvero in via Canal Grande.
Secondo l’opinione dei dotti e dei giornalisti chi “voleva fare un’opera utile e decorosa” avrebbe dovuto “continuare l’opera di sventramento in Città Vecchia”.
Frigessy, desideroso di accattivarsi i triestini, scelse dopo sei anni di analisi “un’isoladi case compresa tra le vie S. Antonio, S. Caterina, il Corso e Piazza Nuova. Il dicembre del 1908 la RAS acquisì pertanto le case Bardeau, Treves, Sartorio e Prandi. La zona si configurava come sufficientemente addentro alla Città Vecchia, senza tuttavia trascurare un’indispensabile centralità e autonomia funzionale alla RAS. Frigessy dimostrò in quest’occasione una compassione oggigiorno scomparsa, allorché i negozianti gli chiesero di rinviare i lavori non tra qualche mese, come progettato, ma tra un anno, ammodo che riuscissero a trovare un altro luogo dove traslocare le proprie attività. La gentilezza di Frigessy rientrava nell’attenzione alla città, confermata da una lettera della Borsa di Trieste, dove si ringraziava la RAS: “oltre a compiere opera di risanamento si è mostrata così magnanima verso alcuni cittadini”.

La storia del Palazzo si lega, in questa fase iniziale, alla figura del figlio di Frigessy, Arnoldo, all’epoca segretario della Direzione e dal 17 aprile 1909, Segretario generale.
Arnoldo infatti approfittò del progetto per viaggiare nelle grandi capitali europee e trarre dai diversi palazzi utili insegnamenti per l’edificio della RAS: da Lipsia, a Berlino, Francoforte, Vienna e Budapest, Arnoldo ammirò le nuove sedi di banche e assicurazioni.
Arnoldo rimase così convinto della necessità di avere un palazzo situato nel cuore pulsante della città, così come venne concepita l’idea di un palazzo non solo per gli uffici, quanto per i negozi (via S. Antonio e Via Caterina) e le abitazioni. Un simbolo sì, del potere della RAS, ma pienamente inserito nel tessuto urbano.

I lavori per le fondamenta del Palazzo della RAS. I mosaici romani rinvenuti sono tutt’ora esposti presso il Lapidario Tergestino. Il motivo a scacchiera venne poi riprodotto nell’atrio, quale “tributo” della RAS alla scoperta archeologica. Fondo Greinitz 1909-1912

Verso il giugno del 1909, la zona e il programma generale vengono approvati e Arnoldo Frigessy procede con un concorso bandito a dieci, selezionati, architetti: quattro da fuori Trieste e sei “locali”, onde garantire la necessaria diversità di vedute. Tra gli stranieri vengono annoverati Ludwig Baumann di Vienna, Ignàac Alpàr di Budapest, Max Littmann di Monaco e un italiano, Luigi Broggi di Milano. I “soliti noti” invece tra le fila triestine, a partire da Ruggero e Arduino Berlam, Lodovico Braidotti, Enrico Nordio, Giacomo Zamatto e Giorgio Zaninovich.
Le diverse proposte vengono pubblicate sul Piccolo e abilmente sfruttate dalla RAS come occasione pubblicitaria, generando dibattito tra i triestini, che apprezzano venire interpellati.
Il registro, con l’eccezione di Zaninovich, è largamente eclettico e tra i progetti finalisti spiccano i Berlam, Alpar e Zamatto. Il progetto dell’ungherese è certo interessante, perché presenta una galleria coperta, interna all’edificio, finalizzata a integrarlo nella città. Tuttavia l’idea viene abbandonata a causa della pesantezza della facciata, dominata da un titanico frontone neoclassico. Un ammiccamento alla vicina Chiesa di S. Antonio, ma nell’insieme un progetto troppo pesante, troppo ripiegato su se stesso per andare incontro a quella fusione con la città ricercata dalla RAS.
Il progetto di Zamatto sfuma invece per questioni economiche e sono dunque i Berlam a ricevere l’incarico. I due architetti interloquiscono con Arnoldo Frigessy su base quotidiana e il progetto – particolarità rara per l’epoca – viene continuamente modificato e arricchito a seconda delle necessità della RAS e del suo attivissimo segretario.

Tra il 1911 e il 1914 il Palazzo viene finalmente costruito, piano dopo piano: speciale attenzione viene riservata a giocare un perfetto equilibrio tra il ruolo di “simbolo” dell’edificio e nel contempo la sua posizione centrale con negozi e appartamenti civili.
Il Palazzo viene arretrato di diversi metri rispetto a Piazza Nuova: questo garantisce una facciata meno “pesante” per lo spettatore e trasforma lo spazio antistante in un filtro tra l’edificio e il resto della città. Mentre la pesantezza intrinseca della Creditanstalt, contrapposta nella stessa piazza alla RAS, intimorisce i passanti, il nuovo palazzo vuole sembrare arioso, senza rinunciare alla decorazione.
Le pietre dell’edificio sembrano voler “dialogare” con i triestini, grazie all’idea di nove aperture nella parete inferiore, protette da eleganti cancellate, che sostituiscono il bugnato (troppo) utilizzato.
Il palazzo, grazie a questi alveoli di ferro, “respira” con il tessuto urbano circostante, ma nel contempo le sbarre ricordano una teca, un forziere intarsiato. Un richiamo alle logge trecentesche, che si traduce in un’apoteosi di ricchezza e trasparenza nel cancello. Quando il palazzo era attivo, il cancello era sempre aperto di giorno e rivelava all’interno un atrio decorato e una porta girevole, in ferro e vetro. I Berlam, sollecitati dall’instancabile Arnoldo, diventano nell’esecuzione del progetto “designer” più che architetti: eliminate ogni genere di colonne, onde non appesantire la facciata, si preferisce fare affidamento sulla qualità dei materiali, piuttosto che sulla decorazione in sé stessa.
Sembra più di ammirare un oggetto decorato, che un edificio vero e proprio. La decorazione a fasce orizzontali maschera sulla facciata il quinto piano, mentre i primi due vengono tra loro connessi dalle logge con le cancellate.
La cancellata all’ingresso, tutt’altro che minimalista!, introduce però un vano che sembra continuare lo spazio caratteristico della piazza e che sboccia nell’atrio del pianoterra: arioso e riccamente adorno. La fontana monumentale e la pavimentazione a mosaico hanno la funzione di “attirare” il visitatore, cessato il richiamo della Piazza.
La statuaria mantiene il simbolismo caratteristico dell’intero progetto: non sono solo “belle”, ma trasmettono anche i valori della RAS. Le sculture di Mayer sulla facciata pertanto prendono il nome di Fuoco e Aria, Pensiero e Azione, Acqua e Terra. La statua del Marin, sul primo piano, rappresenta la Previdenza e la Protezione.
Intanto, i lavori proseguono: gli operai, verso il 1912, ricevono continue mance per accelerare i lavori e infine, il 7 aprile 1914, il Palazzo viene inaugurato.

“Anticamera della Direzione”. La ricchezza decorativa dimostra il coinvolgimento dei Berlam anche negli interni. 

La facciata, così come l’intero corpo dell’edificio, esibisce appieno l’etica del lavoro sottesa alla RAS, tradottasi in questo tempio delle assicurazioni destinato a Trieste. La trasparenza del primo piano, il cancello che sembra quasi un’anticamera della Piazza Nuova e infine la leggerezza della facciata. Un tentativo – oggigiorno impossibile – di conciliare potere e umiltà, ricchezza e semplicità, decorazione e minimalismo.

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Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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