L’amore ai tempi dei Social Network: mai così facile.

06.03.2019 – 17.29 – Questo mese vorrei scrivere qualcosa sull’amore. Vorrei dirlo attraverso una breve riflessione sulla contemporaneità. Dire “ti amo” non è mai stato così facile; o difficile?
Il nostro è il tempo della dichiarazione, quasi urlata, dei sentimenti. Il privato è diventato pubblico, l’intimità è abolita in favore della necessità di “mostrare”, di consegnare ad una dimensione pubblica quello che un tempo era custodito con pudore all’interno della sfera domestica, famigliare, di coppia.

L’avvento dei Reality Show ha dato, penso, il via a questa forma di esibizionismo delle passioni umane. Tutti ricorderemo il successo avuto dalla prima edizione del “Grande Fratello”: ci si può, di esso, vergognare o meno, ma non possiamo evitare di riconoscere come la maggior parte di noi abbia acceso il televisore per “dare anche solo un’occhiata”. Poter spiare dal proprio divano quello che avveniva tra un gruppo di persone nel fiore degli anni era una tentazione troppo grande per molti. Assistere alla nascita di un amore, di un’amicizia, agli scontri feroci, ai litigi, ai tradimenti: appassionarsi quindi all’esistenza dell’altro e fuggire per un attimo dalla propria. Le stesse persone che si vergognano di averlo fatto spesso sono anche quelle che oggi non faticano a pubblicare la propria vita privata sui Social Network, divenendo così protagonisti attivi di quella stessa dinamica di cui un tempo si era soltanto spettatori.

Oggi abbiamo tutti i mezzi per poter raccontare all’altro, nella forma che più ci comoda, qualsiasi cosa di noi. Instagram è il paradigma di questo meccanismo: cosa si pubblica? Foto. Foto, foto ed ancora foto. Immagini, dunque: qualcosa di statico, che può raccontare moltissimo così come molto poco. Certo è che nulla più di un’immagine può restituire a chi la guarda la responsabilità unica di un’interpretazione. La posa giusta, il sorriso giusto, la luce giusta, l’angolatura giusta. Possiamo essere tremendamente infelici ma sembrare entusiasti, belli, ricchi, soddisfatti. Foto veicolate da Hashtag, ossia da qualcosa di universalmente riconosciuto all’interno di quel mondo fatto di immagini: una parola, una situazione. L’universale prende quindi il posto del particolare e lascia ben poco spazio alla soggettività. L’amore stesso è diventato un Hashtag: non c’è nulla che susciti più curiosità dell’amore. Spiare l’amore altrui è in fondo anche un tentativo di analizzarlo, di indagarlo, di coglierne l’essenza, di semplificarne la complessità.

Cosa significa amare? Forse l’amore è andare in vacanza in posti romantici, “fare cose” insieme, avere un profilo di coppia, gridare su Facebook quanto il partner ci renda felici? E qualcuna di noi, magari, se ne sta la domenica distesa sul divano. Mentre il suo lui gioca con la Playstation. E viene assalita dal dubbio che amare significhi: “quello che le altre coppie pubblicano su Instagram”. O lui, che su Facebook vede che l’amico ha una fidanzata che lo accompagna allo stadio, mentre la sua (pure meno avvenente) odia il calcio e il fatto stesso che per lui sia una passione.
Abbiamo quindi bisogno di mettere in piazza i nostri sentimenti, nella spasmodica ricerca di un riconoscimento da parte degli altri, di una conferma veicolata dall’apprezzamento degli altri, che ci dica che: “sì, il nostro è Amore!”, oppure “sì, noi siamo felici!”.

Tuttavia, la nostra esistenza al di là dei Social, il nostro modo di vivere l’intimità nel ventunesimo secolo, ci raccontano qualcosa di molto diverso. C’è uno scarto profondo tra quello che “vediamo” e “pubblichiamo” sulle piattaforme online e quello che “viviamo” quando non siamo connessi. Ed è forse proprio questo iato ad alimentare in modo estremo la necessità di rendere pubblica una versione edulcorata, patinata, “filtrata” delle nostre vite.
Jacques Lacan, psicoanalista francese del Novecento, diceva che “amare è dare all’altro ciò che non si ha”. Si tratta di un famoso aforisma di non facile interpretazione. Quello che però vorrei sottolineare qui è proprio quel “dare” e quel “non si ha”. Siamo dunque all’interno della dimensione del dono, ma non di qualcosa, non di un oggetto. Quel che “non si ha” non è altro che la nostra mancanza, ossia il fatto stesso che non siamo completi.

Nessun essere umano è completo, per quanto la vita spesso prenda la forma di una continua ricerca di questa sensazione di completezza, di potenza, di azzeramento della necessità di dipendere da qualcosa al di fuori di noi. L’amore è ciò che più di ogni altra cosa ci mette a confronto con la nostra mancanza, con la nostra castrazione, per dirlo in termini freudiani. Per questo motivo l’incontro amoroso non è accessibile a tutti, in quanto conduce il soggetto a fare i conti con quella stessa mancanza che tenta di eludere. Amare significa dover ammettere a sé stessi di avere bisogno dell’Altro, di desiderare l’Altro. Ciò non significa che non si possa continuare a vivere senza l’Altro, ma la nostra esistenza assumerebbe un colore ed un significato diverso.

Si ama quando chi abbiamo davanti non si riduce esclusivamente ad un ideale. Molti rapporti si fondano su questo meccanismo: l’altro ci serve soltanto come una conferma narcisistica di ciò che vorremmo che lui fosse e ciò che vorremmo essere noi. Si tratta di una dinamica di rispecchiamento immaginario che è destinata ben presto a crollare, nel momento, inevitabile, in cui l’altro non incarna più quell’ideale di noi stessi che vorremmo intravedere nel suo sguardo. L’amore invece è sempre amore per la differenza assoluta: si ama quel qualcuno non per quello che vorremmo che idealmente fosse, né per quello che noi vorremmo idealmente raggiungere. Si ama l’Altro in quanto diverso da noi, differente da ogni modello predeterminato. L’amore è quindi Incontro, novità, sorpresa: è quel qualcosa che ci lega all’altro come scelta che si rinnova, spesso con fatica, giorno per giorno.
Potersi scoprire mancanti nel momento in cui ci si accorge di provare questo sentimento che assume il carattere di una necessità è qualcosa di molto difficile soprattutto nella contemporaneità. Viviamo in una società dove l’oggetto di consumo è al centro delle nostre vite. Gli oggetti sono un potente strumento che ottura la mancanza: ottura, non colma, in quanto la mancanza è irrimediabile. Si tratta dell’illusione, frutto del capitalismo, di poter fare a meno dell’altro attraverso l’oggetto. Di poter riempire quella mancanza. Già Freud, agli inizi del Novecento stesso, diceva che non c’è miglior matrimonio di quello “con la bottiglia”. L’oggetto infatti non chiede nulla, non sorprende, non ci mette in discussione. Non c’è nulla di imprevedibile. Ci soddisfa, per certi versi, senza però chiederci nulla in cambio. La possibilità di un ricambio continuo degli oggetti non fa altro che alimentare questo meccanismo in cui ci si illude di poter raggiungere la felicità, una soddisfazione piena e senza scarti che però non arriva mai.

Lo stesso partner può quindi svolgere la funzione di un oggetto: non si ama davvero, perché l’amore ci esporrebbe alla nostra incompletezza. L’altro diviene dunque uno strumento atto a rispecchiarci la nostra potenza: il partner non è quindi altro che uno specchio, un oggetto sul quale esercitiamo un controllo, un senso di proprietà. Ne sono prova tutti i rapporti fusionali e simbiotici nei quali regna l’illusione di poter “essere un tutt’uno”, “una cosa sola”. Nel momento in cui un membro della coppia si allontana da questo nucleo compatto, nell’istante in cui emerge qualcosa di soggettivo al di là del partner, tutto crolla. Perché non si è più un “uno” ma un “uno più uno”.

Di recente un caro amico mi ha confessato di aver capito come i momenti più belli ed intensi della sua esistenza siano stati caratterizzati da un sentimento di “impreparazione”. Ebbene, io credo che lui abbia colto il punto centrale della questione amorosa: non siamo mai sufficientemente preparati di fronte all’amore. Se abbiamo l’illusione di esserlo, allora probabilmente non si tratta d’amore. Il vero Incontro, soprattutto quello amoroso, è sempre particolare, unico, inedito, contingente: per tale motivo non esistono risposte preconfezionate, parametri standardizzati di comportamento, schemi ordinati da seguire per far sì che le cose “vadano bene”. L’amore porta con sé l’enigma, il rischio, la paura di perdere, la paura di perdersi.

Zygmunt Bauman ha scritto che “l’amore è un prestito ipotecario su un futuro incerto e imperscrutabile”. Per poterlo vivere, quindi, è necessario fare i conti con la nostra (irrimediabile) impreparazione. E per questo, purtroppo o per fortuna, i ‘Like’ su Instagram non bastano.

[Elena Paviotti, psicologa, è nata a Trieste. Ha trascorso il periodo prima degli studi a Cervignano per poi tornare nella sua città natale, dove si è laureata nel 2012. È iscritta all’Albo degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia. Studia ancora a Milano e lavora a Trieste dove fa parte dell’equipe Telemaco, associazione che si occupa della clinica psicoanalitica dell’infanzia e dell’adolescenza. [email protected]]